Tra annunci, prove di forza e incontri saltati, la temperatura tra Washington e Mosca è tornata a salire. Mentre la guerra in Ucraina entra nel quarto anno, la partita atomica si riapre: test di missili, parole pesanti e un dialogo che, per ora, resta sospeso. Il mondo osserva, trattenendo il fiato.
Dallo slancio di Alaska allo stop di Budapest
Il 15 agosto, ad Anchorage, il vertice tra Donald Trump e Vladimir Putin si è chiuso senza accordi concreti: ore di confronto e nessun passo risolutivo sul fronte ucraino, come raccontato da agenzie statunitensi e russe presenti all’evento. Poco dopo, si era parlato di un nuovo incontro in Ungheria, a Budapest, ipotizzato dallo stesso Cremlino come possibile “entro poche settimane”, pur con la premessa di una preparazione “seria” e graduale. Il riferimento, riportato da corrispondenze internazionali, ha alimentato per giorni l’idea di una ripartenza diplomatica, poi smentita dai fatti e dai tempi della politica.
Quando quel tavolo ungherese sembrava a un passo, è arrivata la frenata: tra il 21 e il 22 ottobre, fonti ufficiali statunitensi hanno parlato apertamente di assenza di piani “nell’immediato” per un nuovo vis-à-vis. In pubblico, Trump ha definito “inutili” gli incontri privi di garanzie, mentre da Mosca il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito la necessità di “preparazione” e tempi tecnici. Sullo sfondo, i colloqui tra Sergey Lavrov e il segretario di Stato Marco Rubio non hanno sbloccato l’impasse, come confermato da ricostruzioni europee e ucraine che parlano di appuntamenti rinviati a data da destinarsi.
Annunci incrociati e nuove prove strategiche
L’innesco dell’ultima impennata è arrivato da Mosca: in pochi giorni, il Cremlino ha celebrato il test del missile a propulsione nucleare Burevestnik — volo di circa 15 ore e 14mila chilometri, stando al capo di Stato maggiore Valery Gerasimov — e ha rivendicato l’attivazione del reattore del drone sottomarino Poseidon durante una prova definita “riuscita” dal presidente Putin. Pur trattandosi di sistemi “nuclear-capable”, non si è parlato di esplosioni atomiche: siamo nel campo dei vettori, della segnaletica strategica e della psicologia della deterrenza. Dettagli e tempistica sono stati diffusi da testate moscovite e agenzie internazionali con corrispondenze puntuali.
Dall’altra parte dell’Atlantico, Trump ha rilanciato nell’intervista a 60 Minutes, sostenendo l’esigenza di “tornare a testare” perché “anche altri lo fanno”, una tesi contestata dalla giornalista Norah O’Donnell e da più esperti in studio nel dibattito televisivo successivo. Le sue parole, poi, hanno trovato eco in un post con cui ha annunciato l’ordine di riavviare le verifiche sull’arsenale, senza precisare subito se esplosive o meno. A fare chiarezza ci ha pensato il segretario all’Energia Chris Wright: niente detonazioni, ma “prove di sistema” non critiche. Un messaggio doppio: fermezza, ma senza sfondare la soglia del tabù atomico.
Il Minuteman III e la realtà dei test statunitensi
Mentre la retorica scaldava gli animi, la routine militare ha ripreso il suo corso: fra il 4 e il 5 novembre, dalla base di Vandenberg in California è partito il volo di prova di un Minuteman III privo di armamento, il cosiddetto “Glory Trip 254”, con traiettoria verso il Pacifico, come da programma. L’Aeronautica statunitense ha spiegato che si tratta di test pianificati da tempo, pensati per verificare affidabilità e prontezza del sistema, non come risposta agli sviluppi geopolitici del giorno. È il linguaggio noto della triade nucleare: assicurare, dissuadere, non sorprendere.
Qui sta la differenza decisiva: i collaudi di vettori e componenti non coincidono con test nucleari esplosivi, che gli Stati Uniti non eseguono dal 1992. Anche quando in Nevada si sperimentano fenomeni “subcritici” per studiare materiali e modelli, la soglia della detonazione resta invalicata. Nel 2024 lo ha riconosciuto persino Mosca, giudicando conforme al quadro del CTBT l’esperimento statunitense privo di reazione a catena; oggi, la stessa amministrazione USA ribadisce che eventuali verifiche riguardano sistemi e non esplosioni. La moratoria resta, almeno per ora.
Mosca tra attesa e prontezza
Alla ripresa del ping-pong mediatico, Putin ha riunito il Consiglio di sicurezza e incaricato Esteri, Difesa e servizi d’intelligence di presentare proposte sulla “possibilità di prepararsi” a test nucleari, specificando che la Russia si muoverà solo in risposta a passi altrui. Nella stessa riunione, il ministro Andrei Belousov e il generale Gerasimov hanno auspicato una prontezza immediata a Novaya Zemlya, storica area polare dell’URSS. Il Cremlino, tramite Peskov, ha poi ammorbidito i toni: si studia l’opportunità, non si ordinano detonazioni.
