Standing ovations e sorrisi complici hanno avvolto Vincenzo Martarello durante una serata carica di emozioni a La Playa del Medio, al Lido di Pomposa. Il maestro dei giochi pirotecnici, originario di Arquà Polesine, ha ricevuto l’omaggio alla carriera che celebra mezzo secolo di invenzioni destinate a trasformare il cielo in palcoscenico.
Il riconoscimento alla carriera
Il premio è stato consegnato durante “La Notte degli Oscar”, appuntamento ideato e curato da Franco Casoni di Starman, che ogni anno raduna artisti e professionisti dell’intrattenimento lungo il Delta del Po. Davanti a un pubblico numeroso, Casoni ha definito Martarello «il re dei fuochi d’artificio», ricordando come i suoi spettacoli abbiano emozionato platee dal Canada alla Cina, dal Brasile al Messico, passando per le principali capitali europee. Le parole del presentatore hanno trovato eco negli applausi scroscianti che hanno accompagnato la consegna di un riconoscimento simbolo di dedizione, creatività e instancabile ricerca tecnico-artistica.
A margine della premiazione, Casoni ha chiesto all’ospite d’onore di svelare la ricetta di un’esibizione capace di lasciare senza fiato. «Passione e fantasia», ha spiegato Martarello con il sorriso schietto di chi vive di polvere da sparo e musica. «Bisogna conoscere a fondo i materiali e la scenografia naturale che li accoglierà. In questo, l’Italia resta insuperata: la nostra scuola non teme imitazioni». Parole semplici, eppure dense di esperienza, pronunciate dall’uomo che quarant’anni fa ha portato innovazione negli spettacoli piromusicali e oggi continua a considerare ogni esibizione come la prima, con lo stesso entusiasmo di un giovane apprendista.
Dalla bottega di famiglia ai palcoscenici del mondo
La storia di Vincenzo, che tutti chiamano affettuosamente Renzo, affonda le radici nella piccola comunità di Arquà Polesine. Figlio di Maria “dei foghi” e di Coriolano Martarello, il futuro maestro cresce respirando l’odore acre della polvere nera e il fruscio dei missili artigianali che venivano assemblati nella bottega di famiglia. Lavorare con la madre significava imparare a rispettare il fuoco e a comprenderne la poetica potenza; ascoltare il padre voleva dire apprendere i segreti delle miscele cromatiche, perché ogni scintilla racchiude una formula alchemica capace di accendere meraviglia negli occhi di chi guarda.
Parallelamente alla vita in laboratorio, Martarello coltiva la musica: tre anni di studio di tromba classica al conservatorio Francesco Venezze di Rovigo gli insegnano ritmo, armonia e delicatezza del tempo. Quell’orecchio allenato diventerà un alleato prezioso quando, molti anni più tardi, fonderà note e luci esplosive nei suoi primi spettacoli piromusicali con esecuzioni dal vivo. Il pubblico non assisteva più soltanto a fuochi d’artificio, ma a un concerto sinestetico, in cui le melodie volteggiavano tra stelle di polvere colorata. Con quella intuizione, il ragazzo di provincia trasformò i cieli notturni in teatri effimeri dove musica e luce danzavano all’unisono.
L’innovazione che illumina il cielo
Era il 1994 quando Martarello decise di spingere ancora più in là i confini della tradizione, introducendo la pratica della dispersione delle ceneri tramite fuochi d’artificio. L’idea nacque da una richiesta particolare e si trasformò in un servizio delicato, a metà tra rito e performance artistica. Offrire l’ultimo saluto attraverso un’esplosione di colori significa intrecciare memoria e speranza, restituendo al cielo ciò che la terra ha accolto. Tale proposta, unica nel suo genere, ha trovato riconoscimento internazionale, confermando la capacità dell’artista di leggere il nostro bisogno di sacralità anche nel disegno luminoso di una scia notturna.
L’apice di questo percorso, almeno finora, arriva nel 2014 con l’invito a realizzare uno spettacolo ad Adelfia, la località pugliese considerata la meta più ambita da chi si occupa di fuochi d’artificio in Italia. Quell’esibizione, frutto di mesi di studio e prove, rafforza il mito di Martarello: migliaia di persone assistono a una coreografia di luce e suono che si imprime nella memoria collettiva. Per il pirotecnico veneto, varcare il cielo di Adelfia equivale a siglare un patto con la propria vocazione, un giuramento di fedeltà a quell’arte effimera che in pochi secondi sa raccontare l’infinito.
