Con “Confusional (Amore)”, disponibile da venerdì 7 novembre su tutte le piattaforme digitali per Twilight Music/The Orchard/Sony Music, la cantautrice romana Liviae firma un debutto che sceglie l’enigma come bussola emotiva, tra luce e ombra, e apre una storia musicale che parla di appartenenza, desiderio di distinzione e autenticità.
Il debutto
In un tempo in cui il desiderio di appartenere e l’identico si confonde, i giorni assomigliano a una pellicola che scorre uguale e a una melodia consumata. Dentro questo quadro, Liviae decide di deviare: sin dal nome rivendica unicità e propone l’enigma come chiave. La cantautrice romana nuota nella parte più scura del quotidiano senza nascondersi, preferendo un linguaggio netto: una scrittura di verità, fatta di immagini che tagliano e pause che respirano. La sua narrazione non ammicca: parte dall’io, da quel nome che diventa innesco e dichiarazione d’intenti, e attraversa luci e ombre con passo fermo.
Il battesimo artistico non è casuale: tra i molti “Livia” — e su Spotify sono numerosi — sceglie Liviae, richiamando il genitivo latino, il caso dell’appartenenza. Un sigillo: appartiene a se stessa. Ha scovato la propria musica lì dove l’anima sussurra, nella sua zona più riposta. Da questa postura nasce un canto misurato, mai ridondante; anche i silenzi hanno un peso. La scelta ricade sull’inglese, pur aprendo varchi alla madrelingua in una scintilla volutamente ambigua: “Give me some amore”. È l’equazione che meglio racconta il suo codice: un equilibrio sul vuoto, una camminata su trampoli in bilico fra intimità e desiderio. Una scelta coerente con la sua ricerca.
Un racconto di separazione, coraggio e riconoscimento di sé
Confusional (Amore) affonda le radici in una fase di vero smarrimento. Alla base, una separazione: la tentazione di tornare indietro è sempre dietro l’angolo, la via più rapida e seducente, ma anche la più insidiosa. È naturale inseguire i ricordi migliori, eppure — per definizione — non si rientra mai esattamente nei luoghi della felicità. La canzone diventa così un invito a rivolgere lo sguardo all’interno, a riconoscere valore in ogni cicatrice, a comprendere che la guarigione nasce dall’accettazione del dolore. Un ascolto da fare a occhi chiusi, lasciando che la sua essenzialità sospesa agisca, come una bellezza che sembra sempre sul punto di incrinarsi.
Nel percorso personale di Liviae c’è una frattura che pesa: il bullismo. Ha modellato la sua percezione, innestando il timore di mostrarsi per ciò che è. Tra la voglia di essere vista e il bisogno di sparire, la sua vita è spesso stata una danza irrisolta, attraversata da domande taglienti — sarò all’altezza, abbastanza bella, davvero capace? —. Una voce interiore, per anni, ha suggerito la rinuncia: non provarci, così non soffrirai e non deluderai nessuno. Lei riconosce di temere ancora l’immagine di sé, ma individua un orizzonte più inquietante: non c’è nulla di più spaventoso del non riuscire a riconoscersi. Da qui prende forma la sua forza narrativa.
Il brano è prodotto da Paolo e Pietro Micioni insieme a Massimo Zuccaroli e porta gli arrangiamenti di Luca Leonori. La cornice sonora è un Neo Soul dal respiro internazionale, impreziosito da un ritornello che intreccia inglese e italiano con naturale vocazione alla esportazione. La voce di Liviae sorprende: attraversa registri lontani con l’elasticità di una veterana e un timbro che sa unire polarità sensuali opposte, alimentando l’enigma. I cori sono affidati a Audrey Martells, artista statunitense legata a nomi come Whitney Houston e Celine Dion, nonché membro degli Chic di Nile Rodgers.
