Nei giorni che precedono il suo ritorno in campo, Jannik Sinner si ritaglia un momento di pausa: riflette, ride, confessa dettagli curiosi e offre al pubblico il ritratto di un campione capace di prendersi sul serio solo quando serve. Intanto il circuito lo aspetta, e lui rilancia.
Rotta verso l’Oriente
Archiviata la combattuta finale dello US Open 2025 persa contro Carlos Alcaraz, il numero due del ranking Atp prepara la valigia per il lungo viaggio asiatico che chiuderà la sua annata agonistica. Dal 25 settembre all’1 ottobre lo attende l’ATP 500 di Pechino, tappa che precederà immediatamente il Masters 1000 di Shanghai, in scena dall’1 al 12 ottobre. Due appuntamenti ravvicinati, entrambi su cemento outdoor, pronti a offrirgli l’occasione di difendere punti pesanti e, magari, di rilanciare l’assalto al primato mondiale appena scivolato di mano.
Il calendario, fitto di spostamenti, non spaventa l’azzurro: dopo la delusione newyorkese ha trascorso pochi giorni a ricaricare le batterie, consapevole che proprio in Asia può cambiare di nuovo la gerarchia nella parte alta del ranking Atp. Il suo team ha programmato sessioni mirate per adattare il servizio alle condizioni di umidità cinese, mentre la quotidianità fuori dal campo resta scandita da abitudini semplici: lettura, qualche videogioco e la ricerca dell’immancabile dessert serale che lo accompagna da sempre nei tornei lontano da casa.
Domande in libertà: la parentesi rilassante
Prima di imbarcarsi verso Pechino, Sinner ha accettato l’invito di Explora Journeys a un colloquio giocoso basato sul celebre “preferiresti?”. Lontano dall’atmosfera ingessata delle conferenze stampa, il tennista ha preso posto su un divano di design, ha incrociato le braccia e, con un sorriso più da adolescente che da fuoriclasse, si è sottoposto a un fuoco di fila di dilemmi capaci di mettere in luce gusti e idiosincrasie che raramente emergono alla ribalta delle telecamere.
Alla domanda se preferisse un servizio devastante o una risposta fulminea, l’italiano non ha avuto dubbi: «La risposta», ha ammesso regalando un mezzo inchino alla platea virtuale. Poco dopo ha liquidato il dilemma tra esercizi ripetitivi e tapis roulant, dichiarando l’amore per la corsa costante che gli permette di liberare la mente. Quando il discorso è scivolato sulla colazione, la certezza è stata altrettanto netta: «Dolce, tutti i giorni». Biscotti, torte o cornetti, tutto purché soddisfi la passione per lo zucchero che lo accompagna ovunque.
Preferenze quotidiane di un atleta globale
La chiacchierata ha presto virato verso scenari più contemplativi: fra l’immagine di un’alba che promette energia e quella di un tramonto che invita alla meditazione, Sinner ha optato per la seconda. «Il giorno finisce e puoi tirare le somme», ha spiegato. In modo altrettanto deciso si è espresso sulla diatriba piscina–spa: niente massaggi o vapori, meglio qualche vasca in acqua fredda, rituale che sente più vicino alla mentalità di chi deve restare vigile e reattivo durante scambi che possono superare i trenta colpi consecutivi.
Anche la scelta tra i palcoscenici più prestigiosi e quelli in periferia ha mostrato sfumature interessanti. «Voglio calcare sempre i campi centrali», ha ammesso, conscio che lì si misurano i grandi, «ma sui secondari ritrovo la calma». Queste parole restituiscono l’immagine di un atleta che si alimenta di pressione senza tuttavia disdegnare l’intimità dei contesti più piccoli, dove il rumore si smorza, il tempo sembra rallentare e il contatto con il pubblico diventa quasi un dialogo personale, capace di rinfrancare fiducia ed entusiasmo.
Quando conta soltanto il risultato
Il momento più spigoloso è arrivato con l’interrogativo forse più classico di ogni sportivo: preferiresti una vittoria sporca o una sconfitta di gran classe? Sinner non ha battuto ciglio, scoppiando in una risata che tradiva già la risposta: «Scelgo la brutta vittoria», ha sentenziato, aggiungendo poi un secco «odio perdere». In quella replica si condensa l’intero codice agonistico dell’altoatesino: estetica, fair play, spettacolo, tutto può passare in secondo piano quando la posta in palio è segnare un punto in più dell’avversario.
Lo stesso spirito guerriero non sembra però scalfire una debolezza tutta italiana: la pasta. Messo davanti al bivio di restare sette giorni senza racchetta o di rinunciare a un piatto fumante di tagliatelle, il giocatore ha preferito la prima ipotesi, ironizzando sul fatto che una pausa dal tennis gli consentirebbe almeno di concedersi una crociera. Il gioco, in fondo, era nato per far sorridere, ma la risposta racconta un legame viscerale con il cibo di casa, così forte da superare perfino l’ossessione quotidiana per allenamenti e partite.
