Bruxelles, palazzo Charlemagne. L’ex presidente della Bce Mario Draghi ha lanciato un appello pressante: l’Europa è a un bivio e, senza una reazione corale, rischia di perdere il controllo del proprio destino economico e politico.
Una sveglia che non ammette scuse
La platea convocata da Ursula von der Leyen per celebrare il primo anniversario del rapporto sulla competitività firmato da Draghi si aspettava un bilancio, ha ricevuto una requisitoria. Con toni misurati ma taglienti, l’ex premier italiano ha rinfacciato agli Stati membri la mancanza di una risposta collettiva di fronte a difficoltà sempre più gravi. Al tempo stesso ha rimproverato le istituzioni comunitarie, colpevoli – a suo dire – di non aver usato abbastanza il proprio peso politico per obbligare le capitali a fare squadra. Il messaggio ricorrente? L’Europa non può più indugiare nei particolarismi nazionali perché ogni esitazione amplia il divario con Stati Uniti e Cina, minacciando competitività, sicurezza ed, elemento decisivo, la stessa sovranità smarrita del continente.
L’oratore ha incastonato la sua analisi in un quadro internazionale che si fa ogni giorno più selettivo. Mentre Washington riscopre i dazi più alti dai tempi della legge Smoot-Hawley e Pechino accresce il proprio vantaggio commerciale – il surplus con l’Unione è balzato di un ulteriore 20 % dal dicembre scorso – le fondamenta tradizionali della crescita europea (export ad alto valore aggiunto e mercati globali aperti) scricchiolano. Quando la diplomazia economica mostra i suoi limiti, conta la capacità di reagire con strumenti moderni, risorse comuni e tempistiche brevi, ha illustrato Draghi, ricordando come la dipendenza da tecnologie, materie prime e protezione militare altrui riduca drasticamente il margine di manovra europeo.
Dipendenze che limitano la sovranità
La fotografia scattata dall’ex banchiere centrale si sofferma innanzitutto sulle dipendenze strategiche che frenano Bruxelles ogniqualvolta dovrebbe servire gli interessi comuni. Il ricatto energetico sperimentato con il gas russo, la scarsità di terre rare estratte e raffinate quasi esclusivamente in Cina, la minaccia di dazi statunitensi che oscillano a seconda della congiuntura politica: tutti fattori che, uniti, obbligano i Ventisette a compromessi di corto respiro. Draghi ha ricordato come la politica di potenza sia tornata a dominare gli scacchieri globali; chi si presenta da semplice potenza economica e non dispone di alternative industriali o militari credibili resta inevitabilmente alla mercé di decisioni altrui.
Il paradosso, sottolinea Draghi, è che l’Unione dispone ancora di un peso economico considerevole, ma non riesce a tradurlo in influenza negoziale. L’ex presidente della Bce ha rammentato gli imbarazzi vissuti quando l’amministrazione Trump fece coincidere le trattative commerciali con questioni di difesa e con il sostegno a Kiev. Scenari di questo tipo potrebbero ripetersi se l’Europa non affranca in fretta la propria base industriale dalle catene di fornitura esterne. L’inerzia di oggi, ha avvertito, rischia di mettere a repentaglio non solo la prosperità futura, ma il controllo stesso del proprio destino politico.
Il conto degli investimenti sale vertiginosamente
Fra i passaggi più incisivi spicca l’aggiornamento delle cifre sugli investimenti necessari per colmare i ritardi tecnologici, energetici e militari. La stima prudenziale da lui formulata dodici mesi fa – 800 miliardi di euro l’anno – è ormai superata: secondo i calcoli oggi disponibili e rilanciati dalla Bce, il fabbisogno 2025-2031 sfiora i 1.200 miliardi, con un incremento del 50 %. Significativo anche il balzo della quota pubblica, passata dal 24 al 43 per cento, ossia altri 510 miliardi l’anno, conseguenza diretta dell’urgenza di finanziare sicurezza e difesa.
Il problema, ammonisce Draghi, è che lo spazio di bilancio rimane limitato. A legislazione invariata il debito dell’Unione, pur senza i nuovi investimenti, crescerebbe comunque di dieci punti di Pil entro il prossimo decennio, toccando il 93 %. E tutto ciò sulla base di previsioni di crescita più rosee di quelle reali. L’Europa si trova quindi in un circolo vizioso: servono fondi per rilanciare la competitività, ma l’eccessiva timidezza fiscale e l’assenza di strumenti comuni rischiano di paralizzare l’azione. Di qui il suo appello: «Please do something», rimasto per ora più un monito che un programma operativo.
Innovazione e intelligenza artificiale: il ritardo europeo
L’ex governatore ha poi puntato il dito sull’intelligenza artificiale, paradigma di una trasformazione che corre più veloce della regolazione e dei budget continentali. Se è vero che il tasso di adozione tra le imprese europee cresce a ritmo analogo a quello delle concorrenti americane, il divario di partenza resta enorme. Nel 2024 gli Stati Uniti hanno sfornato quaranta modelli fondativi, la Cina quindici, l’Europa appena tre. Tra le piccole e medie imprese l’uso di tecnologie IA oscilla fra il 13 e il 21 per cento, un margine insufficiente per alimentare un ecosistema d’avanguardia.
