Un documento appena diffuso dalla Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite incrina ulteriormente i rapporti fra Israele e la comunità internazionale, delineando accuse di distruzione sistematica della popolazione palestinese di Gaza e provocando un’immediata, durissima replica da parte del governo guidato da Benjamin Netanyahu.
La reazione di Israele alle accuse
La reazione ufficiale di Gerusalemme è arrivata con una nota diffusa dal ministero degli Esteri che liquida il dossier delle Nazioni Unite come “distorto” e “privo di fondamento”. Israele, si legge nel comunicato, non riconosce la legittimità né la competenza della Commissione, giudicata intrisa di pregiudizi sin dalla sua costituzione. L’Esecutivo chiede quindi la soppressione immediata dell’organismo investigativo, ritenendolo una minaccia alla propria sicurezza nazionale e un ostacolo agli sforzi diplomatici finora intrapresi sulla scena internazionale, e ribadendo la volontà di difendere le proprie posizioni davanti all’ONU.
La difesa israeliana richiama inoltre l’attenzione sui procedimenti aperti presso la Corte penale internazionale, definendo “politici” i mandati di arresto emessi contro il primo ministro Netanyahu e l’ex responsabile della Difesa Yoav Gallant. Secondo il governo, tali provvedimenti ignorano il contesto dell’attacco lanciato da Hamas nel 2023 e finiscono per equiparare le azioni di uno Stato membro delle Nazioni Unite a quelle di un’organizzazione armata. La nota sostiene che l’autodifesa rimane un diritto inalienabile e invita la comunità internazionale a respingere il rapporto.
Le conclusioni della Commissione d’inchiesta
Nel documento reso pubblico dopo quasi due anni di indagini, la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite afferma che le forze israeliane hanno concretizzato quattro dei cinque atti di genocidio stabiliti dalla Convenzione del 1948: uccisioni mirate, gravi lesioni fisiche e psicologiche, condizioni di vita intese a provocare la distruzione del gruppo e misure per impedire nascite. Secondo gli investigatori, tali pratiche denotano un intento deliberato di “annientare il popolo palestinese” di Gaza, un’accusa senza precedenti rivolta apertamente ai vertici politici e militari israeliani.
La presidente della Commissione, l’ex giudice del tribunale per il Ruanda Navi Pillay, rimarca che la responsabilità risale ai massimi livelli dello Stato e che il perdurare del conflitto è reso possibile dal silenzio di numerosi attori internazionali. Pillay sottolinea che questa condotta omissiva equivale, in termini giuridici, a complicità. Nel testo si ricorda inoltre che, dall’inizio della guerra, quasi 65.000 abitanti di Gaza hanno perso la vita, mentre la maggior parte della popolazione è stata costretta allo sfollamento e affronta una carestia conclamata.
Contesto e prossimi passi internazionali
Il rapporto arriva in un frangente già estremamente teso, due anni dopo l’incursione di Hamas del 7 ottobre 2023 che ha innescato l’attuale offensiva israeliana. Da allora, le operazioni militari nella Striscia hanno devastato infrastrutture civili e portato a un collasso dei servizi essenziali. L’esodo massiccio di abitanti verso aree sempre più ristrette ha aggravato il quadro umanitario, mentre gli osservatori internazionali denunciano l’impossibilità di garantire corridoi sicuri per l’assistenza e per l’evacuazione dei feriti, oltre ai necessari aiuti alimentari.
All’indomani della pubblicazione, la Commissione ha confermato la collaborazione con la CPI per consegnare alla giustizia i responsabili dei presunti crimini di guerra e contro l’umanità. L’indagine proseguirà con l’analisi di ulteriori prove documentali e testimonianze oculari, che potrebbero ampliare l’elenco degli indagati. Nel contempo, alcune capitali occidentali valutano sanzioni mirate, mentre i Paesi arabi chiedono un cessate il fuoco immediato. Il futuro delle relazioni diplomatiche di Israele sembra dunque legato alle decisioni che verranno prese nei prossimi mesi dalle principali istituzioni internazionali.
