L’arresto a Tripoli di Osama Njeem Almasri riapre un dossier che intreccia giustizia internazionale, diplomazia e politica italiana. Una nota riservata della Procura libica del 20 gennaio 2025, inviata a Roma, rivendica la giurisdizione nazionale sui presunti crimini contestati. Dentro quelle righe c’è la chiave di una contesa che ora torna a bruciare, insieme alle domande su responsabilità e cooperazione.
La nota che rivendica la giurisdizione libica
La comunicazione firmata dal Procuratore generale Al‑Siddiq Al‑Sour e indirizzata alla Corte d’Appello di Roma sostiene che i fatti attribuiti ad Almasri rientrino nella giurisdizione di Tripoli, perché la magistratura nazionale ha avviato indagini autonome su torture, detenzioni arbitrarie e decessi in custodia. Nella nota si contesta inoltre alla Corte penale internazionale di non aver attivato formali canali di cooperazione con l’ufficio libico, richiamando il principio di complementarità dello Statuto di Roma. Un passaggio che sposta l’asse del confronto dal “chi ha ragione” al “chi sta procedendo davvero”.
Il documento, datato 20 gennaio 2025, elenca indagini aperte dal 2016 su episodi che vanno dal 2011 alle denunce più recenti, e colloca Osama al‑Misri Ahbish Njeim anche nel quadro degli scontri del 14 agosto 2023 a sud di Tripoli. La Procura sostiene di disporre del mandato per raccogliere prove e scandire le tempistiche delle procedure, rivendicando la titolarità di reati come tortura e crimini contro l’umanità. La parola “giurisdizione” diventa così un terreno concreto, non un concetto astratto.
Un arresto maturato nell’ombra delle celle
Nelle ultime ore la Procura generale libica ha disposto la detenzione preventiva di Almasri con l’accusa di aver torturato almeno dieci detenuti nella principale struttura di Tripoli e di aver causato la morte di uno di loro. L’ufficio del Procuratore riferisce di interrogatori e nuovi riscontri probatori, ricordando che a luglio era stata chiesta assistenza alla Corte penale internazionale per acquisire elementi utili. Il fascicolo nazionale, già aperto, assorbe così il caso in un percorso giudiziario interno che promette sviluppi rapidi.
La dinamica contestata si innesta nella storia del complesso detentivo di Mitiga, divenuto negli anni il simbolo delle violazioni denunciate da vittime e ong. Le autorità libiche parlano oggi di prove sufficienti per l’incriminazione e confermano la custodia in attesa di giudizio. Una stretta che, sul piano giudiziario, sembra segnare il passaggio da una stagione di accuse diffuse a una responsabilità personale messa a verbale.
Dalle manette di Torino al volo di Stato: la sequenza italiana
Il 18 gennaio 2025 la Cpi emette un mandato d’arresto; tra il 19 e il 21 gennaio Almasri viene fermato a Torino, poi scarcerato per un vizio procedurale e rimpatriato con un volo governativo. A Tripoli riceve un’accoglienza celebrativa, mentre in Italia esplode la polemica: le opposizioni accusano l’esecutivo, i giudici dell’Aja richiamano gli obblighi di cooperazione, il Guardasigilli Carlo Nordio contesta incongruenze iniziali nel mandato poi corrette. Quel viaggio di ritorno, in poche ore, diventa un caso di Stato.
La vicenda genera un’indagine del Tribunale dei ministri. Ad agosto 2025 la premier Giorgia Meloni comunica di non essere più indagata; a ottobre la Camera nega l’autorizzazione a procedere nei confronti di Nordio, Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano, e il Tribunale archivia. Nel frattempo la Cpi contesta formalmente l’inadempienza italiana e fissa termini per chiarimenti; a fine ottobre il governo annuncia la revisione delle procedure di cooperazione. Un percorso istituzionale tortuoso, che lascia tuttavia un punto fermo: la necessità di regole più chiare.
Dopo l’uccisione di Gheniwa, Tripoli non è più la stessa
La morte del leader dell’Ssa Abdelghani “Gheniwa” al‑Kikli, ucciso il 12 maggio 2025, scatena ore di combattimenti a Tripoli. Le brigate 444 e 111, vicine al premier Abdulhamid Dbeibah, strappano territorio all’Ssa; il governo ordina lo smantellamento delle formazioni “irregolari” e la città rientra faticosamente nella calma con una tregua. È il segnale di un riequilibrio: meno centri di forza, più spazio per la magistratura e le istituzioni regolari.
In quel quadro, la Rada–Special Deterrence Force perde parte del peso accumulato negli anni, anche tra annunci di dissoluzione contestati sul piano istituzionale. Decisioni e contro-decisioni testimoniano un braccio di ferro che coinvolge esecutivo, Consiglio presidenziale e apparati di sicurezza, fino alla creazione di un comitato per gli assetti militari temporanei. La cattura di figure di spicco, come Almasri, diventa così anche il prodotto di un mutato equilibrio sul terreno.
