Tra la fine dell’adolescenza e l’inizio della vita adulta, la cura può allentarsi fino a rompersi. È in questo passaggio che, troppo spesso, i ragazzi più fragili scompaiono dai percorsi terapeutici, mentre famiglie e clinici cercano appigli per non lasciarli andare. È qui che la psichiatria italiana chiede un cambio di passo, concreto e misurabile.
Una linea che si spezza a 18 anni
La soglia dei 18 anni è un confine amministrativo che non coincide con la maturità clinica ed emotiva. Eppure, alla maggiore età, l’accesso alla Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza si interrompe e il giovane deve rivolgersi ai servizi per adulti. Il risultato è una “terra di mezzo” in cui, secondo l’allarme lanciato dagli psichiatri, un paziente su due finisce per abbandonare le cure, proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di continuità. Lo hanno rimarcato gli specialisti riuniti a Bari, dove il Congresso nazionale della Società Italiana di Psichiatria ha acceso i riflettori su una transizione descritta come brusca, disordinata, alienante. La stima del 50% di drop-out e le preoccupazioni sulla discontinuità sono state riportate da diverse testate che hanno rilanciato gli interventi scientifici della giornata inaugurale del congresso, con particolare attenzione alla fase 17-25 anni.
“Non si diventa adulti all’improvviso”, ricordano gli esperti: servono percorsi personalizzati e continui che accompagnino il ragazzo e la sua famiglia oltre la soglia anagrafica. Nel frattempo, i servizi NPIA restano istituzionalmente dedicati alla fascia 0-18 anni, inclusi i centri diurni, come chiariscono le indicazioni operative diffuse da aziende sanitarie e strutture accreditate sul territorio, con il rischio che la presa in carico decada per una mera ragione di età. Proprio questa frattura organizzativa è tra le criticità più citate dagli psichiatri insieme alla carenza di personale e alla formazione non omogenea degli operatori sulla transizione.
Dove si perdono i ragazzi: i numeri che pesano davvero
La letteratura offre una misura impietosa: in un’analisi del progetto europeo MILESTONE, pubblicata su BMJ Mental Health, l’Italia risulta il Paese con la quota più bassa di passaggi effettivi ai servizi per adulti, appena il 12%. In altri termini, la stragrande maggioranza dei ragazzi non completa la transizione, con esiti sanitari e sociali incerti. Il quadro europeo, inoltre, documenta che una parte non trascurabile dei giovani con bisogno clinico non riceve alcun invio ai servizi per adulti; le revisioni indicano percentuali di transizione complessiva attorno a un quarto dei casi, a conferma di un vulnus sistemico.
Se si guarda a condizioni specifiche, come l’ADHD, le indagini italiane confermano che la transizione raramente è un percorso lineare: uno studio osservazionale ha rilevato che solo una minoranza dei giovani entra davvero in carico ai servizi per l’età adulta, con esiti che, quando positivi, si fermano intorno a una piccola frazione dei casi valutati. Sono dati che spingono a chiedere procedure condivise, momenti di cura parallela tra NPIA e servizi adulti e strumenti essenziali di coordinamento.
Bari, un cantiere aperto sull’agenda 2030
Nel capoluogo pugliese, dal 5 all’8 novembre 2025, il congresso nazionale ha messo al centro il tema “Psichiatria agenda 2030: complessità, cambiamento, sostenibilità”, con l’obiettivo dichiarato di preparare i professionisti alle sfide dei prossimi decenni. L’evento, ospitato alla Fiera del Levante, ha impostato il dibattito tra evoluzione scientifica e ricadute operative, richiamando l’urgenza di percorsi che tengano uniti ospedale, territorio, servizi sociali e scuola, senza buchi nella presa in carico.
Nel confronto, gli psichiatri hanno descritto l’effetto “strappo” che molti giovani sperimentano al passaggio di età: famiglie disorientate, tempi di attesa, criteri rigidi di accesso e, per alcuni, il rischio concreto di finire ai margini. Gli interventi hanno richiamato gli esiti più temuti quando la cura si interrompe: abbandono scolastico, maggiore vulnerabilità alle dipendenze, marginalizzazione. Sono parole e quadri clinici che gli addetti ai lavori conoscono bene e che hanno motivato una richiesta di standard nazionali davvero applicabili, non solo enunciati.
Tre mosse per non lasciare indietro nessuno
La Società Italiana di Psichiatria ha indicato tre linee d’azione da rendere operative in tempi rapidi. Primo: servizi dedicati alla transizione, multidisciplinari e multiprofessionali, a bassa soglia, pensati specificamente per adolescenti e giovani adulti, con orari e accessi compatibili con scuola, università e lavoro. Secondo: linee guida nazionali condivise, con criteri di accreditamento che garantiscano standard omogenei e misurabili. Terzo: una formazione integrata tra NPIA e psichiatria dell’adulto, così che il passaggio non sia un salto nel vuoto ma un continuum assistenziale.
