La quiete di un maneggio nella cintura di Milano è stata spezzata dall’arresto di un istruttore di equitazione, accusato di aver abusato di alcune allieve minorenni.
Un’indagine nata da una denuncia familiare
Quando i genitori di una giovanissima cavallerizza si sono presentati negli uffici della Polizia di Stato, il racconto di quanto sarebbe accaduto durante le lezioni di monta ha acceso il motore dell’inchiesta. Gli agenti della squadra mobile, su impulso della procura di Milano – V Dipartimento, hanno raccolto gli elementi necessari per chiedere e ottenere dalla magistratura l’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Pur mantenendo la riservatezza sulle identità delle parti lese, gli investigatori hanno ricostruito con dovizia di particolari i movimenti dell’istruttore, documentando con verbali e riscontri ogni episodio denunciato.
Il primo atto formale, nato da quella denuncia, è stato l’ascolto protetto delle ragazze che frequentavano il centro. In una stanza neutrale, lontano dalle redini e dalle selle, gli operatori specializzati hanno raccolto testimonianze che, pur diverse nei dettagli, convergevano su uno schema ripetuto di attenzioni indesiderate, palpazioni e commenti a sfondo sessuale. I verbali stilati dalla quarta sezione della squadra mobile hanno svelato ulteriori presunte vittime, delineando così un perimetro investigativo già ritenuto grave e ampliandolo a un numero maggiore di minorenni rispetto a quanto inizialmente ipotizzato.
Una fiducia tradita nel silenzio di un maneggio
La posizione di istruttore, da sempre percepita come esempio e guida, si sarebbe trasformata in un paravento dietro cui celare gesti inammissibili. Secondo gli atti, l’uomo avrebbe saputo sfruttare l’innata obbedienza che intercorre tra un atleta alle prime armi e chi ne dirige i progressi. Sedute individuali, consigli tecnici, correzioni corporee: momenti apparentemente innocui, dicono gli inquirenti, che si sarebbero mutati in occasioni di contatto fisico privo di consenso, complice la solitudine delle corsie e la distanza dai genitori che spesso restavano a bordo campo.
Alle vittime, alcune delle quali non avevano ancora compiuto quindici anni, è rimasto il peso di raccontare ciò che doveva essere un luogo di crescita e si è trasformato in fonte di paura. Le loro parole, sottolineano gli investigatori, hanno fornito la chiave per un quadro probatorio solido e coerente. Il racconto di mani che indugiano troppo a lungo sulle gambe, di complimenti che travalicano l’ambito sportivo, di inviti a restare dopo l’orario di allenamento: dichiarazioni che, messe insieme, hanno disegnato una mappa di condotte ritenute gravi e ripetute nel tempo.
Dall’individuazione al trasferimento in carcere
Con i tasselli investigativi ormai completi, gli agenti hanno raggiunto il maneggio situato nell’hinterland di Milano, dove l’indagato continuava a tenere lezione come se nulla fosse. L’ordinanza, letta alla presenza dei colleghi del centro ippico, non ha lasciato spazio a esitazioni: l’uomo è stato ammanettato e fatto salire sull’auto di servizio, in un clima di sbigottimento misto a sollievo tra chi aveva sperato in un rapido intervento delle istituzioni. Nelle stalle, raccontano testimoni, è calato un silenzio denso di interrogativi.
Dal maneggio l’istruttore è stato subito condotto al carcere di San Vittore, dove resterà in attesa dell’interrogatorio di garanzia. La decisione di optare per la custodia in carcere, evidenzia la procura, è stata motivata dal rischio concreto di reiterazione del reato e dall’esigenza di tutelare le parti offese, ancora impegnate nel loro percorso di ricostruzione personale. L’inchiesta prosegue, spiegano gli investigatori, con l’acquisizione di ulteriori elementi utili a definire se gli episodi finora contestati rappresentino solo una parte di una condotta più ampia.