Giurisdizione, complementarità e un cortocircuito da sciogliere
La nota libica richiama l’Articolo 17 dello Statuto di Roma: un caso è inammissibile davanti alla Cpi se lo Stato che ha giurisdizione sta indagando genuinamente. La stessa architettura della Corte, del resto, poggia sulla complementarità: la giustizia internazionale interviene quando i sistemi nazionali non vogliono o non possono procedere. È un principio semplice, ma la sua applicazione pratica, specie in contesti frammentati, è tutto fuorché lineare.
Negli ultimi mesi l’ufficio del Procuratore dell’Aja ha rilanciato una politica di complementarità “collaborativa”, mentre i giudici hanno rimarcato che l’Italia non ha adempiuto agli obblighi di arresto e consegna nel gennaio 2025. L’esecutivo italiano ha replicato impegnandosi a rivedere le procedure interne. Cooperare, oggi, significa tenere insieme legalità internazionale e indagini nazionali, senza scaricare sui cavilli la sostanza dei diritti violati.
Diritti umani e carceri: la cornice che non si può ignorare
Organizzazioni come Human Rights Watch e l’Ohchr hanno documentato negli ultimi anni gravi violazioni nei centri di detenzione di Tripoli, sollecitando indagini indipendenti e accesso ai siti. Dopo gli scontri di maggio, il tema delle prigioni e della tutela dei civili è tornato urgente. Il dibattito sulla giurisdizione non può prescindere dalle persone che hanno denunciato torture, stupri e sparizioni.
Nel frattempo il procedimento contro Almasri entra in una fase in cui la prova giudiziaria sarà chiamata a reggere anche all’attenzione internazionale. La stessa Procura libica, a luglio, ha chiesto supporto all’Aja per acquisire elementi utili. Se davvero l’obiettivo è la giustizia, le istituzioni – nazionali e internazionali – dovranno far convergere gli sforzi, non disperderli.
Domande rapide per orientarsi
Chi decide dove verrà processato Osama Njeem Almasri? La scelta dipende dall’intreccio tra giurisdizione nazionale e complementarità dello Statuto di Roma. La Procura di Tripoli rivendica la titolarità e afferma di aver avviato indagini dal 2016; la Cpi, dal canto suo, ha emesso un mandato e richiesto collaborazione. Se le indagini libiche saranno ritenute genuine e capaci di garantire responsabilità, la causa potrà restare in Libia; altrimenti, si riapre il binario dell’Aja.
Cosa cambia in Italia dopo l’archiviazione per i membri del governo? Dopo il voto del 9 ottobre 2025, la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere per Nordio, Piantedosi e Mantovano, e il Tribunale dei ministri ha archiviato. La premier Meloni era già stata esclusa dall’indagine ad agosto. Resta però il capitolo internazionale: i giudici dell’Aja hanno censurato l’inadempienza italiana e l’esecutivo ha promesso di rivedere le regole di cooperazione con la Corte.
La Rada è davvero fuori gioco? Dopo l’uccisione di Gheniwa e le battaglie di maggio, il governo di Dbeibah ha annunciato la riorganizzazione della sicurezza e lo smantellamento di formazioni irregolari, con avanzate decisive della 444 e 111. Tuttavia, ordini di dissoluzione contestati e nuove strutture di coordinamento indicano che la transizione è in corso, non conclusa. L’equilibrio resta delicato e suscettibile di nuovi strappi.
Qual è oggi il ruolo della Cpi nel caso? La Corte ha emesso il mandato e richiesto all’Italia spiegazioni sul mancato arresto e sulla mancata consegna, definendo “non rispettati” gli obblighi. In parallelo, l’ufficio del Procuratore promuove una complementarità operativa con gli Stati, anche fornendo assistenza tecnica. La palla, dunque, è divisa: l’Aja monitora e supporta; la Libia deve dimostrare capacità e volontà d’indagare efficacemente.
Una pagina che chiama responsabilità, non alibi
Le storie che ci arrivano dalle celle, dalle famiglie, dagli ospedali, meritano una risposta che non si perda tra carteggi e protocolli. L’arresto di Almasri a Tripoli non è l’ultima scena di un film giudiziario, ma l’inizio di una verifica concreta: testimonianze, perizie, contraddittorio. È qui che si misura il valore delle istituzioni, in Libia e in Europa, quando la dignità offesa chiede finalmente una sentenza.
Noi raccontiamo questa vicenda con la pazienza di chi inanella fatti, non slogan: la nota della Procura libica che rivendica la giurisdizione, il labirinto romano tra mandati, scarcerazioni e autorizzazioni negate, il monito dell’Aja e l’impegno a correggere le regole, il rimescolamento delle milizie dopo Gheniwa. Se la giustizia muove davvero passi avanti, lo farà tenendo insieme memoria delle vittime e responsabilità degli Stati, senza scorciatoie.
