Ogni autunno riaccendiamo l’attenzione sui richiami vaccinali, ma quest’anno il dibattito si concentra su dove, più che su cosa, somministrare le dosi: Uap ricorda che vaccinare è un atto medico e denuncia l’anomalia di una legge che apre le porte delle farmacie e, al contrario, trattiene gli ambulatori privati accreditati.
La campagna d’autunno e i vaccini previsti
A partire da ottobre il Paese attiverà la consueta macchina organizzativa della campagna immunizzante. Nel calendario figurano il preparato antinfluenzale, la profilassi contro pneumococco, il vaccino anti-Rsv destinato soprattutto ai soggetti vulnerabili e, ancora una volta, quello contro Covid-19. I piani del ministero prevedono una distribuzione capillare delle dosi, selezionando sedi in grado di coprire adeguatamente i bacini di utenza regionali. Il tempismo è cruciale: proteggere anziani, fragili e operatori sanitari prima del picco stagionale rappresenta la prima linea di difesa contro ricoveri e complicanze respiratorie.
La logistica, già sperimentata negli anni scorsi, poggia su un mix di centri vaccinali pubblici, presìdi ospedalieri, farmacie e, teoricamente, ambulatori accreditati. Tuttavia, l’esperienza recente suggerisce che la percezione collettiva percorre un’altra traiettoria: per molti cittadini il termine “vaccino” evoca immediatamente il bancone del farmacista. La conseguenza rischia di essere un eccessivo carico su alcuni nodi della rete e la sottoutilizzazione di strutture che dispongono di attrezzature, personale e anni di esperienza clinica.
Una percezione distorta tra spot e corsie
In tempi di alta esposizione mediatica, le immagini di operatori in camice bianco all’interno di piccole farmacie di quartiere hanno sovrastato quelle, meno photogenic, degli studi medici. La Uap sottolinea come questa rappresentazione escluda dal racconto pubblico gli ambulatori privati accreditati, strutture che da anni integrano il Servizio sanitario nazionale. Quando la comunicazione semplifica eccessivamente un tema complesso, il rischio è che la semplificazione si trasformi in verità percepita e condizioni le scelte di salute della collettività, con effetti potenzialmente dannosi sull’adesione alle coperture vaccinali.
Secondo l’associazione, il senso comune andrebbe riancorato ai dati: nei periodi di campagna pubblica, la maggior parte delle iniezioni viene ancora erogata da team sanitari completi, dove la presenza simultanea di medico e infermiere assicura valutazione anamnestica, monitoraggio post inoculo e disponibilità immediata di farmaci salvavita in caso di reazione avversa. Riconoscere questo fatto non significa svilire il ruolo di altri operatori, ma ricordare che ogni tassello ha una funzione specifica in un mosaico di tutele.
Un atto medico sotto la lente dei professionisti
«La vaccinazione non può essere ridotta a un semplice gesto tecnico», avverte Mariastella Giorlandino, presidente di Uap. A suo giudizio, l’iniezione rappresenta l’ultima tappa di un percorso che inizia con l’anamnesi, prosegue con la valutazione delle eventuali controindicazioni e culmina nella sorveglianza successiva all’inoculo. In questo scenario, la presenza di un medico non è un optional, bensì la garanzia che eventuali eventi avversi siano immediatamente riconosciuti e gestiti secondo i protocolli clinici standardizzati, oltre a costituire un momento di dialogo diretto con il paziente, spesso desideroso di chiarimenti personali sulle proprie patologie o terapie.
Negli ambulatori accreditati medico e infermiere formano una piccola equipe, supportata da presidi d’emergenza e da un archivio informatizzato che consente la tracciabilità completa di ogni singola dose. Questa impostazione, sottolinea l’associazione, non è un lusso, ma il modo più sicuro per assicurare la continuità di cura tra vaccinazione, cartella clinica e medicina di base. L’attenzione al dettaglio è particolarmente rilevante per i pazienti polipatologici, nei quali l’assunzione di farmaci concomitanti richiede aggiustamenti precisi o un monitoraggio ravvicinato.
Il nodo normativo che crea disparità
Al centro della polemica siede una deroga. Una legge emanata in fase emergenziale consente ai farmacisti, dopo un percorso di formazione, di somministrare i vaccini “ope legis”, cioè per disposizione diretta dello Stato. La norma, nata per ampliare la copertura in tempi di pressione pandemica, resta in vigore e accredita il farmacista – professionista competente ma privo di abilitazione medica – a compiere un atto riservato, per definizione, alla figura del medico. Il paradosso, secondo Uap, è che la stessa possibilità non valga automaticamente per strutture dove il medico è già presente.
Negli ambulatori privati accreditati, difatti, la somministrazione di vaccini continua a essere oggetto di autorizzazioni specifiche e complesse procedure burocratiche regionali. La necessità di ulteriori permessi rallenta l’avvio delle attività e, di fatto, riduce la disponibilità di punti vaccinali qualificati sul territorio. Si crea dunque un disallineamento che, al di là del merito clinico, dà vita a una competizione amministrativa sbilanciata. Il risultato? Spesso il cittadino è costretto a percorrere chilometri o ad accettare appuntamenti tardivi perché la struttura più vicina non può ancora erogare il servizio.
Rischi per l’efficacia e fiducia dei cittadini
L’accavallarsi di regole diverse in funzione del luogo di somministrazione genera confusione e talvolta diffidenza. Alcuni utenti, poco informati, si chiedono perché una semplice iniezione debba comportare tanto vincolo se praticata in un ambulatorio e così poca formalità se eseguita in una farmacia. Questo corto circuito comunicativo erode la credibilità delle istituzioni che promuovono la vaccinazione, proprio mentre cercano di elevarne l’adesione. Più alto è il tasso di sospetto, più bassa diventa la disponibilità a farsi immunizzare, con conseguenze dirette sulle curve di contagio.
La presidente Giorlandino avverte che la campagna può essere minata non tanto da mancanza di dosi, quanto da scarsa chiarezza delle procedure. Uap teme che il messaggio “uno vale l’altro” riduca al minimo la percezione di complessità insita in ogni profilassi. Quando un atto medico viene percepito come una semplice formalità commerciale, si perde di vista l’importanza di anamnesi, consenso informato e monitoraggio post-vaccinale. Ed è proprio in quella zona d’ombra, avverte, che possono annidarsi eventi avversi e contenziosi legali.
La proposta di Uap per un approccio inclusivo
Per uscire dallo stallo, l’associazione avanza una richiesta lineare: estendere agli ambulatori accreditati la stessa facoltà concessa alle farmacie, riconoscendo il ruolo di rete territoriale qualificata. Secondo Uap, non si tratta di contrapporre professioni, bensì di coordinare risorse già presenti, sfruttando la capacità organizzativa e la prossimità ai quartieri di un gran numero di poliambulatori. In numeri, parliamo di centinaia di sedi, diffuse dal centro delle grandi città ai comuni più piccoli, già collegate ai sistemi informativi regionali.
In attesa di un intervento legislativo o di una circolare ministeriale chiarificatrice, Uap attiverà a breve un numero verde nazionale. Lo scopo è indirizzare ogni cittadino verso il punto di vaccinazione più vicino, fornendo nel contempo informazioni su orari, protocolli di sicurezza e documentazione necessaria. Un piccolo passo, spiega l’associazione, per restituire ai pazienti la sensazione di una sanità accessibile, capillare e trasparente. L’autunno è alle porte: la coerenza delle regole, concludono, può diventare la migliore arma di prevenzione.
