Più tempo retribuito per curarsi e tutelare la salute: con la legge 106/2025 chi vive una patologia oncologica, invalidante o cronica potrà contare su un pacchetto di permessi aggiuntivi. Dal primo gennaio 2026 diventeranno realtà dieci ore in più ogni anno, dedicate a visite, esami e terapie, senza timore di perdere salario o posto.
L’estensione dei diritti dal 2026
La novità principale introdotta dalla legge 106/2025 riguarda l’assegnazione di dieci ore ulteriori di permesso retribuito all’anno, che si sommano ai tre giorni mensili riconosciuti dall’attuale legge 104/1992 e a quanto stabilito dai contratti collettivi. Il nuovo monte ore, utilizzabile per visite specialistiche, esami strumentali, analisi chimico-cliniche, test microbiologici e cicli di terapie frequenti, potrà essere richiesto da tutti i dipendenti del settore pubblico e di quello privato che rientrino nei requisiti fissati dal provvedimento, senza necessità di compensazione oraria o sacrifici sul piano economico.
La scelta di calendarizzare l’entrata in vigore al 1° gennaio 2026 consente alle amministrazioni e alle imprese di aggiornare procedure interne, software di rilevazione presenze e schemi di rendicontazione contributiva. Al contempo, il legislatore ha previsto che l’indennità collegata a queste ore sia pienamente coperta: nel pubblico il trattamento arriverà direttamente dall’ente datore, nel privato l’azienda anticiperà le somme e recupererà in sede di conguaglio con l’istituto previdenziale. In tal modo nessuno dovrà rinunciare alla cura per timore di pesare sul bilancio familiare.
Un cambio di paradigma ispirato al social model of disability
Alle spalle di questo intervento normativo si colloca il percorso tracciato dal D.Lgs. 62/2024, che ha recepito il concetto di “accomodamento ragionevole” e ha abbracciato il cosiddetto social model of disability. Secondo tale impostazione, la disabilità non è un tratto innato della persona, bensì il risultato di ostacoli culturali, architettonici e organizzativi. Se l’ambiente viene ripensato, la barriera si dissolve. La nuova legge sui permessi si inserisce in questa visione, rimuovendo un’ulteriore barriera: quella del tempo sottratto al lavoro per doversi curare.
Il superamento del tradizionale modello medico-centrico ha inciso anche sul linguaggio legislativo. Non si parla più soltanto di tutela di persone “affette” da menomazioni, ma di lavoratori che, pur con una condizione di salute delicata, rivendicano il diritto di partecipare in modo pieno all’attività produttiva. I dieci interventi orari annuali, apparentemente modesti, rappresentano un segnale simbolico potente: la collettività riconosce che la malattia ha tempi propri, spesso imprevedibili, e che quegli appuntamenti sanitari non sono una concessione, bensì un elemento essenziale di cittadinanza attiva.
Beneficiari e condizioni di accesso
I destinatari della misura sono delineati con precisione dall’articolo 2. Potranno usufruire delle dieci ore supplementari i lavoratori con malattie oncologiche in fase attiva o in follow-up precoce; coloro che convivono con patologie invalidanti o croniche, anche rare, che abbiano determinato un grado di invalidità pari o superiore al 74%. L’accesso è subordinato alla presentazione di una prescrizione del medico di medicina generale o di uno specialista operante in strutture sanitarie pubbliche o private accreditate, documento che dovrà attestare la necessità delle prestazioni diagnostiche o terapeutiche.
Una tutela analoga è riconosciuta ai dipendenti con figli minorenni rientranti nelle medesime condizioni cliniche: tumore in fase attiva o follow-up, patologia invalidante o cronica di grado almeno pari al 74%. In questo caso il legislatore ha voluto accendere un riflettore sulla gestione familiare della malattia, offrendo tempo e serenità al genitore che accompagna il minore in ospedale o in ambulatorio. Il permesso diventa così un ponte di cura e di presenza, non un privilegio, ma un sostegno concreto alla quotidianità condivisa.
Meccanismi di indennizzo e salvaguardia del posto di lavoro
Per rendere effettiva la misura, la legge articola un sistema di coperture finanziarie differenziato. Nel settore privato l’impresa corrisponderà l’indennità di permesso con la normale busta paga e, successivamente, potrà recuperare l’importo mediante conguaglio con i contributi previdenziali dovuti. Nel pubblico l’onere resta a carico dell’amministrazione datrice di lavoro. In entrambi i casi viene garantita la contribuzione figurativa, così che le assenze non incidano sul maturare di pensione e tutele future, permettendo al lavoratore di guardare al futuro con maggiore tranquillità previdenziale.
Sul fronte occupazionale, l’intervento rafforza il principio di conservazione del posto già scolpito nella normativa di base. Il lavoratore che utilizza le dieci ore non potrà subire discriminazioni, iniziative disciplinari o variazioni peggiorative di mansioni. Il legislatore ha cercato un equilibrio tra l’esigenza del datore di lavoro di mantenere la continuità produttiva e il diritto del dipendente a non essere penalizzato per motivi di salute. Lilla Laperuta, avvocata esperta di diritto del lavoro, ha sottolineato come tale equilibrio sia il cuore pulsante della riforma.
Prospettive applicative e calendario
Il varo della norma il 9 agosto 2025 ha concesso un margine temporale di quasi cinque mesi alle parti sociali, ai consulenti del lavoro e alle direzioni del personale per adeguare contratti integrativi, modelli di richiesta permesso e sistemi di attestazione sanitaria. Da gennaio 2026 i nuovi formulari dovranno essere operativi, così da garantire la fruizione senza ritardi. Una fase di transizione breve ma decisiva, nella quale la formazione di addetti e manager farà la differenza, nel passaggio dalle regole formali alla pratica quotidiana.
Guardando oltre la scadenza di avvio, molti osservatori ritengono che queste dieci ore possano diventare un banco di prova per ulteriori interventi legislativi mirati a conciliare vita e lavoro. Il modello di riferimento resta quello del bilanciamento degli interessi contrapposti: produttività e tutela sanitaria. Se l’impatto sarà positivo, le future riforme potrebbero ampliare ulteriormente i margini temporali o estendere le misure di flessibilità ad altre categorie fragili. Il cantiere dei diritti, insomma, è tutt’altro che chiuso e promette nuovi orizzonti di partecipazione.