Nell’area più strategica – quella delle soluzioni costruite su proprietà intellettuale europea – il progresso è stato definito dallo stesso Draghi «minimo». Per cambiare passo occorrono regole agili e capitali abbondanti. Il cosiddetto “ventottesimo regime” normativo, pensato per facilitare la scala delle start-up oltre i confini nazionali, muove i primi passi ma incontra scetticismo nelle capitali. Il neo-istituito fondo ScaleUp Europe, l’aumento di Horizon Europe a 175 miliardi e la proposta di concentrare le risorse pubbliche su campioni di eccellenza in stile Darpa vanno nella giusta direzione, avverte Draghi, purché le decisioni siano prese da project manager esperti e non da burocrazie refrattarie al rischio.
L’energia come crocevia della competitività
Quando si parla di costi energetici, la distanza fra le due sponde dell’Atlantico diventa ancora più palpabile. I prezzi del gas in Europa restano quattro volte superiori a quelli americani, mentre le imprese pagano elettricità quasi doppia rispetto alle concorrenti degli Stati Uniti. La Commissione ha reagito sospendendo alcuni vincoli sugli aiuti di Stato e varando il Clean Industrial Deal, ma si tratta di palliativi. Finché il mercato del gas continuerà a dettare il prezzo marginale dell’elettricità e permessi, tasse e oneri resteranno elevati, la transizione verso un’economia ad alta intensità tecnologica resterà un miraggio.
Per Draghi la decarbonizzazione non è un’opzione ideologica bensì l’unico modo, a lungo termine, di assicurare indipendenza energetica. Serve però un’accelerazione drastica sugli investimenti in reti, interconnessioni e generazione pulita, inclusa la componente nucleare. A oggi, metà della capacità transfrontaliera non ha neppure un piano finanziato, e i progetti approvati impiegano oltre dieci anni a concretizzarsi, metà dei quali persi in permessi. Nell’attesa, occorrono misure rapide per dissociare il gas dal prezzo dell’elettricità e per rendere i mercati del gas più trasparenti e competitivi, superando le resistenze di chi beneficia dello status quo.
Automotive ed elettrico, una prova di maturità
L’industria dell’auto, pilastro occupazionale per oltre tredici milioni di europei, rappresenta la cartina di tornasole della strategia comunitaria. Gli obiettivi di emissione – impostati su presupposti che non reggono più – impongono un’accelerazione della rete di ricarica da qui al 2030: bisognerebbe installare infrastrutture a un ritmo da quattro a cinque volte superiore all’attuale. Intanto i modelli elettrici continentali restano costosi, l’innovazione scricchiola e le catene del valore sono ancora eccessivamente frammentate, lasciando spazio alla concorrenza asiatica.
Draghi avverte che i mesi a venire metteranno alla prova la capacità dell’Unione di allineare regolazione, infrastrutture e sostegno industriale entro una cornice coerente. Una strategia efficace dovrà integrare reti di ricarica, incentivi per l’innovazione e politiche di filiera con tempistiche stringenti, non con slogan. Solo così si potrà evitare che la transizione energetica si traduca in perdita di posti di lavoro e in ulteriore quota di mercato ceduta a chi, fuori d’Europa, abbina investimenti massicci e norme meno severe.
Strumenti per reagire in un mondo protezionista
L’ex presidente del Consiglio individua tre leve d’azione per rispondere al ritorno del protezionismo globale. Primo: un nuovo coordinamento degli aiuti di Stato. Attualmente i piani nazionali rischiano di chiudere attività entro i confini, invece di generare campioni continentali. Gli Ipcei esistenti, disegnati su base nazionale, fungono da tetto rispetto alla scala americana o asiatica. Non sorprende, quindi, che l’obiettivo di raggiungere il 20 % della produzione globale di semiconduttori entro il 2030 sembri irrealistico.
Seconda leva, gli appalti pubblici, che pesano per il 16 % del Pil europeo. Destinarne anche una frazione a fornitori continentali creerebbe domanda stabile e spingerebbe l’innovazione in settori strategici, a patto però che le procedure vengano armonizzate per evitare derive protezionistiche inefficaci. Terza leva, la politica di concorrenza: nel settore della difesa, fusioni e consolidamenti possono abbassare i costi di ricerca, eliminare duplicazioni e velocizzare l’innovazione. Negli Usa e in Cina questo processo è già realtà; l’Europa, invece, resta frammentata tra campioni nazionali. Draghi chiede quindi una revisione rapida delle linee guida sulle fusioni, con percorsi di autorizzazione rapidi.
Velocità, scala, intensità: cosa serve adesso
Draghi riconosce che la miglior soluzione istituzionale sarebbe una riforma dei trattati, ma ammette che tale percorso richiede anni che l’Europa non possiede. Di qui la proposta di utilizzare le cooperative rafforzate, coalizioni di Paesi «volenterosi» che procedano su progetti comuni, aprendo la strada a un debito comune finalizzato a iniziative che aumentino la produttività. Un’emissione congiunta non crea magia contabile, ma permette di finanziare progetti di dimensione adeguata, capaci di generare ritorni più rapidi dei costi di interesse e di ristabilire spazio fiscale.
Chiudendo il suo intervento, l’ex banchiere ha lanciato una sfida politica: abbandonare piani dal respiro vago, sostituendoli con scadenze precise e risultati misurabili. La rimozione delle barriere interne rafforzerebbe inoltre un mercato dei capitali europeo ancora frammentato, indispensabile per sostenere l’innovazione senza ricorrere solo al denaro pubblico. I cittadini, ha concluso, domandano che i loro leader alzino lo sguardo oltre le beghe quotidiane e comprendano la dimensione della sfida. Gli incontri di ottobre saranno il banco di prova: l’unità d’intenti e l’urgenza delle iniziative indicheranno se il messaggio è stato finalmente recepito.
