Sul fianco orientale dell’Europa la temperatura politica e militare sale ancora: accuse incrociate, nuove esercitazioni e il decollo di caccia alleati ridisegnano l’equilibrio di sicurezza collettivo. Tra Bruxelles, Londra, Mosca e Roma si rincorrono dichiarazioni che alimentano l’inquietudine, mentre in cielo volano droni e nelle cancellerie si discute di sanzioni.
Timori europei sul fronte orientale
A Bruxelles la Commissione Europea scruta con attenzione le manovre militari congiunte di Russia e Bielorussia. L’esercitazione, percepita come possibile preludio a nuove pressioni nell’area baltica, viene passata al setaccio dagli analisti comunitari. Anitta Hipper, portavoce per gli Affari Esteri, ha ricordato che l’Unione «rimane vigile» e che, qualora la situazione lo pretendesse, i Ventisette dispongono di strumenti operativi per reagire rapidamente. Questa vigilanza non è soltanto diplomatica: i tavoli tecnici restano aperti, i contatti fra capitali sono frenetici e l’ipotesi di ulteriori misure restrittive appare ormai più che concreta.
Intanto l’esecutivo europeo lavora al diciannovesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Il portavoce Olof Gill parla di un provvedimento «in arrivo a breve», segno che la strategia comunitaria di contenimento economico non rallenta. Dietro gli annunci, però, si avverte la consapevolezza che le sanzioni non bastano a fermare i velivoli senza pilota che continuano a oltrepassare i confini Nato. Per questo Bruxelles coordina i passaggi con l’Alleanza Atlantica, cercando di mettere a sistema strumenti finanziari, intelligence condivisa e deterrenza militare, nel tentativo di preservare credibilità e unità politica.
Mosca accusa l’Alleanza Atlantica di essere in guerra
Dal Cremlino, il portavoce Dmitry Peskov ha puntato il dito contro la Nato, sostenendo che l’Alleanza sia «di fatto parte del conflitto» in Ucraina tramite sostegno militare diretto e indiretto a Kiev. Secondo Peskov, la mancanza di progressi diplomatici rispecchia un clima in cui ogni tentativo di vertice viene avvelenato dall’impegno logistico dei partner occidentali. Le sue parole, pronunciate durante il consueto briefing con la stampa, risuonano come monito ma anche come chiusura di porte che, finora, sembravano socchiuse.
Sulla stessa linea si è espresso il vice presidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitri Medvedev, che ha bollato l’ipotesi di una no-fly zone sull’Ucraina come «idea provocatoria di Kiev e di altri idioti». Medvedev ritiene che un abbattimento di droni russi da parte di Paesi Nato equivarrebbe a una guerra aperta con Russia. Nel suo messaggio Telegram, l’ex presidente ha definito l’operazione “Sentinella dell’Est” l’ultima eco di una “coalizione dei volenterosi”, lasciando intendere che ogni ulteriore passo atlantico sarà interpretato come sfida diretta.
La risposta britannica nei cieli della Polonia
Il Regno Unito ha convocato l’ambasciatore russo e, poche ore più tardi, ha annunciato l’imminente dispiegamento di caccia Typhoon in Polonia. Londra definisce «senza precedenti» le recenti violazioni dello spazio aereo di Varsavia e di Bucarest, ritenendole del tutto «inaccettabili». Con l’operazione Nato Sentinella dell’Est, i velivoli britannici effettueranno missioni di difesa aerea per intercettare potenziali minacce russe, inclusi i droni che più volte hanno oltrepassato i confini orientali dell’Alleanza. Si tratta di una scelta che ribadisce la centralità del fianco est nell’agenda strategica di Downing Street.
Il Segretario Generale Mark Rutte ha confermato che la Nato rafforzerà ulteriormente il dispositivo di protezione, intensificando pattugliamenti e capacità di reazione. In un’epoca in cui il cielo europeo torna a essere terreno di confronto, la presenza dei Typhoon britannici viene letta come messaggio politico prima ancora che militare. Il secondo atto dell’iniziativa prevede un coordinamento costante fra i centri di comando di Londra, Varsavia e Bruxelles, con l’obiettivo di garantire continuità a quella “coperta difensiva” invocata fin dal primo giorno di guerra in Ucraina.
Il ruolo dell’Italia e i dubbi sulla capacità di difesa
Sul contributo italiano circolavano indiscrezioni circa l’invio di ulteriori caccia Eurofighter, indiscrezioni subito smentite dal Ministero della Difesa. In una nota, il Dicastero guidato da Guido Crosetto ha chiarito che «non è pervenuta alcuna richiesta formale» da parte della Nato e che, di conseguenza, non è stata presa alcuna decisione. La procedura resta quella abituale: prima l’esame nelle sedi atlantiche competenti, poi il passaggio nei canali istituzionali di Roma. Al momento, dunque, la presenza italiana sul fianco Est rimane immutata.
Alla stampa, Crosetto ha riconosciuto che il Paese «non è pronto a respingere un attacco di alcuna nazione» a causa dei limitati investimenti accumulati negli ultimi vent’anni. L’Italia, ha precisato, contribuisce già con F-35, Eurofighter e oltre duemila militari, ma ogni incremento verrà valutato solo dopo una domanda ufficiale dell’Alleanza. Le sue parole rivelano una fragilità strutturale che coesiste con l’impegno internazionale: una consapevolezza che chiede responsabilità politica e, soprattutto, risorse adeguate per colmare i divari di capacità difensive.
