Una ricerca indipendente firmata da Ey-Parthenon offre, dati alla mano, un quadro dettagliato dell’impatto di Philip Morris International sull’economia europea nel periodo 2019-2023, quantificandolo in quasi 290 miliardi di euro. Numeri che, letti nel loro insieme, delineano un mosaico di investimenti, occupazione e gettito fiscale di primo piano.
Una ricaduta da quasi 290 miliardi
Il valore complessivo dell’“impronta economica” elaborata dagli analisti ammonta a 289,1 miliardi di euro. L’insieme comprende 94,1 miliardi generati direttamente dalle attività di PMI, 13,7 miliardi di valore creato per i rivenditori al dettaglio e 181,3 miliardi di entrate fiscali riversate nei bilanci nazionali. In media, sono 57 miliardi all’anno: una cifra che equivale a interi prodotti interni lordi di vari Stati membri e che conferma la portata macroeconomica dell’azienda nello spazio comunitario.
«I circa 180 miliardi di gettito fiscale – ha ricordato Bart Deckers, senior partner di Ey – costituiscono una categoria fondamentale di sostegno alle finanze pubbliche». Il manager ha presentato lo studio all’Autoworld di Bruxelles, sottolineando come l’analisi fotografi non solo la capacità di generare valore, ma anche di distribuirlo lungo tutta la filiera. Il dato fiscale, da solo, descrive il peso di una multinazionale che si interfaccia con sistemi impositivi differenti, adattandosi a normative nazionali e comunitarie senza ridurre la portata dei suoi trasferimenti agli erari.
Occupazione e filiera industriale
L’indagine attribuisce all’azienda un impatto occupazionale pari a un milione di posti di lavoro nell’arco del quinquennio. Di questi, 21.600 sono impieghi diretti, mentre il resto si distribuisce tra posizioni indirette – con un moltiplicatore di 3,74 lungo le catene di fornitura – e indotte, calcolate con un coefficiente di 1,41. A ciò si aggiungono 19,6 miliardi di euro destinati a circa 45 mila pmi europee fornitrici, fattore che irrigidisce positivamente il tessuto industriale continentale. La capacità di radicarsi in capillari reti di subfornitura rappresenta un raro esempio di cooperazione tra multinazionale e piccole imprese.
L’impegno nella catena agricola non è meno evidente: 625 milioni di euro sono stati spesi per l’acquisto di foglie di tabacco in Europa. A beneficiarne, in particolare, è stata l’agricoltura italiana con 377 milioni, seguita dalla Grecia (125,5 milioni), dalla Spagna (99 milioni) e dalla Polonia (25 milioni). I numeri raccontano un sostegno concreto alle comunità rurali, garanzia di continuità economica per coltivatori che fanno i conti con volatilità di mercato e cambiamento climatico.
Ricerca, innovazione ed esportazioni
Sul fronte dell’innovazione, PMI ha investito oltre 2,3 miliardi di euro in ricerca e sviluppo all’interno dell’Unione. Globalmente, dal 2008, le risorse destinate alla transizione verso prodotti smoke-free superano i 14 miliardi. «Vogliamo chiudere l’era della sigaretta tradizionale», ha spiegato Massimo Andolina, presidente per l’Europa, ricordando che oggi il 40 % dei ricavi netti proviene da soluzioni senza combustione prodotte in 15 dei 19 stabilimenti europei. Un cambiamento industriale che, prima ancora di essere strategia commerciale, è visione di lungo periodo.
Completano il quadro oltre 33 miliardi di euro di esportazioni dall’Unione, di cui 8,4 miliardi registrati nel solo 2023. Fondata nella prima metà dell’Ottocento e quotata al Nyse dopo lo spin-off da Altria nel 2008, l’azienda mantiene la sede legale nel Connecticut e il quartier generale a Losanna. Questo assetto consente di convogliare verso l’Europa capacità produttive che alimentano il commercio extra-UE, riaffermando la vocazione manifatturiera del continente e consolidando una presenza che intreccia finanza, innovazione e occupazione. Il dossier Ey-Parthenon suggerisce che, per il prossimo futuro, il vero banco di prova sarà proseguire su un sentiero che combina progresso scientifico e ritorno economico diffuso.
