Confrontarsi e collaborare mentre si corre per gli stessi obiettivi: è la sfida che, a Milano, i direttori generali delle università italiane mettono al centro del loro appuntamento annuale Codau, dove la parola chiave diventa ‘coopetizione’, alleanza strategica indispensabile per continuare a garantire qualità accademica e diritto allo studio anche in un contesto di risorse più scarse.
Perché la collaborazione resta essenziale quando si compete
La crescente pressione sulle risorse rende la competizione tra atenei inevitabile, ma, come ricorda Alberto Scuttari, presidente di Codau, la soluzione non è alzare i muri bensì costruire ponti. Dopo la spinta straordinaria del Pnrr, i flussi finanziari torneranno a livelli ordinari e, proprio per questo, la capacità di condividere progetti, laboratori e infrastrutture tecnologiche diventa cruciale. Lavorare fianco a fianco anche mentre si gareggia per fondi e talenti significa ottimizzare costi, attrarre studenti dall’estero e preservare la funzione sociale dell’università sancita dalla Costituzione.
Sul tavolo pesa inoltre il calo demografico che attraversa l’Europa: meno diplomati si tradurranno in un minor numero di immatricolazioni, intensificando la competizione per gli iscritti. In quest’orizzonte, insiste Scuttari, parlare di ‘coopetizione’ non è slancio retorico ma strategia di sopravvivenza. Fare rete consente di proporre percorsi didattici congiunti, di ampliare l’offerta linguistica, di condividere costose apparecchiature scientifiche e, soprattutto, di presentarsi uniti su bandi nazionali e internazionali, aumentando le probabilità di successo senza sacrificare l’identità di ciascun campus accademico.
L’impatto delle dinamiche demografiche e dei fondi post-Pnrr
Il quadro finanziario che attende gli atenei dopo il 2026 appare più severo di quello attuale: le erogazioni straordinarie garantite dal Piano nazionale di ripresa e resilienza si esauriranno e i bilanci torneranno a fare i conti con dotazioni ordinarie. Codau avverte che, senza un approccio sinergico, il rischio è di dover rinunciare a progetti di punta, rallentare l’aggiornamento dei campus digitali e comprimere il sostegno al diritto allo studio, con ripercussioni dirette sulla mobilità sociale del Paese e dell’intera comunità.
Accanto alla questione delle finanze, il declino natalità riduce la platea potenziale di matricole, non solo in Italia ma in tutto il continente. Una popolazione studentesca più contenuta implica meno tasse universitarie, minori entrate per i servizi collegati e una competizione esasperata per attrarre cervelli dall’estero. In tale scenario, le università che sapranno unire forze e infrastrutture saranno in grado di offrire esperienze internazionali, programmi multilingue e strumenti di ricerca di frontline, trasformando un rischio sistemico in un volano di innovazione condivisa.
Codau: la rete dei direttori generali al servizio del sistema
Fondata per consolidare il dialogo tra le direzioni generali degli atenei, Codau riunisce oggi 97 università statali e non statali, campus urbani e diffusi, diventando la più ampia piattaforma di confronto manageriale del settore accademico italiano. Il presidente Scuttari sottolinea che l’associazione agisce come cabina di regia per interpretare bisogni comuni, negoziare con le istituzioni e promuovere standard gestionali che migliorino l’efficienza amministrativa, la trasparenza dei bilanci e l’accesso alle opportunità di ricerca nazionali ed europee, offrendo anche momenti formativi dedicati al personale tecnico-amministrativo.
L’assemblea di Milano si inserisce in questa missione: per due giornate i direttori generali mettono a fattor comune esperienze, criticità e soluzioni operative su temi come la transizione digitale, la sostenibilità edilizia e la semplificazione normativa. Il confronto, spiega Scuttari, serve ad anticipare le sfide piuttosto che subirle. Attraverso tavoli tematici e workshop, si promuovono partnership fra università e centri di ricerca, si analizzano modelli di governance internazionale e si costruiscono linee guida che possano trasformare la ‘coopetizione’ in un paradigma organizzativo condiviso.
Tre leve strategiche per un’alleanza efficace
Nel suo intervento, Scuttari individua tre fattori decisivi per rendere la collaborazione non un’eccezione ma la regola. Primo: il sistema di finanziamento deve premiare non soltanto la performance competitiva dei singoli atenei, ma anche la loro capacità di sviluppare progetti congiunti misurabili per impatto sociale e scientifico. Stanziare quote strategiche di budget dedicate alle reti di partenariato spingerebbe i rettori a cercare alleati anziché avversari, creando economie di scala e nuove opportunità di crescita nel medio e lungo periodo accademico.
Secondo: ogni ateneo deve imparare a trattare i programmi di didattica e ricerca come investimenti produttivi e non semplici partite di giro coperte dalla finanza pubblica. Ciò significa calcolare ritorni, reinvestire utili su borse di studio e strutture, misurare gli outcome sul territorio. Terzo: servono competenze manageriali evolute che facilitino il networking, la co-progettazione e la comprensione dei bisogni dei partner. Senza queste professionalità, conclude il presidente, la ‘coopetizione’ resterebbe slogan e non diventerebbe mai pratica quotidiana per l’intero sistema universitario.
