Un anno dopo il suo rapporto sulla competitività, Mario Draghi torna a scuotere le istituzioni europee. Eppure, osserva Arturo Varvelli, le vibrazioni sembrano disperdersi prima di raggiungere le stanze dove si decide il futuro dell’Unione.
Allarme ignorato nel cuore dell’Europa
Nel suo intervento a Bruxelles, l’ex presidente della Bce ha sollecitato l’Unione a riconoscere la portata del momento storico. Varvelli, alla guida dell’ufficio di Roma dell’European Council on Foreign Relations, interpreta quelle parole come un tentativo di strappare l’Europa alla sua stessa inerzia. Il problema, spiega, è che le scosse partono dai fatti – la guerra, la competizione globale, il possibile ridimensionamento del vecchio continente – ma la politica comunitaria sembra smarrire il segnale. Finché non metteremo a fuoco il tempo che stiamo vivendo, ogni richiamo alla realtà rischia di dissolversi in un brusio di sottofondo.
Il politologo individua due forze esterne che stanno riscrivendo la geografia del potere: la minaccia diretta della Russia e il ruolo degli Stati Uniti nel conflitto in Ucraina. L’insieme di questi fattori produce un contesto in cui l’Unione, se non cambia passo, è destinata a contare sempre meno. Draghi se ne è accorto, insiste Varvelli, ma il resto dell’Europa sembra distratto: troppo concentrato sulle proprie micro-crisi nazionali per prendere coscienza di uno scenario strategico che evolve alla velocità di un lampo.
La burocrazia comunitaria di fronte a un mondo in guerra
Nella sua analisi, Varvelli non risparmia la macchina amministrativa di Bruxelles. Sottolinea che quella struttura, cresciuta e consolidata in decenni di pace, si è rivelata funzionale a un’epoca in cui la previsione prevaleva sull’emergenza. Oggi, però, il quadro è capovolto: da un lato l’aggressività delle potenze revisioniste, dall’altro la fluidità di un sistema internazionale in continua torsione. Se la risposta dell’Ue continua a scaturire da procedimenti pensati per tempi tranquilli, difficilmente potrà risultare adeguata a un periodo in cui la deterrenza si misura in ore e non in anni.
Proprio per questo, sostiene l’esperto, Draghi ha indirizzato un messaggio preciso alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Non un appello generico, ma un invito a promuovere una trasformazione profonda dei metodi di lavoro comunitari: meno procedure, più capacità di decisione rapida. Finché la governance europea resterà imbrigliata in circuiti che premiano l’autoconservazione burocratica, ogni tentativo di modernizzare l’Unione rischia di naufragare. La palla, ora, è nel campo dell’esecutivo guidato da von der Leyen, chiamato a mostrare che “flessibilità” non è soltanto una parola buona per i comunicati stampa.
Paesi membri divisi e leadership in affanno
Varvelli osserva che la composizione dell’attuale Commissione è lo specchio diretto delle ultime elezioni europee, dunque pretendere un’inversione di rotta immediata appare illusorio. La politica estera, di difesa e di sicurezza resta infatti competenza primaria degli Stati: ognuno con le proprie priorità, le proprie fragilità, i propri calcoli interni. Francia e Germania, tradizionali motori della costruzione europea, attraversano fasi di evidente difficoltà: Parigi alle prese con scosse interne, Berlino incapace di ritrovare lo smalto dell’era Merkel. E così l’Ue procede con un baricentro instabile, sospinta da correnti che raramente convergono.
L’analisi si sposta quindi su Italia e Spagna. Roma, pur in relativa stabilità, evita di affrontare riforme strutturali profonde e non dispone, secondo Varvelli, della massa critica necessaria per dettare l’agenda comune su sicurezza e difesa. Madrid, dal canto suo, appare sganciata dalle linee prevalenti degli altri partner. Ne risulta un mosaico frammentato che nessuno, al momento, sembra in grado di ricomporre. In questo contesto, né Draghi né von der Leyen possiedono la bacchetta magica per superare divisioni che affondano in radici nazionali molto più robuste di quanto si voglia ammettere.
Droni oltre il confine: prove di escalation
Le crepe nella coesione europea diventano evidenti quando l’attenzione si sposta sugli episodi più recenti: l’infiltrazione di droni russi nei cieli di Polonia e Romania. Per Varvelli, si tratta di veri e propri test orchestrati da Vladimir Putin per misurare la reazione occidentale. Finora, dice, l’esame è stato fallito: la risposta militare è stata timida, quella politica quasi assente. Ci troviamo di fronte a un campanello d’allarme che suona a vuoto, perché le capitali europee restano invischiate in dispute interne mentre l’avversario studia le nostre esitazioni.
Il disinteresse mostrato da Donald Trump, che ha liquidato l’incidente come poco più che un contrattempo, acuisce la percezione di isolamento europeo. Se a Washington l’attenzione scema, e tra i Ventisette prevale la cautela, il Cremlino continuerà con ogni probabilità a premere sull’acceleratore. Varvelli intravede la possibilità che un singolo episodio – forse un’azione più grave o una reazione impulsiva di uno Stato frontaliero – inneschi la scintilla in grado di cambiare la postura dell’Unione, ma avverte: «sperare in uno shock risolutore significa ammettere di aver finito le idee».
Il futuro dell’Unione: tra shock e rassegnazione
Nella lettura del ricercatore, gli shock subiti finora non sono bastati a scuotere la coscienza collettiva dell’Unione. L’opinione pubblica, soprattutto quella italiana, oscilla tra scetticismo e tentennamenti, mentre i governi faticano a produrre una narrativa condivisa che renda tangibile la necessità di agire. In questo vuoto di visione, le parole di Mario Draghi rischiano di restare eco lontana. Se a Bruxelles le orecchie restano chiuse, l’Europa potrebbe risvegliarsi solo quando un evento “deflagrante” la costringerà a scegliere tra fermezza e irrilevanza.
Varvelli chiude con un avvertimento che sa di presagio: tutto lascia supporre che il Cremlino stia cercando l’escalation. Un gesto improvviso della Polonia o di un altro Paese direttamente minacciato potrebbe far precipitare la situazione in un lampo, obbligando l’Unione a decidere se restare mera spettatrice o diventare attore strategico. A quel punto, conclude, «sarà troppo tardi per pentirsi di non aver ascoltato Draghi». L’Europa possiede ancora il tempo – ma non infinito – per trasformare gli allarmi in politica concreta.
