L’impresa alpinistica che segnò un’epoca rivive sul grande schermo: Alessandro Borghi indossa i panni di Walter Bonatti in “Bianco”, nuovo lungometraggio firmato da Daniele Vicari, le cui riprese partono oggi fra Valle d’Aosta e Alto Adige.
In vetta a un mito moderno
La genesi di “Bianco” affonda le radici in una storia che la montagna custodisce con gelosa memoria. Quando nel 1961 l’allora trentunenne Walter Bonatti scelse il Pilone Centrale del Frêney come nuovo obiettivo, nessuno osava scommettere su quella parete di roccia alta ottocento metri, rimasta l’ultima frontiera inviolata del Monte Bianco. La visione di Vicari punta a restituire, con rigore narrativo e vibrante intensità visiva, la determinazione d’acciaio di un uomo che concepiva l’alpinismo come atto di libertà assoluta. La sensazione di trovarsi sospesi tra terra e cielo diventa qui materia cinematografica, pronta a travolgere lo spettatore con la stessa forza di una bufera in quota.
Il film non si limita a ricostruire l’impresa: ripercorre l’intero arco emotivo di sei alpinisti d’élite chiamati a misurarsi con limiti fisici e morali. Solo tre uscirono vivi da quella tempesta; tuttavia, fu il coraggio di Bonatti – lucido, ostinato, talvolta silenziosamente disperato – a inscrivere la vicenda nel canone delle grandi epopee dell’esplorazione. Attraverso un intreccio che alterna momenti di azione pura a pause intime, “Bianco” indaga la sottile linea che separa la gloria dalla tragedia, la fiducia reciproca dal cedimento finale, consegnando al presente una storia ancora capace di interrogare il nostro rapporto con l’estremo.
Un set che sfida l’altitudine
Le prime scene si girano attorno a Courmayeur, per poi risalire gradualmente verso i versanti più impervi del massiccio. Il team segue le orme reali di Bonatti: dal Flambeaux al Col de la Fourche, lungo la cresta del Peuterey fino alla base del temuto pilone. Trasportare troupe, attrezzatura e attori sopra quota tremila implica una logistica da spedizione scientifica: teleferiche dedicate, turni ridotti per evitare il mal di montagna, droni progettati per resistere ai venti gelidi. Tutto è pensato per non alterare l’habitat d’alta quota, rispettandone fragilità e sacralità.
Il regista ha voluto che ogni inquadratura nascesse “sulla pelle” della parete, preferendo la luce naturale allo studio. Il bianco abbacinante dei ghiacci diventa così schermo su cui si proietta la tensione interiore dei protagonisti. L’uso di camere leggere consente movimenti fluidi persino su crinali stretti; la colonna sonora, registrata in presa diretta, incorpora fruscii di vento e scricchiolii di ramponi, trasformando il paesaggio in personaggio a tutti gli effetti. Tale scelta regala un’autenticità rara, capace di far percepire il respiro corto degli attori come quello di chi, dall’altra parte dello schermo, trattiene il fiato.
Un cast internazionale sull’orlo del vuoto
L’interprete principale, Alessandro Borghi, affronta una metamorfosi complessa: fisico asciugato, barba incolta, sguardo che riflette la lucida follia dei grandi pionieri. Accanto a lui spiccano Pierre Deladonchamps, Finnegan Oldfield, Marlon Joubert, Quentin Faure, Alessio Del Mastro e Jonas Bloquet. Ognuno incarna un alpinista con dialetto, approccio tecnico e fragilità propri, offrendo un mosaico di accenti e paure che amplia l’orizzonte narrativo oltre i confini nazionali. Il risultato è un’energia corale in cui l’io si scioglie nel noi, proprio come accade in parete.
