Una sala attenta, un silenzio denso, una frase che taglia l’aria: così Massimo Cacciari ha portato alla Biennale la sua lectio “La morte dello jus belli”, trasformando un incontro in un esame di coscienza collettivo su guerra, diritto e futuro dell’Europa. Parole dure, necessarie, che chiedono di essere ascoltate fino in fondo.
Una lezione che pretende responsabilità
Non è stata una semplice conferenza. È apparso, piuttosto, un atto civile: la parola che si assume il peso di dire l’indicibile. In apertura, la cornice della Biennale della Parola ha riportato la discussione al suo nocciolo: il linguaggio come luogo del vero, non dell’invettiva. Nel tardo pomeriggio di giovedì 6 novembre 2025, la lectio ha riunito voci diverse per interrogare una stessa ferita. Programmata nell’ambito dei Progetti Speciali dell’Archivio Storico, l’appuntamento ha chiamato il pubblico a misurarsi con la domanda che brucia: cosa resta del diritto quando la guerra si fa totale? La Biennale ha posto la materia sul tavolo con chiarezza di calendario e di intenti, rendendo questa tappa un passaggio obbligato nel suo percorso autunnale.
Nell’intreccio tra analisi politica e diagnosi morale, Cacciari ha sostenuto un punto netto: la guerra contemporanea tende a cancellare distinzioni che, per secoli, hanno retto la civiltà europea. Il confine tra militari e civili, tra lecito e illecito, tra conflitto e sterminio, si slabbrano fino a confondersi. L’illusione che “dopo” tutto torni come “prima” è, per il filosofo, un autoinganno pericoloso: quando si abbattono i principi, si perde la casa comune. È a partire da questa consapevolezza che la lectio ha chiesto un’assunzione di responsabilità, personale e collettiva, senza sconti.
La rottura del diritto in guerra
Il cuore della riflessione tocca il jus in bello, cioè il diritto che regola i comportamenti in guerra. Nel suo nucleo più semplice – e più esigente – sta il principio di distinzione: separare sempre civili e combattenti, obiettivi militari e beni civili; dirigere gli attacchi solo contro i primi, proteggendo i secondi. È l’asse portante del diritto internazionale umanitario, riaffermato nei Protocolli aggiuntivi del 1977 alle Convenzioni di Ginevra. La domanda, oggi, è se questa architettura regga ancora quando i combattimenti entrano nelle città e ogni strada diventa un fronte. Lo dicono da anni documenti e sintesi dell’ICRC, che richiamano con forza distinzione, proporzionalità e precauzione.
L’esperienza recente di tanti teatri – dalle metropoli assediate ai quartieri sventrati – mostra l’effetto degli esplosivi ad ampio raggio nelle aree popolate: ordigni che, per natura e raggio d’azione, generano un rischio altissimo di colpire chi non combatte. L’ICRC insiste: evitarne l’uso in città riduce radicalmente la sofferenza dei civili; quando se ne fa ricorso, le violazioni del diritto diventano più probabili. Qui il punto è tecnico e morale insieme: non basta avere una regola se l’ambiente di guerra la rende quasi inapplicabile. Il lavoro di ricerca e le prese di posizione pubbliche degli ultimi anni offrono un quadro coerente di allarme e proposte operative.
Dentro questo scenario, l’analisi del filosofo colpisce per la sua lucidità: quando si combatte fra case, scuole, ospedali, quando gli obiettivi militari e la popolazione si sovrappongono nello stesso isolato, tenere in vita le vecchie garanzie diventa un compito quasi impossibile. Ma “quasi impossibile” non è “superfluo”: è proprio lì che il diritto mostra la sua natura di argine, fragile eppure indispensabile. Se salta quel diaframma, l’Europa smarrisce la propria lingua giuridica e, con essa, la fiducia nella sua stessa idea di civiltà.
