Nel dibattito sulle Regionali in Campania, la voce di Enrico Ditto rompe l’inerzia: stop ai modelli importati, sì a un piano concreto e alla volontà di attuarlo. Dal richiamo a New York e alla figura di Zohran Mamdani alle fragilità della discussione locale, l’imprenditore mette a nudo una distanza che brucia.
Un piano, non un modello
Ogni novità che si affaccia altrove scatena, qui, la corsa a invocare il “modello” di turno. L’eco di New York ha elevato Zohran Mamdani a simbolo di una virata progressista e a riferimento della rigenerazione urbana. Ma per Enrico Ditto questo riflesso è fuorviante: non è la replica di un esempio esterno ciò che manca, bensì un piano definito e la determinazione politica per realizzarlo. L’ossessione comparativa rischia di anestetizzare la responsabilità locale e di rimandare decisioni che, invece, chiedono una rotta chiara e verificabile.
Un piano, per Ditto, si misura nella concretezza dei contenuti e non nell’abilità di coniare slogan. Significa articolare priorità su temi come casa, diritti, trasporti e redistribuzione, fissando obiettivi riconoscibili e verificabili. Solo così la discussione smette di girare a vuoto e smaschera la tentazione di rifugiarsi in etichette rassicuranti. L’ammirazione per esperienze esterne può ispirare, ma non sostituisce il lavoro di progettazione che ogni territorio deve assumersi, se davvero vuole cambiare passo e dare sostanza alle proprie ambizioni condivise.
La Campania e un dibattito che si accontenta
Nel mirino dell’imprenditore c’è il confronto pubblico in Campania, che descrive come appiattito su calcoli di breve periodo. La discussione sarebbe soffocata da tatticismi, candidature nate all’ultimo e accordi di mera sopravvivenza, più attenti agli equilibri interni che alle necessità dei cittadini. Un’arena in cui si misura la capacità di stare sulla scena, non quella di incidere. In questo clima, osserva, le Regionali rischiano di diventare il catalogo di una mediocrità che si autoalimenta: un circuito dove l’energia spesa nel posizionamento supera di gran lunga quella dedicata a idee e soluzioni in grado di durare oltre la cronaca del giorno.
La conseguenza, denuncia Ditto, è un silenzio assordante sulle riforme strutturali. Formazione, lavoro e sanità compaiono spesso come riempitivi, parole-ombrello utili a dare volume ai discorsi, senza però l’analisi che serve per affrontarle davvero. Si rincorre il lampo di visibilità quotidiana e si rinvia la definizione di una strategia credibile per i prossimi cinque anni. In assenza di un’architettura di politiche, ogni promessa evapora nell’istante stesso in cui viene pronunciata, lasciando il campo a un impressionismo comunicativo che maschera, più che colmare, il vuoto.
Il risultato è una politica che tratta i temi come cornici da esporre più che questioni da sciogliere. Si presentano parole ornate e pacchetti narrativi, ma l’urgenza reale resta sullo sfondo. L’effetto scenico prevale sull’assunzione di responsabilità, e la distanza con i bisogni delle persone si allarga. Qui, avverte l’imprenditore, non manca la retorica: manca la costruzione, passo dopo passo, di un percorso che unisca contenuti, tempi e impegni, mettendo al centro la qualità della vita e non l’ennesima passerella.
La scelta di restare fuori dalla corsa
Figura nota dell’imprenditoria e osservatore della realtà partenopea, Enrico Ditto è stato per mesi indicato tra i possibili candidati alle Regionali. La corsa, però, si è fermata a ridosso della presentazione delle liste. Una decisione maturata, spiega, per la distanza avvertita da una politica che percepisce più attenta a se stessa che al servizio delle comunità e dei cittadini. Quando l’autoconservazione diventa priorità, la partecipazione perde senso, e l’impegno civico rischia di ridursi a semplice comparsa. In quel contesto, entrare in campo sarebbe apparso incoerente con il messaggio che intende difendere.
La distanza si coglie nella natura delle campagne. L’esperienza di Zohran Mamdani, a prescindere dal giudizio sulle proposte, è citata da Ditto per il suo impianto di contenuti: casa, diritti, trasporti, redistribuzione. Una visione anche radicale, forse difficile da tradurre integralmente, ma riconoscibile. Qui, al contrario, prevale la costruzione di messaggi che suonano bene senza farsi carico dei problemi. Non bastano slogan levigati: serve l’onestà di nominare le priorità e di assumersi il rischio di trasformarle in scelte verificabili, concrete e pubbliche.
Media, modelli importati e una verità scomoda
Nel ragionamento di Ditto entra anche il ruolo dei media e dei commentatori. Ogni volta che in America, in Francia o in Spagna spunta un volto nuovo, scatta la competizione a importarne il modello. Intanto resta inevasa la domanda decisiva: cosa stiamo costruendo, qui, con quali strumenti e con quale partecipazione? L’attenzione rivolta all’esterno finisce per diventare un alibi, una scorciatoia comoda che nasconde il vuoto progettuale anziché affrontarlo con serietà e responsabilità condivisa. Così la discussione locale si consuma in confronti riflessi, privi di radici e di prospettiva. Si rincorrono paralleli affascinanti, ma calati senza filtri cancellano le differenze e, soprattutto, l’urgenza di un percorso nostro.
La chiusura è netta. Parlare di Zohran Mamdani come passpartout di modernità può rassicurare, ma non libera dall’obbligo di guardare in faccia la realtà delle nostre Regionali. Confrontarsi con il mondo non significa eludere il giudizio su ciò che accade a casa propria: vuol dire, piuttosto, misurarsi con la verità. E la verità, per Ditto, è amara: questa politica locale ha smarrito la voce, il coraggio e forse perfino la curiosità. La modernità non è un nome da evocare, è un lavoro da fare. Solo recuperandole si può tornare a parlare di sostanza, non di etichette; è qui che si misura la credibilità di chi ambisce a guidare.
