Carri armati israeliani hanno fatto ingresso a Gaza City, segnando l’inizio di un’operazione di terra che, secondo il premier Benjamin Netanyahu, rappresenta un «momento cruciale» per lo Stato ebraico.
Avanzata israeliana
La conferma è giunta in serata, quando Benjamin Netanyahu ha parlato di un’“intensa operazione” nella parte settentrionale della Striscia, sottolineando che «oggi stanno accadendo cose molto importanti» per la sicurezza nazionale. Gli uomini delle Idf hanno superato i sobborghi orientali, muovendosi verso il cuore urbano con mezzi corazzati e copertura aerea. In termini quasi perentori, il ministro della Difesa Israel Katz ha descritto il teatro di guerra: «Gaza sta bruciando e le nostre truppe colpiscono con il pugno di ferro». L’obiettivo, ha detto, è duplice: smantellare le infrastrutture di Hamas e creare il contesto per riportare a casa gli ostaggi.
Mentre i tank avanzavano, dal cielo piovevano bombe: secondo fonti sanitarie citate da media locali, almeno 41 persone, tra cui numerosi bambini e donne, hanno perso la vita in una serie di raid che hanno colpito quartieri come Daraj, Sabra e la zona del campo profughi di Deir el-Balah. Nell’ospedale Al-Awda di Nuseirat si è registrata un’altra strage, con sette morti e venti feriti nei pressi di un punto di distribuzione di aiuti. Il crepitio delle esplosioni, raccontano i medici, si mescola alle sirene delle ambulanze in un crescendo che non concede tregua.
Le accuse di Hamas e la sorte dei prigionieri israeliani
Dalla Striscia arriva la replica di Hamas, che definisce Netanyahu un «criminale di guerra» e gli attribuisce «piena responsabilità» per la vita dei prigionieri israeliani detenuti a Gaza. Il movimento islamista trascina nella polemica anche Washington: l’ex presidente Donald Trump viene accusato di «palese parzialità» verso la «propaganda sionista», mentre l’Amministrazione statunitense viene indicata come corresponsabile dell’escalation con il suo sostegno militare e diplomatico a Israele. Secondo Hamas, la linea americana alimenta un conflitto che rischia di travolgere civili e detenuti indistintamente.
In un messaggio diffuso dopo gli ultimi bombardamenti, l’organizzazione sostiene che «la distruzione sistematica» in corso mette a repentaglio anche la vita dei soldati israeliani catturati nei giorni scorsi. «Il destino dei prigionieri – si legge – sarà deciso dal governo terrorista di Netanyahu», afferma il comunicato, che descrive l’azione militare come «campagna fascista di annientamento». Tra i vicoli di Gaza, dove le macerie si accumulano, l’ombra dell’incertezza pesa su chi resta e su chi è costretto a combattere una guerra che pare non avere vie d’uscita.
Proteste a Gerusalemme
A centinaia di chilometri dal fronte, di fronte alla residenza ufficiale del primo ministro a Gerusalemme, si è alzato il coro delle famiglie degli ostaggi. Alcuni hanno montato tende, altri si sono seduti per terra stringendo fotografie dei propri cari: tutti chiedono lo stop immediato all’offensiva. «Ci barricheremo qui, non ce ne andremo», ha annunciato Anat Angrest, madre del ventunenne Matan, convinta che «ogni bomba sganciata mette a repentaglio la vita di chi è ancora nelle mani di Hamas». La determinazione di queste famiglie è fatta di silenzi condivisi e di sguardi che raccontano notti di insonnia.
Nelle stesse ore, il leader dell’opposizione Yair Lapid ha rilasciato una dichiarazione ai media locali, demolendo l’operazione dal punto di vista politico. «Mai, in tanti anni, ho visto un piano militare privo di obiettivi definiti», ha affermato, sostenendo che senza una strategia chiara «si rischia solo di prolungare il conflitto fino al prossimo anno, sacrificando ostaggi e soldati». Per Lapid, l’assenza di una visione di lungo periodo rende l’attuale governo incapace di trasformare l’azione bellica in un risultato politico tangibile.
Esodo della popolazione e polemica sui volantini di evacuazione
Nel frattempo, il portavoce in lingua araba delle Idf, colonnello Avichay Adraee, ha quantificato in oltre 350 mila i residenti che avrebbero lasciato Gaza City prima dell’irruzione via terra. L’esercito continua a sollecitare il trasferimento verso l’area costiera di Al-Mawasi, definita «zona umanitaria». Secondo Adraee, account legati ad Hamas divulgano volantini falsi per dissuadere i civili e «utilizzarli come scudi umani». Molti profughi, però, temono di non poter più rientrare nelle proprie case e si avviano verso sud con il timore di un esilio senza ritorno.
Una fonte della difesa riferisce che durante la notte altre migliaia di persone hanno abbandonato la città, incalzate dai bombardamenti continui. I video girati lungo le arterie principali mostrano famiglie con pochi bagagli, neonati in braccio e anziani su sedia a rotelle, mentre le colonne di fumo oscurano l’orizzonte. Il contrasto fra il fragore delle esplosioni e il passo lento dei civili in marcia tratteggia un quadro di sradicamento che resterà impresso nella memoria collettiva per molti anni a venire.
Prospettive internazionali
All’orizzonte della diplomazia si registra una novità: il Lussemburgo ha annunciato l’intenzione di riconoscere ufficialmente lo Stato palestinese durante la prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. Il primo ministro Luc Frieden e il ministro degli Esteri Xavier Bettel lo hanno comunicato al Parlamento del Granducato, seguendo le orme di altri Paesi europei che hanno già annunciato decisioni analoghe. L’obiettivo dichiarato è sostenere la soluzione dei due Stati e dare un segnale politico in un momento di massima tensione.
Il riconoscimento, pur simbolico, arriva mentre la regione vive una drammatica impasse. Per alcuni osservatori potrà esercitare pressioni aggiuntive su Israele e rafforzare il fronte diplomatico a favore di un cessate il fuoco; per altri rischia di irrigidire ulteriormente le posizioni, alimentando la convinzione di Hamas di poter contare su un sostegno politico internazionale. In ogni caso, la mossa lussemburghese conferma che il conflitto non si combatte soltanto sul terreno, ma anche nelle stanze ovattate della diplomazia globale contemporanea mondiale.