Kant, Jünger: due libri che parlano al presente
Per misurare questa crisi, Cacciari ha scelto due riferimenti che non hanno perso intensità. Il primo è Immanuel Kant con “Per la pace perpetua” (Zum ewigen Frieden, 1795): un progetto politico-morale che indica condizioni e doveri per fondare una convivenza stabile. Lì compaiono principi come la rinuncia alla guerra preventiva, la repubblicanizzazione degli ordinamenti, l’idea di una federazione di Stati liberi capace di regolare i conflitti. Non un’utopia evasiva, ma una bussola che ancora oggi interroga istituzioni e coscienze quando la tentazione dell’eccezione permanente sembra prevalere.
Il secondo è Ernst Jünger con “La pace. Una parola ai giovani d’Europa e ai giovani del mondo”, testo concepito negli anni della catastrofe mondiale e riproposto in edizioni recenti. In quelle pagine, il pensatore tedesco fa i conti con la distruzione totale e chiede una pace all’altezza delle rovine lasciate dalla violenza di massa. Non si tratta di un manifesto buonista, ma del riconoscimento che la tecnica e la mobilitazione totale hanno trasformato il conflitto in una prova radicale per l’umano, chiamato a un salto di responsabilità.
La cornice della Biennale: parola, memoria, dissenso
La serata si iscrive nel più ampio percorso dell’Archivio Storico della Biennale, che ha avviato un ciclo di appuntamenti dedicati a guerre e pace e, nelle settimane successive, a traiettorie musicali di ricerca. Al di là del calendario, la direzione è culturale e civile: fare della parola un luogo dove tornare a chiamare le cose con il loro nome. In questo solco, il presidente Pietrangelo Buttafuoco – alla guida della Fondazione dal marzo 2024 – ha ribadito la vocazione a custodire la complessità, mantenendo aperto lo spazio del confronto.
Nel saluto iniziale, la memoria di figure come Giorgio La Pira e Pio La Torre è stata evocata come misura di un Paese capace, un tempo, di unire fede, impegno civile e politica del dialogo. Un richiamo che suona anche come critica all’impoverimento del dibattito pubblico, dove la semplificazione spesso zittisce la complessità. La Biennale, qui, sceglie il rischio della parola che ragiona, contro gli automatismi dello slogan: una postura culturale, prima che organizzativa, che dà senso all’intero progetto della serata.
Il patriarca e la pace che nasce dal cuore
La riflessione del patriarca Francesco Moraglia ha aggiunto un tassello decisivo: le norme, da sole, non bastano se manca il “pilota” interiore. La pace – ha osservato – non è l’effetto meccanico di un enunciato legale, ma un cammino che chiede libertà responsabile, capacità di nominare il male e di disinnescare quelle “strutture di peccato” che travestono l’ingiustizia. È una visione antropologica esigente: senza un lavoro spirituale e morale, lo Stato limita, ma non rigenera. Parole che, ascoltate nel loro peso, riconducono il discorso all’uomo prima che all’ordinamento.
Non è un tema nuovo nelle uscite pubbliche di Moraglia, che anche nei mesi scorsi ha ribadito come la pace non coincida con il pacifismo di maniera, ma poggi sulla verità, sulla giustizia e su uno sviluppo condiviso. È un invito a non confondere gli strumenti con il fine: la legge tutela, ma senza una coscienza capace di scegliere il bene, ogni norma si svuota. Il punto, allora, non è opporre morale e diritto, bensì riconoscere che l’una alimenta l’altro o lo lascia inaridire.
Gaza e Ucraina: la guerra che abita le città
La cronaca recente rende concretissima la diagnosi ascoltata in sala. A Gaza, la spirale del conflitto esplosa nell’ottobre 2023 ha colpito spietatamente la popolazione. Secondo gli aggiornamenti delle Nazioni Unite, che riportano i dati del Ministero della Salute di Gaza, a fine marzo 2025 i morti superavano quota 50.000, con infrastrutture essenziali devastate. Durante l’estate 2025 le stime citate in sedi internazionali hanno parlato di un bilancio superiore ai 60.000, mentre l’OHCHR ha denunciato anche le vittime nei pressi dei punti di distribuzione degli aiuti. Il filo rosso è l’uso di esplosivi in aree densamente popolate, con conseguenze diffuse e durature.
