La tranquillità di un pomeriggio veronese è stata squarciata dalla notizia del ritrovamento del corpo senza vita di un sedicenne originario dello Sri Lanka, scomparso dopo essersi allontanato da un centro educativo specializzato. Il ragazzo è stato rinvenuto in una piscina privata, area vicina allo stadio Bentegodi, al termine di frenetiche ricerche.
La fuga dall’istituto e la mobilitazione immediata
La fuga del sedicenne dal Don Calabria, istituto che gli stava offrendo un percorso di formazione professionale, si è consumata in pochi istanti, cogliendo di sorpresa educatori e compagni. Il giovane, descritto come vivace ma vulnerabile a causa di un disturbo dello spettro autistico, avrebbe oltrepassato i cancelli dell’ente senza farsi notare, inoltrandosi verso le strade esterne del quartiere. L’allarme è scattato immediatamente: mentre gli operatori stilavano una descrizione dettagliata, alcuni compagni fornivano indicazioni sui suoi possibili percorsi abituali, consapevoli del rischio insito in ogni minuto trascorso lontano dal loro controllo. La priorità in quei momenti era solo riportarlo al sicuro.
Nel giro di pochissimo, l’intera zona compresa tra il quartiere dello stadio Bentegodi e gli isolati limitrofi si è trasformata in una scacchiera di pattuglie e volontari. I Carabinieri di Verona hanno coordinato il dispositivo, mentre le squadre del 118 presidiavano potenziali punti critici, canali e corsi d’acqua inclusi. Ogni varco, parcheggio o giardino veniva setacciato con meticolosità: l’ansia collettiva cresceva per proporzione inversa alla speranza di trovarlo incolume. Dall’istituto giungevano frequenti richieste di aggiornamento, segno di una preoccupazione che andava oltre la semplice responsabilità professionale.
Il tragico epilogo nella piscina privata
La ricerca, pur metodica, si è scontrata con il destino nel giro di poche ore. In una proprietà residenziale protetta da cancellate, i militari hanno scorto indumenti abbandonati sul bordo di una vasca all’aperto; era la conferma che il sedicenne si fosse introdotto oltre le barriere per raggiungere l’acqua. Quando gli operatori del 118 si sono calati in piscina, il tentativo di rianimazione si è rivelato inutile: contrariamente ad ogni desiderio, il ragazzo era già privo di vita. Il silenzio che ha avvolto i presenti è stato eloquente.
Il sopralluogo degli inquirenti si è concentrato sulla ricostruzione di ogni istante precedente al ritrovamento, nella consapevolezza che ogni dettaglio può restituire un senso a quanto avvenuto. I proprietari dell’abitazione, ignari della presenza del giovane, sono stati ascoltati e hanno fornito piena collaborazione, comprensibilmente sconvolti dal dramma consumatosi nel loro giardino. Completate le formalità, la salma è stata riconsegnata ai genitori, avvolti da un dolore composto ma visibile. L’immagine dei due coniugi che stringono il proprio figlio per l’ultima volta ha lasciato un segno indelebile.
Una scossa per la città e per il mondo dell’assistenza
In poche ore la notizia ha oltrepassato i confini del quartiere, fermandosi sulle bacheche dei social e sulle scrivanie degli addetti ai lavori: educatori, medici, psicologi. Verona si è trovata a confrontarsi con la fragilità di chi vive con disabilità complesse, ricordando quanto sia delicato l’equilibrio tra autonomia e protezione. Il lutto di una singola famiglia è diventato specchio di una responsabilità collettiva, impellente, che impone di riflettere su procedure di sicurezza, spazi di libertà e supporto costante. Non si tratta di individuare colpevoli, bensì di capire come evitare che il dolore si ripeta.
Tra i corridoi del Don Calabria, il silenzio del giorno dopo racconta più di ogni discorso. I compagni di corso fissano banchi e finestre vuote, gli educatori ripercorrono minuziosamente l’accaduto, interrogandosi sulle barriere da rafforzare senza cancellare l’umanità dell’accoglienza. Nessuna procedura, anche la più rigorosa, potrà mai sostituire il calore di uno sguardo vigile; tuttavia, l’esperienza costringe a riconsiderare turni, vigilanza e persino l’architettura degli spazi esterni. Condividere le responsabilità, adattarsi alle caratteristiche di ciascun ragazzo, prevenire i rischi: da oggi questi imperativi risuonano con un’urgenza rinnovata.
