For consumatori, imprese e operatori digitali, la nuova bozza di decreto sulla copia privata sembra un brusco passo indietro: un aumento del 20 % dei compensi e l’estensione del prelievo a device ricondizionati e servizi cloud accendono lo scontro, con Anitec-Assinform pronta a contestare la misura.
Una riforma che arriva in controtendenza
La proposta che giace sul tavolo del Comitato Consultivo Permanente sul diritto d’autore sorprende innanzitutto per la sua direzione opposta alle tendenze di consumo: mentre gli utenti sperimentano forme sempre più leggere e dematerializzate di fruizione dei contenuti, il testo immagina di prelevare di più e su un numero maggiore di supporti. Il documento introduce infatti un rincaro generalizzato del 20 % rispetto alle aliquote correnti e decide di includere nel perimetro anche smartphone, tablet e computer ricondizionati, vale a dire dispositivi già venduti una prima volta e rimessi sul mercato dopo controlli o riparazioni. Per chi investe nell’economia circolare, un balzello aggiuntivo che rischia di compromettere margini e competitività.
A restare colpiti sono anche i servizi di archiviazione remota, che il decreto equipara a supporti fisici sebbene rappresentino realtà del tutto diverse. L’idea di applicare una trattenuta a gigabyte caricati su server sparsi fra Europa e altre regioni del mondo alimenta perplessità tecniche e giuridiche: chi, di preciso, dovrebbe versare il corrispettivo? Il provider che offre lo spazio? L’utente che lo utilizza? Oppure il rivenditore che commercializza l’abbonamento? Mentre nessuna di queste domande trova una risposta chiara nel testo, il prelievo appare in contraddizione con altre normative che promuovono il cloud quale strumento di modernizzazione e sicurezza dei dati aziendali.
L’aumento del 20%: perché non convince
Secondo Anitec-Assinform, l’inflazione tariffaria contenuta nello schema di regolamento non è sostenuta da alcun parametro oggettivo. L’associazione confindustriale delle imprese digitali ricorda che il compenso per copia privata fu concepito in un’epoca dominata da musicassette e videocassette, quando duplicare era l’unico modo per ascoltare un album in auto o rivedere un film a casa. Oggi, invece, l’utente accede con un clic a cataloghi praticamente infiniti di musica e video legali, spesso inclusi in abbonamenti flat. Introdurre un aumento generalizzato rischia perciò di tradursi in un costo nascosto che colpisce indiscriminatamente tutti, anche chi non effettua alcuna copia.
L’associazione fa inoltre riferimento alla recente sentenza Reprobel C-230/23 della Corte di giustizia europea, la quale ribadisce che ogni tributo collegato alla copia privata deve rispettare criteri di equità, proporzionalità e assenza di sovracompensazione. Aumentare le tariffe senza dimostrarne la necessità, proprio mentre l’utilizzo diminuisce, appare in aperto contrasto con tali principi. Né il testo ministeriale propone meccanismi di verifica periodica che consentano di ricalibrare il prelievo in base all’evoluzione tecnologica, lasciando così imprese e consumatori nella cappa di un onere potenzialmente perpetuo e crescente.
Mercato e abitudini: i dati che smentiscono l’incremento
Ciò che più sorprende, osservano gli analisti, è la distanza fra le cifre raccolte sul campo e la traiettoria scelta dal legislatore. Una ricerca commissionata a Synallagma nel 2024 rivela che appena il 27 % delle persone dichiara di effettuare copie di brani musicali e solo il 17 % di duplicare contenuti video, percentuali in calo costante negli ultimi anni. Il fenomeno della copia privata, che negli anni Novanta generava scaffali di CD registrati, è oggi ridotto a una pratica residuale, confinata a nicchie di appassionati o a particolari esigenze di backup.
