Le luci si sono spente nella storica Sala Matteotti e sullo schermo è comparso un interrogativo semplice e spiazzante: che cosa accadrebbe se domani l’umanità smettesse di allevare bovini? Da qui muove World Without Cows, docufilm appena presentato in Parlamento e destinato a riaccendere il confronto su cibo, ambiente ed economia.
Il documentario e la domanda che scuote il settore
Curato dai giornalisti Michelle Michael e Brandon Whitworth, il film è nato nell’alveo di Planet of Plenty, iniziativa di Alltech che mette al centro l’idea di un’agricoltura sostenibile e inclusiva. L’opera parte da un quesito apparentemente provocatorio per smontare con dati e storie tutte le semplificazioni che circondano la produzione di proteine animali. World Without Cows non prende posizioni di comodo; approfondisce l’impatto economico, ambientale e sociale della zootecnia e riflette sul concetto stesso di sicurezza alimentare, terreno su cui si misurano le scelte politiche dei prossimi anni.
Alla proiezione organizzata nella Camera dei Deputati hanno preso parte figure con competenze complementari: il deputato Fabrizio Benzoni, promotore dell’iniziativa e membro della Commissione Attività Produttive; Caterina Avanza, responsabile agricoltura di Azione nonché segretaria generale dell’intergruppo sulla zootecnia sostenibile a Bruxelles; il professor Giuseppe Pulina, ordinario di Etica e sostenibilità degli allevamenti all’Università di Sassari; e Andrea Capitani, general manager di Alltech Italia. Il loro confronto, acceso ma costruttivo, ha messo sul tavolo scenari e cifre che delineano la posta in gioco per l’intera filiera agroalimentare italiana.
Un viaggio lungo tre anni fra quaranta realtà globali
Per raccogliere materiale, la troupe ha attraversato in tre anni oltre quaranta luoghi sparsi tra continenti e culture diversissime, documentando allevamenti in montagna, progetti di agricoltura circolare nelle metropoli, comunità rurali che basano la propria sopravvivenza sui ruminanti e laboratori di ricerca impegnati a ridurre le emissioni del settore. Quel mosaico di testimonianze rende il film un affresco mondiale, dove statistiche aggiornate si mescolano a volti, gesti quotidiani e ricette tradizionali, restituendo l’immagine concreta di quanto i bovini incidano sulla salute umana, sulla nutrizione e sulla stabilità climatica.
Il montaggio alterna grafici a colori vivaci con racconti di pastori, economisti, medici e ambientalisti, così da mostrare come le stesse mucche possano essere al tempo stesso minaccia e soluzione a seconda del contesto. L’invito sotteso è a diffidare delle letture manichee: eliminare gli allevamenti senza un piano globale ridurrebbe l’offerta di proteine ad alto valore biologico, avrebbe ripercussioni sull’uso del suolo e rischierebbe di spostare le emissioni verso filiere meno efficienti, lasciando irrisolti i nodi climatici. Il documentario, insomma, chiede di ripartire da dati verificabili e scelte ponderate.
L’allarme per l’Italia: numeri che parlano chiaro
La discussione parlamentare ha evidenziato dati preoccupanti: nel 2010 l’Italia copriva con la propria produzione circa il 60% del fabbisogno interno di carne bovina, importandone il restante 40%. Oggi la situazione si è ribaltata: solo il 40% della domanda è soddisfatto dagli allevatori nazionali, mentre il 60% arriva dall’estero. A questa contrazione della produzione corrisponde una drastica riduzione delle stalle: dagli anni Ottanta ad oggi gli allevamenti sono passati da 500.374 a 121.012 unità, con un calo del 76% che sta ridisegnando non solo l’economia ma anche il paesaggio rurale.
Fabrizio Benzoni, bresciano e dunque testimone diretto di una delle province più vocate alla zootecnia, ha ricordato che «capire l’effetto di una diminuzione così rapida dei capi bovini è indispensabile per elaborare politiche che garantiscano continuità agli allevatori e sostenibilità all’intera filiera». Il deputato ha sottolineato come il depauperamento del comparto rischi di compromettere non solo la competitività, ma anche la capacità del Paese di reagire a crisi alimentari o tensioni sui mercati internazionali, fattori sempre più frequenti nell’attuale scenario geopolitico.