La preparazione è stata rigorosa: mesi di allenamento su ghiaccio vivo, corsi di autosoccorso, consulti con guide alpine che avevano conosciuto di persona il vero Bonatti. Durante le pause sul set, gli attori dormivano in tenda per abituarsi alle temperature sotto zero, consolidando un’armonia che la macchina da presa restituisce in tutta la sua urgenza. Quando uno sbaglia un nodo, rischiano tutti; questa consapevolezza collettiva filtra nello sguardo degli interpreti, donando verità a ogni battuta lanciata contro il rombo del vento.
Produzione, sostegni e collaborazioni
“Bianco” nasce da una coproduzione che unisce Italia, Francia e Belgio sotto la regia produttiva di Be Water Film, con la partecipazione di Rai Cinema, The Project Film Club e Tarantula. Al timone organizzativo troviamo Mattia Guerra, Laurent Fumeron, Joseph Rouschop ed Eva Curia, convinti che le grandi storie abbiano bisogno di confini aperti per sprigionare tutta la loro forza. Il progetto dimostra che la cooperazione europea può tradursi in visioni comuni, capaci di superare tanto le barriere linguistiche quanto quelle geografiche.
Numerosi enti hanno riconosciuto il valore culturale dell’opera: dal contributo selettivo del MIC-DGCA al sostegno di IDM Film & Music Commission Südtirol e della Fondazione Film Commission Vallée d’Aoste, passando per partnership locali che mettono a disposizione infrastrutture e know-how alpino. Moncler fornisce abbigliamento tecnico, mentre il patrocinio del Club Alpino Italiano garantisce supervisione storica e topografica. Ogni sostegno risponde a un obiettivo condiviso: restituire dignità cinematografica a un capitolo leggendario dell’alpinismo mondiale.
Dalla pagina allo schermo: la sceneggiatura
La base letteraria è il classico di Marco Albino Ferrari, “Frêney 1961 – La tempesta sul Monte Bianco”. In quel volume, l’autore ricostruisce con precisione quasi documentaristica i giorni di attesa, l’escalation di tensione e la furia meteorologica che imprigionò la cordata. Gli sceneggiatori hanno trasformato quel racconto in una struttura drammaturgica che alterna flashback, confessioni interiori e descrizioni tecniche, senza mai perdere di vista l’etica di chi vive la montagna come palestra di verità. L’obiettivo dichiarato è restituire il senso di vertigine morale più che quello puramente fisico.
Il team di scrittura è composto da Massimo Gaudioso, Francesca Manieri, lo stesso Ferrari e il regista Daniele Vicari. Quattro sensibilità differenti, accomunate dal desiderio di evitare qualsiasi retorica eroica, preferendo una narrazione che metta al centro le scelte, i conflitti e, soprattutto, le conseguenze di ogni passo mal calcolato. Ne scaturisce un testo serrato, in cui dialoghi rapidi e silenzi carichi di significato tracciano un percorso emotivo che scorre parallelo alla via alpinistica.
L’arte dietro la macchina da presa
Alla direzione della fotografia, Gherardo Gossi impiega ottiche capaci di accentuare il contrasto fra il bagliore dei ghiacci e le ombre drammatiche proiettate dalle sporgenze rocciose. La scenografia di Marta Maffucci interviene con tocchi minimi, privilegiando autenticità e fedeltà storica: corde d’epoca, piccozze in legno, abbigliamento in lana grezza evocano un alpinismo ante-tecnologia che, seppur distante nel tempo, appare sorprendentemente vicino nelle emozioni. Ogni dettaglio diventa così ponte fra passato e presente, invitando lo spettatore a interrogarsi sul valore della memoria.
Completano la squadra i costumi di Emmanuelle Youchnovski, il suono di Alessandro Palmerini e il montaggio di Benni Atria. Il ritmo del film nasce dall’alternanza di sequenze concitate e pause contemplative in cui il silenzio della montagna parla più di mille battute. È in questi interstizi che il pubblico avverte il gelo sulle guance, lo scricchiolio del ghiaccio sotto i ramponi, la paura che morde la lucidità. Con “Bianco”, Vicari e il suo team non si limitano a raccontare una scalata: invitano a percorrerla, passo dopo passo, cuore contro roccia.