Nonostante questo declino, la bozza di decreto ignora i trend più significativi del settore. La fruizione on-demand, alimentata da connessioni sempre più veloci e da dispositivi mobili continuamente aggiornati, ha sostituito la logica del download e della duplicazione. In altre parole l’utente moderno non sente il bisogno di copiare ciò che può ascoltare o vedere in streaming quando e dove vuole. Insistere su un sistema di compenso basato sulla quantità potenziale di copie possibili, anziché sulle modalità reali di consumo, rischia di cristallizzare un modello economico superato a scapito dell’innovazione.
Streaming, numeri record e riduzione delle copie
A confermare questa trasformazione ci pensano i dati della Federazione dell’industria musicale italiana (Fimi), che attribuiscono alle piattaforme di streaming il 67 % dei ricavi complessivi del settore. In un simile contesto, la copia privata incide marginalmente sulle entrate degli autori, mentre il contributo più rilevante arriva da licenze e abbonamenti, ormai divenuti la principale fonte di reddito. Ignorare questo equilibrio rischia di penalizzare proprio quelle imprese che stanno guidando la transizione digitale, in un momento storico in cui la competitività si gioca sulla capacità di offrire servizi agili e a basso costo.
L’introduzione di un ulteriore balzello sul cloud aggiunge, per di più, un effetto distorsivo: le aziende che sviluppano soluzioni di archiviazione potrebbero essere costrette a riversare il maggior costo sugli abbonati, vanificando le politiche di incentivo alla trasformazione digitale promosse dallo stesso governo. Il rischio concreto è quello di rallentare gli investimenti in infrastrutture e di far perdere al Paese posizioni nella competizione internazionale per i servizi a valore aggiunto. Una prospettiva che stride con gli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.
La posizione di Anitec-Assinform
Di fronte a questo scenario, Massimo Dal Checco, presidente di Anitec-Assinform, chiarisce che la questione non riguarda la tutela del diritto d’autore, valore che l’associazione riconosce e difende da sempre. Il punto critico è l’adeguatezza di uno strumento concepito in era analogica e oggi traslato in un contesto dominato da streaming, cloud e software-as-a-service. Continuare a tassare i dispositivi come se fossero cassette vuote da riempire di copie significa ignorare trent’anni di evoluzione tecnologica e culturale, aggiunge Dal Checco, e travalica il principio di sostenibilità.
L’organizzazione industriale rimarca inoltre l’assenza di un tavolo di confronto realmente inclusivo, capace di coinvolgere non solo i produttori di tecnologia ma anche gli stessi titolari dei diritti e le associazioni dei consumatori. Secondo Dal Checco, un percorso condiviso basato su dati verificabili e aggiornati potrebbe condurre non soltanto a scongiurare l’aumento, ma addirittura a ipotizzare una revisione al ribasso delle attuali tariffe. Un simile esito consentirebbe di mantenere in equilibrio la remunerazione degli autori e la competitività delle imprese, senza gravare ulteriormente sui cittadini.
Le richieste: dialogo, equità e stop al balzello cloud
In termini concreti, Anitec-Assinform propone al Ministero della Cultura tre interventi immediati. Primo: congelare ogni aumento tariffario finché non venga condotta un’analisi empirica dei reali comportamenti di copia privata su scala nazionale. Secondo: eliminare dal perimetro del prelievo i servizi di cloud storage, poiché tassare un servizio immateriale equivale a imporre una duplicazione di imposte su contenuti già soggetti a compenso all’origine. Terzo: avviare un confronto a cadenza regolare per adeguare le tariffe in modo proporzionale all’effettiva diffusione delle tecnologie.
Solo in questo modo, sottolinea l’associazione, si potrà coniugare la garanzia di un’equa remunerazione per gli autori con la necessità di preservare la competitività delle aziende italiane nel settore digitale. Alla vigilia di investimenti cruciali per la transizione 5G, l’intelligenza artificiale e la cybersicurezza, aggiungere oneri privi di solida base statistica rischia di frenare l’intero ecosistema. Un ripensamento tempestivo del decreto, conclude Dal Checco, consentirebbe di varare una regolamentazione più snella, coerente con i cambiamenti dei consumi e capace di sostenere un percorso di innovazione inclusivo e sostenibile per tutti.
