La decisione è arrivata senza clamori, ma pesa come una pietra: Riccardo Chiarioni ha scelto di non impugnare la condanna a vent’anni per il triplice omicidio dei genitori e del fratello minore. Con la rinuncia al secondo grado il percorso giudiziario si ferma qui: nessuna udienza d’appello, nessuna nuova valutazione della pena, nessun ulteriore passaggio processuale. Per voi lettori una domanda naturale: cosa significa, concretamente? Che la sentenza del Tribunale per i minorenni di Milano resta com’è, con tutte le conseguenze che comporta.
La scelta è stata comunicata dall’avvocato Amedeo Rizza e motivata così: il ragazzo «vuole espiare la pena», continuando il percorso di cure e di studio intrapreso all’interno dell’istituto minorile. Una spiegazione scarna, ma sufficiente a fotografare il punto: niente appello. Sul piano procedurale, il tempo per impugnare è trascorso e non risultano iniziative contrarie delle parti pubbliche.
La decisione e le sue ricadute
Quando un imputato rinuncia all’appello in un processo minorile per fatti commessi da minorenne, spegne l’unico motore che potrebbe riaccendere il dibattito sulla pena. Il fascicolo resta in esecuzione: vent’anni sono vent’anni. È una scelta che parla anche a voi: invita a guardare al dopo, alle misure trattamentali, ai percorsi educativi che la giustizia minorile prevede proprio perché la sanzione non sia soltanto sanzione.
Non si tratta di una mossa tecnica, ma di un atto voluto. Lo si capisce dalle parole della difesa: riconoscere il gesto, affrontarne il peso, proseguire le terapie e gli studi già avviati. Il calendario processuale ha fatto il resto: il termine per l’impugnazione è scaduto e con esso la possibilità di un secondo grado. Così la vicenda entra stabilmente nella fase esecutiva.
La notte del massacro
Se vogliamo capire il peso di questa scelta, torniamo a quella notte d’estate, tra il 31 agosto e il 1° settembre 2024. Una villetta di Paderno Dugnano, hinterland milanese. Lui aveva diciassette anni; in casa c’erano i genitori e il fratello di dodici. Poi ciò che la cronaca non riesce a smussare: 108 fendenti. Gli investigatori l’hanno chiamata subito per nome – strage familiare. Altre letture non ce ne sono.
Sono dettagli che fanno male, ma vanno ricordati per intero: la casa, il sonno, la lama che si ripete, il silenzio rotto solo dall’arrivo dei carabinieri. In queste pagine non cerchiamo immagini da cronaca nera: chiediamo a voi lettori di fermarvi un attimo su un fatto che resta nudo e non ha bisogno di enfasi. Per i giudici, quella violenza fu lucida, organizzata, portata fino in fondo con spietatezza.
La sentenza di giugno e le motivazioni
Il 27 giugno 2025 il Tribunale per i minorenni di Milano ha inflitto 20 anni di reclusione, la pena massima consentita nel rito abbreviato per chi, pur imputabile, ha commesso i fatti da minorenne. La perizia che aveva riconosciuto una seminfermità non è stata ritenuta decisiva: i giudici hanno considerato prevalenti responsabilità e capacità di controllo, pur concedendo le attenuanti generiche.
Nelle motivazioni depositate a fine settembre i giudici hanno descritto un ragazzo capace di programmare l’omicidio, muovendosi tra fantasia e realtà con un progetto distorto: l’“immortalità attraverso l’eliminazione” della famiglia. Una formula dura, che riassume il perché della pena e spiega anche l’aggravante della premeditazione ritenuta sussistente. Volevate capire il perché? Qui c’è la chiave giudiziaria, al netto di psicologie improvvisate.
Che cosa cambia con “niente appello”
Con la rinuncia al ricorso e i termini scaduti, il verdetto resta fermo: non si apre un nuovo processo, non si discute un’eventuale rimodulazione della pena. Si passa alla fase dell’esecuzione penale minorile, dove la sanzione convive con progetti di recupero, studio, terapia. È qui che si misurerà — nell’arco degli anni — l’efficacia del sistema: non solo nel punire, ma nel prevenire ricadute, nel costruire consapevolezza.
Ci chiedete spesso cosa sia realistico aspettarsi. Una risposta secca non esiste e non sarebbe onesta. Sappiamo però che il ragazzo ha conseguito la maturità scientifica durante la detenzione e si è iscritto all’università, continuando le cure prescritte. Se c’è un banco di prova, è questo: la pena come responsabilità e insieme percorso. Lo diciamo senza retorica, perché a Paderno Dugnano si sono spente tre vite e qualsiasi parola pesa.
Le domande che non smettono di interrogarci
Vi domandate se un gesto simile possa mai trovare un dopo. La giustizia minorile nasce per non rinunciare all’idea che un cammino sia possibile. Sta a chi giudica, a chi cura, a chi educa pretendere risultati, pretendere sincerità, pretendere impegno. A noi, come comunità, il compito di vigilare senza cedere alla semplificazione: rimozione da una parte, demonizzazione dall’altra.
C’è poi una responsabilità che ci chiama in causa tutti: intercettare per tempo il malessere, leggere i segnali, dare risposte prima che sia tardi. Non promettiamo soluzioni facili: chiediamo solo di non abbassare la guardia. Perché una storia così, una soltanto, è una storia di troppo.
