Con Rette parallele sono l’amore e la morte, Oscar De Summa torna al TeatroBasilica e firma un attraversamento teatrale che unisce indagine esistenziale e sguardo poetico. Una narrazione intima, lucida, capace di tenere insieme ironia e ferita, per interrogare il confine che separa e avvicina amore e morte.
Un ritorno al TeatroBasilica
Dopo i successi che lo hanno accompagnato negli ultimi anni, Oscar De Summa riporta in scena la sua cifra più riconoscibile con Rette parallele sono l’amore e la morte. La sua scrittura intreccia autobiografia, racconto civile e invenzione scenica in un percorso che attraversa perdita, desiderio e incontro. Il palco diventa un luogo di chiarificazione, dove l’ironia smussa il dolore senza cancellarlo e dove l’indagine poetica sostiene una riflessione nitida sulla prossimità tra due forze solo in apparenza inconciliabili. L’amore e la morte, qui, dialogano come linee accostate che non si toccano, ma condividono lo stesso spazio dell’esperienza.
Il progetto scenico e luminoso reca la firma di Matteo Gozzi, mentre il disegno sonoro è curato dallo stesso De Summa, a conferma di una visione artistica compatta e coerente. La produzione è di Atto Due ETS e di Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale. Collaborano al percorso realtà come GialloMare MinimalTeatro, Fondazione Armunia, Pimoff Milano e ATER Fondazione. Questa rete di presenze accompagna un lavoro che, pur restando personale e intimo, si nutre di una prospettiva collettiva, attenta tanto alla qualità dell’allestimento quanto al rigore del pensiero che lo sostiene dall’inizio alla fine.
Mariarosaria, presenza che non si spegne
Nella memoria dell’autore riaffiora Mariarosaria, la ragazza che abitava accanto alla casa dove lui crebbe. Coetanei, eppure distanti: le rispettive famiglie non si vedevano più, dopo vecchi screzi mai ricuciti. Lei studiava al liceo, suonava il pianoforte, si appassionava di filosofia. Tutto la rendeva diversa e lontana dal gruppo di adolescenti che cercavano soltanto di divertirsi senza misurare le conseguenze. Quel confine di prossimità e separazione diventa l’embrione del racconto, un vuoto pieno di domande, una soglia che il teatro attraversa per trasformare un ricordo in materia viva.
Molto tempo dopo, l’autore decide di raccontare quella giovane donna e l’infatuazione che lei ebbe per un suo amico, un sentimento subito ostacolato dalla famiglia di Mariarosaria e frenato prima ancora di sbocciare. Nel giorno stesso in cui inizia a scrivere, apprende che lei è morta. La coincidenza lo attraversa e lo obbliga a proseguire. Affiora la paura di scomparire senza lasciare impronte, di vedere i legami scivolare nell’oblio. Da questo scarto tra vicinanza e distanza nasce il testo, che innesta il vissuto personale in una trama di domande senza riparo.
Il filo invisibile tra due vite
La riflessione si lascia guidare dalla fisica quantistica, che offre un’immagine potente per ragionare sui rapporti umani. L’idea è semplice e vertiginosa: quando due particelle sono messe in relazione per un tempo sufficiente, anche dopo la separazione continuano a reagire come se fossero ancora connesse. Non c’è, al momento, una spiegazione compiuta. Resta però il fatto che l’effetto esiste e agisce. È a questa figura che De Summa affida la sua domanda sulla persistenza dei legami, nella vita di tutti.
Due persone possono aver condiviso lo stesso spazio senza mai davvero frequentarsi e, nondimeno, restare collegate. È il caso del vicino di casa e di Mariarosaria, cresciuti fianco a fianco e destinati a percorrere strade diverse. Cosa resta quando ci allontaniamo? Il lavoro cerca la risposta in quell’intreccio di attrazione e separazione, elaborando la paura di sparire e l’urgenza di lasciare tracce. Nella tenuta di questo filo invisibile si misura il valore di un’esistenza, e la scena si incarica di farlo emergere senza retorica.
Dalla Trilogia della provincia a un nuovo attraversamento
Dopo la pluripremiata Trilogia della provincia (Diario di provincia; Stasera non sono in vena; La sorella di Gesù Cristo), De Summa torna ancora una volta alla sua terra e a un ricordo che punge. Da lì parte il racconto di una donna scomparsa troppo presto, figura che diventa specchio e domanda. Il territorio d’origine non è nostalgia, ma materia viva da cui estrarre significati. Ogni dettaglio privato si apre al mondo, nel tentativo di portare sulla scena un pezzo di realtà che riguarda molti, senza rinunciare alla precisione della forma.
Rette parallele sono l’amore e la morte sceglie una lingua limpida, intima, attraversata da ironia e dolore che non si escludono, anzi si tengono. La costruzione drammaturgica accoglie l’autobiografia, dialoga con il racconto civile e fa spazio all’invenzione, senza perdere la concretezza del vissuto. Il paesaggio sonoro ideato da De Summa e l’architettura di luci e scene firmata da Matteo Gozzi sostengono questo equilibrio, facendo della precisione tecnica una cassa di risonanza della ricerca poetica che attraversa lo spettacolo, fino a ogni dettaglio.
La casa e gli orari
Il TeatroBasilica è diretto dall’attrice Daniela Giovanetti e dal regista Alessandro Di Murro. L’organizzazione è curata dal collettivo Gruppo della Creta insieme a un team di artisti e tecnici, con la supervisione artistica di Antonio Calenda. La sala si trova in Piazza di Porta San Giovanni 10, Roma, un riferimento stabile per chi cerca proposte di qualità. Qui il palcoscenico diventa luogo di incontro, capace di accogliere percorsi diversi e di sostenere progetti che intrecciano sguardi personali e attenzione al presente.
Gli orari degli spettacoli seguono una scansione chiara: dal lunedì al sabato le repliche iniziano alle 21.00, mentre la domenica l’appuntamento è alle 16.30. Questa cadenza permette al pubblico di scegliere tra una serata infrasettimanale e un pomeriggio festivo, senza forzature. In ogni fascia, la sala accoglie la comunità degli spettatori con cura, lasciando il tempo di ascoltare, di guardare, di pensare. È in questo ritmo condiviso che si misura la forza dell’incontro tra scena e platea, e di portarla fuori insieme.