Europa in contrazione: la perdita del tessuto agricolo
A livello comunitario, gli indicatori confermano il medesimo declino. Caterina Avanza ha citato cifre che non lasciano spazio a interpretazioni: fra il 2010 e il 2020 sono scomparse quasi tre milioni di aziende agricole, pari a una riduzione del 24,8% del tessuto produttivo. Nel frattempo il patrimonio bovino si è contratto di circa il 30%, passando dagli oltre 105 milioni di capi degli anni Ottanta ai 74 milioni attuali. La crisi non riguarda dunque solo la dimensione locale; investe l’intero continente e rischia di aggravare la dipendenza da importazioni extracomunitarie.
Secondo Avanza, parte della responsabilità risiede nella crescente polarizzazione del dibattito sulle proteine animali, spesso alimentato da ciò che la stessa definisce «disinformazione di chi non ha mai visto nascere una bistecca». Per questo ha rivendicato l’importanza di proiezioni come quella avvenuta alla Camera e al Parlamento europeo: «è necessario che legislatori e cittadini possano confrontarsi con evidenze scientifiche e non con visioni ideologiche, se vogliamo assicurare continuità a un settore vitale per la dieta e per l’economia», ha insistito, sollecitando una governance basata su dati e non su slogan.
Voci dagli esperti per un confronto senza ideologie
Il dibattito si è poi allargato agli scenari mondiali. Andrea Capitani ha ricordato che «oggi un miliardo e trecento milioni di persone vive grazie alle attività di allevamento» e che, secondo dati FAO, entro il 2050 la richiesta globale di proteine animali crescerà del 21%. Partendo da questi numeri, il manager di Alltech ha invitato a un approccio cooperativo: «il film – ha detto – è l’occasione per promuovere soluzioni condivise all’impatto ambientale dell’allevamento, assicurando nel contempo nutrizione adeguata e opportunità economiche alle comunità più fragili».
Giuseppe Pulina, dal canto suo, ha smontato l’idea che eliminare le vacche significhi automaticamente beneficio per il clima. «L’agricoltura è l’unico settore che nello stesso luogo emette e assorbe gas serra – ha spiegato – quindi occorre valutare il bilancio netto dell’agroecosistema». Ha poi ricordato il ruolo dei ruminanti nel trasformare molecole vegetali inutilizzabili per l’uomo in proteine nobili, un servizio ecosistemico spesso ignorato. Senza bovini, ha concluso, avremmo meno cibo, meno lavoro e un’Italia con meno identità, visto che lo stesso etnonimo “Italiani” deriva da antichi allevatori di vitelli.
Allevamenti come custodi di biodiversità e cultura
Il professor Pulina ha spinto l’analisi oltre la dimensione economica, evidenziando come le mandrie gestiscano gli spazi silvo-pastorali aprendo prati e radure, riducendo carichi di biomassa che alimenterebbero incendi e favorendo mosaici di biodiversità tra erbai, fioriture e insetti utili. Senza questo presidio naturale, molti habitat perderebbero equilibrio e verrebbero abbandonati, con ripercussioni sia sull’erosione del suolo sia sulla proliferazione di specie invasive. Il paradosso, ha avvertito, è che la carne mancante verrebbe importata da sistemi con impronte ambientali perfino peggiori.
Alla fine della mattinata, la Sala Matteotti si è riaccesa non solo di domande ma di una consapevolezza diffusa: il futuro dell’allevamento non può essere ridotto a un calcolo di emissioni, né a un nostalgico richiamo alle tradizioni. World Without Cows ha mostrato che, sebbene sia indispensabile innovare il settore, la sua scomparsa aprirebbe scenari imprevedibili per l’economia, l’ambiente e la cultura. Da oggi in poi, il confronto richiederà pragmatismo, ricerca e – soprattutto – la capacità di guardare oltre gli slogan per costruire un sistema alimentare equo e realmente sostenibile.
