Uno studio destinato a far discutere riaccende l’attenzione sulla tenuta economica degli assegni pensionistici: Cida e Itinerari Previdenziali presenteranno domani a Roma un’analisi che misura, con numeri finora inediti, quanto la rivalutazione abbia inciso sul potere d’acquisto e sull’equilibrio intergenerazionale.
Dati inediti su perdite e paradossi
Il documento evidenzia come, negli ultimi trent’anni, il meccanismo di perequazione sia stato sottoposto a una sequenza di correttivi legislativi spesso incoerenti, che hanno finito per gravare soprattutto su chi, nel corso della vita lavorativa, ha versato contributi più elevati. Itinerari Previdenziali fotografa questa deriva con cifre puntuali: l’assegno di un professionista con lunga anzianità contributiva, calcolato all’atto del pensionamento, subisce oggi tagli progressivi che, in termini reali, riducono notevolmente la sua capacità di spesa. L’effetto non riguarda solo singoli casi eccellenti, ma attraversa l’intera fascia di reddito medio-alta, minando la fiducia nel sistema.
A colpire sono gli esempi concreti che emergono dalle tabelle: taluni percettori di pensione hanno registrato, lungo l’intero arco della quiescenza, perdite cumulate prossime o addirittura superiori a qualche centinaio di migliaia di euro. Il quadro si completa con il confronto europeo: in vari Paesi dell’Unione, la rivalutazione avviene in modo automatico e pienamente indicizzato all’inflazione, mentre in Italia il meccanismo scatta a scaglioni e soglie decrescenti. Così chi versa di più rischia di vedersi restituita una quota inferiore, in un paradosso che alimenta frustrazione e disincanto verso il patto previdenziale.
La conferenza stampa di domani a Roma, tra numeri e riflessioni sul futuro
L’incontro con la stampa è fissato alle ore 11 presso la sede nazionale Cida di Via Barberini 36. Sul tavolo, affiancati, siederanno il presidente Stefano Cuzzilla e il presidente del centro studi Alberto Brambilla. Entrambi illustreranno i passaggi chiave del lavoro, evidenziando la metodologia utilizzata per calcolare l’erosione reale degli assegni e per stimare gli effetti macroeconomici derivanti da un potere d’acquisto così compresso. L’obiettivo dichiarato è stimolare una discussione franca, supportata da dati certificati, lontana da slogan e semplificazioni.
Oltre ai numeri, i promotori intendono porre l’accento sulle conseguenze sociali: un sistema che penalizza i contributori più consistenti, dicono, rischia di incrinare la solidarietà tra generazioni e di impoverire il ceto medio, storicamente motore di crescita e coesione. Sarà l’occasione per interrogarsi su possibili proposte di riforma che ripristinino criteri di perequazione più equi, evitando nuove fratture tra coloro che già percepiscono la pensione e chi vi accederà nei prossimi decenni. La speranza è che questa fotografia, per quanto impietosa, diventi punto di partenza per un confronto costruttivo, orientato al riequilibrio del sistema.
Un patto sociale da ripensare
Alla luce dei risultati, il centro studi osserva come la rivalutazione limitata non sia soltanto una questione contabile: essa incide direttamente sulla credibilità di quell’accordo implicito secondo cui il lavoro presente finanzia il benessere futuro. Se il ritorno contributivo appare incerto o decrescente, la motivazione a sostenere il sistema con versamenti regolari tende inevitabilmente a scemare. Ciò potrebbe generare una spirale di sfiducia, con ripercussioni sul mercato del lavoro, sul risparmio previdenziale complementare e perfino sulla stabilità dei conti pubblici. Riannodare i fili di questo patto significa, quindi, intervenire tempestivamente per bilanciare sostenibilità finanziaria e tutela del potere d’acquisto.
Il rapporto si chiude con un invito esplicito alla politica: riconoscere che le tutele non possono essere sacrificate solo sull’altare della sostenibilità di breve periodo. Occorrono strumenti capaci di proteggere la capacità di spesa degli anziani, senza scaricare l’onere sulle generazioni più giovani. Cida e Itinerari Previdenziali propongono di rivedere gli attuali meccanismi di indicizzazione, adottando soluzioni che, pur salvaguardando l’equilibrio dei conti, garantiscano una perequazione integrale almeno fino a determinate soglie di reddito. Solo così – concludono – sarà possibile ricostruire quella fiducia che, per decenni, ha rappresentato il vero motore di coesione sociale del Paese.