In Ucraina, i rapporti mensili della Missione ONU per il Monitoraggio dei Diritti Umani hanno registrato fra il 2025 livelli di vittime civili non visti da anni, con un aumento segnato dall’uso combinato di droni, missili e bombe aeree, spesso lontano dalla linea del fronte. I dati di giugno, luglio e ottobre 2025 fotografano un quadro in peggioramento, con attacchi che hanno colpito città grandi e piccole, ospedali e servizi essenziali. È il volto della guerra che abita le strade, mette in crisi la distinzione fra obiettivi e contesto, e spinge il diritto al suo limite operativo.
Domande che bruciano
Cosa significa davvero “morte dello jus belli” nella lettura proposta da Cacciari? Significa riconoscere che l’ossatura del diritto di guerra – la famiglia di norme che un tempo imponeva limiti condivisi – oggi appare corrosa dal conflitto totale. Non è una tesi legalistica, ma un allarme di realtà: quando il teatro è urbano e la guerra ingloba i civili come “nemico” diffuso, il jus in bello si incrina. Proprio per questo i cardini di IHL – distinzione, proporzionalità, precauzione – devono essere rilanciati con politiche, addestramenti e scelte operative coerenti, come ricordano sintesi e linee guida dell’ICRC.
Qual è il ruolo dell’Europa nel quadro evocato dalla lectio? L’Europa viene chiamata alla sua identità giuridica e morale: la tradizione che ha scritto Convenzioni e Protocolli non può accontentarsi di un “dopo” fatto di rimozione. Serve ripensare la propria autorità normativa e diplomatica, sostenendo il diritto internazionale umanitario nei teatri in fiamme e nelle dottrine militari degli alleati, in coerenza con i principi che ne fondano la civiltà. È un compito scomodo, ma è il banco di prova della credibilità europea quando il conflitto piega la grammatica della distinzione.
Perché richiamare proprio Kant e Jünger in un’analisi sulla guerra di oggi? Perché offrono due strade complementari. Kant indica l’orizzonte di una pace istituzionale, repubblicana e federale, una mappa che ancora orienta. Jünger, dal cuore della distruzione, obbliga a guardare il volto tecnologico e assoluto della guerra novecentesca, così simile per logiche alla guerra odierna. Metterli in dialogo significa ammettere che servono insieme visione normativa e realismo storico, per non ridurre il diritto a formula retorica o a strumento impotente.
Che cosa resta, allora, alla generazione più giovane a cui la lectio affida l’ultima parola? Resta un compito che sembra superiore alle forze e, proprio per questo, è decisivo: ricostruire tessuto umano e sociale perché il diritto torni praticabile, non soltanto proclamato. Questo vuol dire educazione alla distinzione, cultura delle regole, difesa della parola pubblica e rifiuto della semplificazione che trasforma chiunque in bersaglio. In concreto: partecipare, studiare, testimoniare, pretendere trasparenza dai decisori e umanità dalle dottrine militari, là dove la guerra minaccia di divorare il senso stesso di comunità.
Restare all’altezza del diritto
Al termine, resta negli occhi l’immagine di una sala che esce in silenzio, non per timore ma per rispetto. Cacciari ha messo a nudo una verità scomoda: se abdichiamo ai principi che ci hanno portato fin qui, non ci sarà “ritorno alla normalità”. La speranza – ha lasciato intendere – non è un sentimento leggero, ma una scelta che pretende fatica: saper guardare il dolore senza trasformarlo in assuefazione, rammendare il senso della legge mentre tutto spinge al cinismo. È un compito difficile, ma non delegabile.
Noi scegliamo di restare su questo crinale: raccontare la realtà senza sconti e difendere il valore della parola come primo gesto di cura del diritto. La serata veneziana non ha offerto consolazioni; ha offerto, più onestamente, criteri. E, con essi, una responsabilità: continuare a pensare e a pretendere che la distinzione tra chi combatte e chi non combatte non diventi un reperto del passato. Perché da quella distinzione dipende non solo la legalità del conflitto, ma la possibilità stessa di chiamarci umani.