Si tratta di scelte che puntano a trasformare un sistema reattivo in un sistema proattivo e preventivo, dove l’invio non coincide con la fine della relazione terapeutica ma con l’avvio di una fase di cura parallela, costruita insieme tra servizi. In questa prospettiva, la formalizzazione di protocolli comuni – dalla condivisione delle informazioni cliniche alle visite congiunte – diventa il perno per mantenere ingaggiato il paziente lungo la soglia dei 18-25 anni, quella in cui si gioca gran parte del destino clinico.
Ostacoli strutturali, risposte possibili
Gli addetti ai lavori non scaricano la responsabilità solo sulla norma: pesano carenza di personale, turn over, difficoltà a reperire competenze specifiche per l’età di transizione, oltre a criteri di accesso disallineati tra territori. L’età evolutiva, poi, ha tempi e bisogni che non si piegano ai calendari istituzionali. Il Ministero richiama da anni la necessità di percorsi longitudinali e trasversali, continui e multiprofessionali, come indicano le Linee di indirizzo 2019 per i disturbi neuropsichici dell’infanzia e dell’adolescenza, ma la pratica quotidiana chiede un’accelerazione nella messa a terra.
Il dato che più interroga è che tre quarti dei disturbi mentali esordiscono prima dei 25 anni, con circa la metà che emerge già in età scolare. È un fatto ribadito anche dal Ministro della Salute Orazio Schillaci in eventi pubblici del 2025, insieme alle misure per sostenere il benessere psicologico degli studenti. Se la gran parte delle traiettorie si avvia entro i 24-25 anni, allora proprio lì va concentrata la rete di protezione, senza lasciare interruzioni tra un servizio e l’altro.
Il prezzo della discontinuità: clinica, scuola, comunità
Quando il passaggio si spezza, gli esiti non riguardano solo le cartelle cliniche. L’abbandono terapeutico si traduce in ricadute che toccano scuola, lavoro, relazioni. L’aumento del rischio di uso di sostanze, l’uscita precoce dai percorsi formativi e la solitudine di chi non trova più il proprio punto di riferimento sanitario sono effetti che i clinici vedono ogni giorno. Gli interventi presentati a Bari hanno cercato di portare questa realtà fuori dalle aule, dentro l’agenda delle decisioni.
Alcuni studi europei mostrano inoltre che, nel momento in cui si oltrepassa il confine dei servizi pediatrici, l’intensità del supporto tende a ridursi per tutti, indipendentemente dal bisogno clinico, con i ragazzi italiani particolarmente esposti al rischio di “cadere tra gli ingranaggi”. È un campanello d’allarme che invita a costruire alternative per chi non supera le soglie degli adulti ma necessita comunque di accompagnamento, senza medicalizzare ciò che non serve e senza lasciare soli i più vulnerabili.
Domande che ci vengono poste spesso
Perché tanti ragazzi interrompono la cura proprio a 18 anni? Perché la maggiore età coincide con un cambio di porta d’ingresso: i servizi NPIA (0-18) cessano la presa in carico e i giovani devono accedere alla psichiatria per adulti, con criteri, orari e modalità diverse. Senza un corridoio condiviso, molti si disorientano e si allontanano. Le testimonianze cliniche e gli studi europei, inclusi i dati del progetto MILESTONE, mostrano quanto questa frattura pesi sui tassi di continuità.
Esistono modelli efficaci per rendere il passaggio più sicuro? Sì: le buone pratiche prevedono preparazione anticipata, valutazioni congiunte tra NPIA e servizi per adulti, periodi di cura parallela, protocolli chiari per lo scambio di informazioni e un unico referente per il ragazzo e la famiglia. Le revisioni internazionali evidenziano che quando questi elementi ci sono, la probabilità di transizione riuscita aumenta e la dispersione si riduce sensibilmente.
Quali priorità indicano oggi gli psichiatri italiani? Attivare servizi dedicati alla transizione a bassa soglia, definire linee guida nazionali con criteri di accreditamento omogenei e costruire una formazione integrata tra neuropsichiatria infantile e psichiatria dell’adulto. È un trittico che mira a passare dalla reazione all’azione, mettendo al centro presa in carico, continuità e sostegno alle famiglie.
Uno sforzo collettivo, adesso
La transizione non è un dettaglio di organizzazione: è il tratto in cui si decide se un giovane resterà in cura o se scivolerà via. Il racconto di Bari ha dato una direzione chiara: rendere strutturale ciò che oggi dipende dalla buona volontà dei singoli, con servizi pensati per l’età di mezzo, standard verificabili e responsabilità condivise. È in gioco la fiducia dei ragazzi nella cura, e con essa la loro traiettoria di vita.
Nel nostro mestiere guardiamo ai fatti, ma non dimentichiamo gli sguardi. In quelle stanze, quando la cura regge, cambia il modo in cui un ragazzo attraversa il mondo. Per questo continuiamo a chiedere scelte misurabili e rapide: perché la linea dei 18 anni diventi un ponte, non un punto di non ritorno.
