Al Museo e Real Bosco di Capodimonte si apre “Sogno mediterraneo. Sergio Vacchi”, un tributo che, a cent’anni dalla nascita, ripercorre la traiettoria del grande artista con opere dal 1959 al 2006. Un percorso costruito con la Fondazione Vacchi, pensato per riannodare fili, memorie e sguardi sul Mediterraneo.
Sogno mediterraneo a Capodimonte
Il progetto espositivo abita il primo piano della reggia borbonica, là dove i cartoni di Michelangelo e Raffaello dialogano con un patrimonio che comprende Mantegna, Tiziano, Brueghel e i maestri emiliani del Seicento. In questo contesto di altissima storia visiva, le tele di Sergio Vacchi accendono un contrappunto contemporaneo, intensificando il confronto tra passato e presente. La collocazione non è neutra: immersa tra capisaldi della tradizione, l’opera di Vacchi rilancia un confronto con il linguaggio del nostro tempo, chiamando il pubblico a un’attenzione nuova, critica ed emozionale.
A sessant’anni dal debutto napoletano, il Museo e Real Bosco di Capodimonte gli dedica un omaggio incisivo, con lavori selezionati insieme alla Fondazione Vacchi. La scelta curatoriale mette a fuoco la spinta inventiva di un autore capace di bruciare le etichette. La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Forma, aperto da un saggio di Eike Schmidt sul periodo 1965-1967, che riattiva una stagione decisiva per il dialogo tra l’artista e Napoli, con lo sguardo rivolto alla vitalità sperimentale di oggi.
Napoli, crocevia contemporaneo e le ricorrenze del 2025
Nel 2025 Napoli celebra i 2500 anni dalla sua fondazione: una ricorrenza che rilancia il profilo di una città aperta, cosmopolita, capace di proporsi come piattaforma del Mediterraneo. Dentro questa cornice, “Sogno mediterraneo” diventa occasione per tornare su capitoli fondamentali della vita culturale partenopea del Novecento. L’itinerario racconta come la visione di Vacchi, intrisa di storia, mito e tensione civile, abbia saputo incrociare un contesto pronto a mettersi in discussione, facendo emergere una trama di relazioni estetiche e intellettuali che ancora oggi risuonano.
La mostra, concentrata ma rigorosa, richiama il momento in cui la città scelse di rischiare e cambiare passo, uscendo da antiche egemonie per posizionarsi al centro del dibattito internazionale. In questo clima, l’arrivo di Sergio Vacchi incontrò un ambiente propulsivo e ricettivo verso una pittura insieme colta, visionaria ed esistenziale. Rimettere a fuoco quel tornante storico significa restituire al presente un’eredità viva, che sa parlare con forza alla sensibilità di oggi.
Gli esordi partenopei
Il legame con Napoli si cristallizza nel 1965, anno-chiave per la città e per l’artista. In quella stagione, alla Galleria “Il Centro”, Vacchi presenta “Adamo ed Eva in Italia”, ciclo che segna il ritorno al figurativo. Ne emerge una lingua personale, non riconducibile a scuole, nutrita da richiami storici e mitologici. L’anno successivo, il 1966, lo vede protagonista alla Galleria San Carlo, consolidando una presenza che dialoga con la trasformazione del sistema dell’arte cittadino e ne intercetta le energie più vive.
Quello stesso 1965 è anche l’avvio dell’intensa attività di promozione dell’arte contemporanea di Marcello Rumma e l’apertura della Modern Art Agency di Lucio Amelio. Un orizzonte che la memoria recente ha riletto nel 2019 al Museo Madre, con la collettiva “I sei anni di Marcello Rumma 1965-1970”, dove è stato presentato il dipinto “Eva Imperiale” (1965) di Vacchi. Il percorso attuale a Capodimonte riprende quella trama, restituendo la continuità di un dialogo mai interrotto.
Opere in mostra: temi, visioni, presagi
Le sei tele di grande formato sono legate con consapevolezza alla realtà fisica e storica partenopea. “Primo memoriale organico” (1959) aggredisce lo sguardo con una materia corposa, drammatica: la pittura si fa massa vulcanica, come se scendesse nelle viscere del Vesuvio e ne toccasse il bruciore prima della deflagrazione. In “Per un volto del paesaggio” (1962) domina il sole, mentre l’unico essere vivente è un grande volatile, compatto, quasi un gabbiano: una presenza ironica e inquieta che taglia l’orizzonte e suscita domande sulla natura stessa dello sguardo.