Il punto, però, è politico: nel 2023 la Duma ha revocato la ratifica russa del Trattato sulla messa al bando complessiva (CTBT), sostenendo la necessità di “simmetria” con gli USA, che firmarono il testo ma non lo ratificarono; contestualmente, si ribadì l’adesione alla moratoria finché gli altri si fossero astenuti. Oggi l’invito di Putin ai suoi ministri è di trasformare l’ambiguità in opzioni operative, tenendo il piede nella staffa: pronti a tutto, ma solo se costretti dagli eventi.
Tomahawk all’Ucraina: un dossier che divide
Dentro questa cornice, si è acceso anche il dibattito sulla possibile fornitura dei missili Tomahawk a Kiev. Vari segnali diplomatici hanno indicato colloqui approfonditi, ma né autorizzazioni né consegne: anzi, nell’analisi di più fonti, la prospettiva appare complessa per vincoli d’inventario e rischio d’escalation. Dalla Russia sono arrivate minacce di “nuovo livello” del conflitto in caso di via libera. Nulla, insomma, è deciso: il tema resta un banco di prova della pressione su Germania e partner per alternative come i Taurus.
La diplomazia europea guarda con inquietudine anche all’ipotesi di intese che scarichino su Ucraina concessioni territoriali. Dopo l’incontro di Alaska, diversi leader UE hanno rimarcato che un cessate il fuoco significativo non può tradursi in abbandoni unilaterali, mentre a Washington filtra che un nuovo vertice Trump–Putin non sia imminente. La sensazione è che il tempo della diplomazia, per il momento, sia scandito più da annunci che da testi negoziali.
Trattati, scadenze e il ritorno del non detto
L’ultimo argine formale tra USA e Russia resta il New START, con limiti su testate e vettori strategici in scadenza il 5 febbraio 2026. Sebbene Mosca abbia “sospeso” la partecipazione nel 2023, nelle scorse settimane ha aperto alla possibilità di rispettarne i tetti per un ulteriore anno in assenza di un’intesa nuova di zecca. È un segnale tattico, che Washington valuta ma che richiede cornici verificabili e tempi rapidi per non svanire nell’astrazione.
Nel quadro più ampio, la scelta russa di revocare la ratifica al CTBT ha riportato al centro una domanda rimossa per decenni: il tabù dei test esplosivi reggerà ancora? Tra le prese di posizione dell’Unione europea e gli appelli delle organizzazioni per il controllo degli armamenti, la richiesta condivisa è semplice e radicale: mantenere la moratoria, perché quando la soglia si oltrepassa una volta, la strada del ritorno si assottiglia fino quasi a scomparire.
Domande che riceviamo spesso
Gli Stati Uniti hanno davvero ripreso i test nucleari? No. Le autorità hanno chiarito che le verifiche ordinate riguardano prove di sistema e componenti senza detonazioni, mentre i lanci dei Minuteman III da Vandenberg restano routine per validare affidabilità e accuratezza del sistema. È una distinzione che pesa: dimostrare prontezza non equivale a violare la moratoria sulle esplosioni, che dal 1992 non vengono effettuate. Questo è il perimetro tecnico attuale.
La Russia ha davvero testato armi “nuove” come Burevestnik e Poseidon? Sì, secondo la narrazione ufficiale di Mosca. Per il Burevestnik vengono indicati volo di circa 15 ore e 14mila chilometri; per Poseidon, l’attivazione del reattore in immersione. Restano test dei vettori, non esplosioni nucleari. Nel clima attuale contano come messaggi di deterrenza e capacità industriale, più che come novità dottrinale. È la grammatica della potenza.
Un nuovo incontro Trump–Putin è ancora possibile? Non a breve. Dopo Alaska e i giorni di trattative su Budapest, la tabella si è svuotata: la Casa Bianca ha parlato di assenza di piani nell’immediato e il Cremlino ha richiamato a una preparazione sostanziale. In mezzo, telefonate fra Lavrov e Rubio senza sbocchi. La diplomazia, per ora, accumula ipotesi più che date certe. Il calendario resta aperto.
I missili Tomahawk finiranno davvero in Ucraina? Al momento non c’è un via libera. Analisi e fonti statunitensi indicano che la cessione è improbabile per esigenze della Marina USA e timore d’escalation, sebbene se ne discuta in sede politica. Putin ha avvertito che sarebbe una “nuova soglia” del conflitto; altri suggeriscono strade alternative come i Taurus tedeschi. Il dossier resta in bilico.
Che cosa cambia davvero se si rompesse la moratoria dei test esplosivi? Si aprirebbe una fase di instabilità: decadrebbe un tabù che, pur senza piena entrata in vigore del CTBT, ha retto per decenni. Gli esperti avvertono che un test potrebbe innescarne altri in catena, svuotando gli ultimi regimi di controllo come il New START in scadenza nel 2026 e trascinando le potenze verso nuove corse qualitative. È il rischio più temuto.
Un filo teso tra deterrenza e responsabilità
Queste settimane ci consegnano una scena quasi teatrale: annunci calibrati al millimetro, test che parlano ai radar più che alle piazze, incontri evocati e poi rimandati. Nel rumore di fondo, il dato che conta è la tenuta del limite: nessuna esplosione, fin qui. Se la politica vorrà riprendersi il centro del palco, dovrà farlo prima che la retorica prenda il sopravvento sulla prudenza. È lì che rinasce il nostro mestiere: raccontare, verificare, pretendere chiarezza.
