Questa mattina, intorno alle 12.30, un’irruzione di una quindicina di studenti filopalestinesi ha interrotto una lezione al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa. Il docente, Rino Casella, ha riportato contusioni nel tentativo di fermare l’ingresso ed è poi finito al pronto soccorso, presentando successivamente denuncia.
Le reazioni politiche e istituzionali
Il commento più duro è arrivato dalla ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, che ha stigmatizzato l’accaduto definendolo “inammissibile” per qualsiasi comunità democratica. Con una nota diffusa nel primo pomeriggio, la titolare del dicastero ha ricordato che le aule non sono “zone franche” dove l’uso della forza possa silenziare la didattica. Bernini ha offerto pieno sostegno al professore ferito e all’intero ateneo pisano, sottolineando che colpire la libertà accademica equivale a mettere in discussione le fondamenta stesse della democrazia italiana. La tutela di luoghi destinati allo studio, ha ribadito, deve essere un impegno condiviso, senza distinzioni di parte.
Alle parole della ministra si è unita la voce della presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni. A suo giudizio, l’episodio rappresenta l’ennesimo segnale di un’escalation iniziata due anni fa e ormai evidente in molti atenei. La dirigente comunitaria ha espresso “massima vicinanza” a Casella e al corpo docente di Pisa, evidenziando la preoccupazione per un anno accademico che si apre con la violenza anziché con il confronto delle idee. Per Di Segni, la comunità universitaria deve tornare terreno di dialogo, non di contrapposizione fisica.
L’irruzione nell’aula di Scienze Politiche
All’origine degli scontri c’è stata l’iniziativa del collettivo “Studenti per la Palestina”, che ha fatto breccia nell’aula durante la lezione di Diritto Pubblico Comparato. I manifestanti – una quindicina in tutto – hanno occupato gli spazi accusando l’insegnante di essere “sionista”, etichetta rilanciata sui loro canali social insieme a fotografie e video della protesta. La dinamica è durata pochi minuti ma ha generato forte tensione: il resto del corso è stato costretto ad abbandonare i posti, mentre altri docenti e personale tecnico tentavano di riportare la calma. Il brusco strappo al normale svolgimento della didattica ha lasciato un clima di smarrimento fra studenti e staff.
Il professor Casella, nel tentativo di chiudere la porta e impedire l’invasione, ha riportato qualche contusione a braccia e spalle. Dopo il trasferimento al pronto soccorso, ha formalizzato una denuncia in questura. La vicenda verrà ora esaminata sia dalle autorità giudiziarie sia dagli organi interni dell’università, che dovranno ricostruire con precisione responsabilità e modalità dell’aggressione. Secondo fonti accademiche, la collaborazione fra docenti, studenti e amministrazione sarà determinante per evitare che episodi analoghi si ripetano.
L’onda di protesta negli atenei
L’incidente pisano si inserisce in un panorama di contestazioni che, nell’ultimo biennio, ha visto moltiplicarsi gesti di rottura all’interno delle università italiane. Azioni simboliche, assemblee non autorizzate e occupazioni lampo hanno spesso preso di mira corsi o docenti considerati “troppo vicini” a posizioni filo-israeliane. Anche se la stragrande maggioranza delle manifestazioni resta pacifica, l’irruzione di oggi segnala un salto di qualità nella conflittualità, con uno schema che sovrappone protesta politica e intimidazione fisica. Per molti osservatori, l’episodio dimostra l’urgenza di ridisegnare spazi di dialogo capaci di contenere istanze radicali senza comprimere la libera espressione.
Di fronte a questa progressiva polarizzazione, gli atenei sono chiamati a riaffermare i loro valori fondativi: apertura, confronto, pluralismo. Una parte del mondo accademico, unanime nelle condanne, insiste sulla necessità di potenziare strumenti di mediazione e programmi di educazione civica dedicati alla comunità studentesca. Nel cuore dell’università, ricordano docenti e rettori, la critica è un diritto, ma non può mai sfociare nella violenza; solo così la ricerca della verità rimane patrimonio condiviso e non terreno di scontro.