L’archeologia, il mare e la memoria del territorio entrano in “La telefonata di marmo” (1966) e “L’amante di Federico II di Hohenstaufen” (1966), dove Vacchi allude con raffinata ironia a una eleganza che attraversa arti, mestieri e architetture del Golfo. Con “Iter itineris secondo” (2005), ormai oltre gli ottant’anni, l’artista mette in scena un gregge velato di rosso, agnelli dalle orecchie sinistre che si librano su un paesaggio costiero spoglio; un piccolo tempio greco, lontano come un balocco, evoca glorie frante, mentre due fenditure di luce bianca, simili ad ali, insinuano una speranza. “Della Melancholia Seconda” chiude con un interno spalancato, quasi svuotato, tributo limpido all’ultima cena leonardesca, tra apparizioni animalesche e una mano centrale con dito rivolto verso l’alto.
Tra collezionisti e capolavori
La stagione napoletana si intreccia con il collezionismo di Sophia Loren e Carlo Ponti, estimatori affezionati che hanno riunito oltre cento opere di Vacchi. Già la rassegna del 1965 presentava numerosi lavori provenienti dalla loro raccolta. Pochi mesi più tardi, la coppia acquisisce “Morte di Federico II di Hohenstaufen – Notturno italiano” (1966), monumentale tela larga quattro metri. Dello stesso ciclo su Federico II proviene “La telefonata di marmo”, presente in mostra, che condensa uno spirito ermetico e fantastico capace di restare impresso nella memoria.
Il racconto espositivo e il catalogo, edito da Forma, ricordano anche un’immagine diventata icona: la fotografia di Dan Forer (1967) che ritrae Sophia Loren nella sua casa, accanto a uno dei ritratti realizzati da Vacchi. Più che un dettaglio biografico, è un tassello di una storia di sguardi, fiducia e militanza culturale. La complicità tra artista e collezionisti illumina una stagione in cui Napoli sceglie di misurarsi con l’arte del proprio tempo.
Una figura del Novecento tra informale, naturalismo e una lingua tutta sua
Cento anni fa nasceva a Castenaso, Bologna (1º aprile 1925), Sergio Vacchi, scomparso a Siena il 15 gennaio 2016: tra i protagonisti più originali del Novecento italiano. Dall’informale e dal naturalismo approda a un lessico totalmente personale, refrattario a ogni incasellamento, nutrito di riferimenti storici, mitologici e sociali. La sua pittura, rigorosa e febbrile, attraversa i decenni come un pensiero in atto, che scava nella memoria e la restituisce in immagini dense, allusive, taglienti.
Questo omaggio a Capodimonte, principale tributo italiano per il centenario, intende riaffermarne il legame con la città. La selezione, concordata con la Fondazione Vacchi, mette in campo la forza di un immaginario che ha spesso anticipato il proprio tempo e che oggi, nella Napoli delle celebrazioni e della rinascita culturale, ritrova interlocutori attenti. Ogni tela è un invito a sostare, a misurarsi con la complessità di un artista che ha scelto di sfidare le categorie per restituire la verità della visione.
Voci dal presente: il pensiero della Fondazione e di Eike Schmidt
Nel suo saggio, Eike Schmidt riattiva l’energia della stagione 1965: la città che si apre, rischia, innova; la fine di una lunga egemonia ottocentesca; il salto verso una centralità nell’arte contemporanea. In questo clima, l’arrivo di Sergio Vacchi appare naturale: una pittura colta e visionaria che trova in Napoli la cassa di risonanza ideale. Centrale è l’incontro con Carlo Ponti e Sophia Loren, cui si deve una delle raccolte più significative d’Europa. La mostra a Capodimonte presenta, per la prima volta al pubblico del museo, una scelta di opere dei decenni successivi, restituendo il profilo di un autentico “poeta delle immagini”.
“Questa mostra rappresenta un traguardo”, afferma la presidente della Fondazione Vacchi, Marilena Graniti Vacchi, convinta che Sogno mediterraneo sveli un mondo intriso di storia, memoria, profezia e mistero: un gioco di specchi tra psiche e segreti celati negli oggetti quotidiani. La figura di Federico II attraversa un intero ciclo, riaffermando la cultura millenaria della città e il suo ruolo di crocevia dell’arte contemporanea. Napoli e Vacchi si ritrovano qui, legati da una medesima, audace identità: l’occasione per riscoprire la modernità del suo linguaggio e la complessità di una forza poetica che continua a parlare al presente.
