A Roma, alla Fondazione Isabella Scelsi, il fine settimana propone un’apertura straordinaria per “Realtà apparente”, progetto fotografico di Antonio Idini a cura di Irmela Heimbächer. Un percorso che nasce dall’ascolto degli spazi e invita a misurarsi con ciò che appare, tra luce, distanza e inquadratura.
Orari straordinari e finissage
La mostra si apre al pubblico in due finestre dedicate: Sabato 8 novembre dalle 17.00 alle 20.00 e Domenica 9 novembre dalle 10.00 alle 13.00. In calendario anche il finissage, fissato per Mercoledì 12 novembre alle 18.00, un momento conclusivo pensato per chi desidera incontrare le immagini a ridosso della chiusura. Il progetto rientra nella cornice UN ARTISTA | UN’OPERA e prende corpo negli ambienti della Fondazione, invitando i visitatori a un’esperienza concentrata e raccolta, a Roma. Ogni fascia oraria è stata definita per offrire tempi adeguati alla visita, con un ritmo che predilige la qualità dell’incontro, più che la fretta.
Il percorso espositivo è allestito presso la Fondazione Isabella Scelsi in Via di San Teodoro 8, a Roma. Oltre alle aperture del fine settimana, la visita è possibile anche negli altri giorni su appuntamento, tra le 10.00 e le 13.00, contattando il 335-6583900. La cura è affidata a Irmela Heimbächer, che accompagna “Realtà apparente” in un contesto essenziale e misurato. L’evento non richiede frenesia: si entra, si osserva e si esce con un pensiero che resta. È questo il respiro che la Fondazione ha voluto garantire a un’opera nata nel dialogo con i propri spazi.
Un metodo di lavoro che trasforma lo sguardo
Quando gli viene proposta la mostra, Idini decide di non presentare un corpus già chiuso; preferisce lavorare a partire dall’architettura e dalla vita della Fondazione, inseguendo un possibile filo tra i dettagli. Cerca segni minimi, tracce di attrazione che gli consentano di avvicinarsi, conoscere, comprendere e, soprattutto, ascoltare. Da questa pratica nasce il pensiero su come restituire quegli ambienti in fotografia. Non è un “ritratto” della sede, ma un processo che si costruisce in situ, dove ogni scelta tecnica diventa una forma di relazione.
Le immagini non mirano a descrivere il luogo in sé, quanto ciò che si manifesta da un punto di vista preciso: una certa distanza, una certa luce, un taglio particolare, una messa a fuoco intenzionale, una lente esatta. La realtà del posto, filtrata dalla specificità del mezzo, si fa mobile, plurale, apparentemente sospesa; risuona. Questa sperimentazione non è un vezzo formale, ma il cuore del progetto: è nella combinazione delle condizioni che lo sguardo trova la sua misura e il reale rivela, per un istante, un’altra possibilità di essere visto.
Analisi, rigore e uno stile dichiaratamente documentario
Idini rivendica una fotografia che è anche politica, perché interroga le potenzialità storiche e materiali del mezzo facendone uno strumento di ricerca. A muoverlo, spesso, sono i segni laterali, gli scarti, quelle contraddizioni che sembrano “niente di speciale” – per usare le parole di Celati – e che proprio per questo spingono a fermarsi e a pensare. Se si assume che la pratica fotografica sia un’osservazione analitica, da lì prende forma una conoscenza: minuta, tenace, capace di maturare nell’attenzione alle cose che di solito restano ai margini.
Questo atteggiamento si traduce in un metodo: descrizione scrupolosa, mai retorica; fotocamera saldamente fissata su treppiede e messa in bolla; rottura dell’ordine gerarchico cui siamo abituati nella lettura dei luoghi e degli oggetti. L’effetto è una autentica democratizzazione dello sguardo, in cui ogni elemento può aspirare a diventare centrale. È la cifra di uno stile documentario nitido e coerente, nel quale la precisione non soffoca l’emozione, ma la rende possibile, perché tutto è osservato con rigore e restituito senza enfasi superflue.
Chi è Antonio Idini
Nato nel 1954, Antonio Idini vive e lavora a Roma. Nel 1987 fonda lo Studio Idini Fotografia, con cui affronta un ampio spettro di ambiti: dalla documentazione delle opere di artisti contemporanei allo studio del patrimonio storico-artistico, dagli scavi archeologici ai cantieri di grandi opere, fino ai restauri, ai processi di trasformazione del territorio, all’architettura e al paesaggio. Un impegno continuativo che intreccia conoscenza tecnica e sensibilità per le stratificazioni del reale, con una pratica che mette al centro la responsabilità dello sguardo.
Dal 2013 in poi prende parte a numerosi progetti. Con Guido Guidi conduce un laboratorio in Val Conca (RN) e la mostra conclusiva “Sguardi sul Paesaggio” al MIT di Morciano di Romagna (RN); sempre con Guidi tiene un altro laboratorio presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Partecipa alla Summer School SISF “L’Archivio fotografico come rappresentazione del mondo” a Pieve Tesino (TN), e all’open call di Linea di Confine “Il Deserto Rosso” a Rubiera. In ognuna di queste esperienze emerge l’attenzione al territorio e alla memoria visiva dei luoghi.
Prosegue con il laboratorio di indagine fotografica sul Delta del Po condotto da William Guerrieri, “Another Landscape#2”, a Taglio di Po (RO), e con la mostra finale “New Lands”, che raccoglie le immagini dei partecipanti, al Museo Regionale Veneto della Bonifica di Cà Vendramin (RO). Durante la Design Week 2017 presenta una selezione della ricerca “Romantico Metropolitano” allo Zeus Design Store di Milano. Frequenta la Summer School della S.I.S.F. “Il libro fotografico. Culture progetti professioni pratiche” a Pieve Tesino (TN) e realizza “Ongoing Maccarese”, ricerca sulle trasformazioni di un tratto di litorale romano. L’ultima personale è “Ritratti di città” presso AOC F58 – Galleria Bruno Lisi, a Roma.
