Al Policlinico di Modena è stata compiuta una svolta storica: per la prima volta nel vecchio continente un trapianto di fegato da donatore vivente è stato effettuato interamente con un sistema robotico, sia nella fase di prelievo sia in quella di impianto. Il risultato conferma l’eccellenza chirurgica emiliana.
Un primato europeo nato in Emilia-Romagna
Il successo appartiene a un percorso di ricerca e di innovazione clinica coltivato tenacemente in Emilia-Romagna. Prima d’ora interventi di questo tipo erano stati eseguiti soltanto in due centri ad altissimo volume di Asia e Medio Oriente, rispettivamente a Seoul e Riyadh. Con l’intervento modenese, l’Europa entra nel ristretto club dei luoghi capaci di impiegare la chirurgia robotica su tutto l’iter del trapianto da vivente, abbattendo barriere organizzative, logistiche e tecniche. Dietro il bisturi guidato da console c’è un capitale di idee, competenze e sinergie istituzionali che non nasce mai per caso.
Il riconoscimento di tale traguardo è arrivato direttamente dalla governance regionale: il presidente Michele de Pascale e l’assessore alle Politiche per la salute Massimo Fabi hanno rimarcato come un servizio sanitario pubblico, solido e aperto a tutti, possa farsi pioniere della tecnologia più avanzata. Le loro parole hanno sottolineato la natura universalistica dell’impresa, realizzata nell’interesse collettivo e grazie alla dedizione di professionisti di altissimo profilo. Quando innovazione e principi di equità si incontrano, il progresso smette di essere privilegio e diventa patrimonio comune.
Due interventi in sinergia totale fra uomo e tecnologia
La procedura è stata, in realtà, la somma di due atti chirurgici perfettamente orchestrati. In un’unica seduta il team ha dapprima prelevato l’emifegato del donatore mediante il sistema da Vinci, successivamente ha impiantato l’organo nel ricevente, sempre con la stessa piattaforma robotica. Gli operatori hanno lavorato attraverso minuscoli accessi cutanei, sufficienti a inserire telecamere ad altissima definizione e strumenti articolati in grado di ruotare a 540 gradi. L’ingrandimento ottico e la soppressione del tremore fisiologico della mano umana hanno permesso suture millimetriche, riducendo il rischio di complicanze vascolari e biliari.
Il beneficio più evidente di una chirurgia così poco invasiva risiede nei tempi di recupero. Il donatore ha lasciato l’ospedale in sole quattro giornate, libero da dolorosi drenaggi e con ripresa funzionale rapida, mentre il ricevente è rientrato nella propria regione dopo dieci giorni, con parametri clinici in linea con le migliori serie internazionali. L’impatto emotivo di tornare a casa in tempo quasi record, dopo un intervento tanto impegnativo, testimonia quanto la tecnologia, se guidata da mani esperte, possa restituire qualità di vita.
Il ruolo di un sistema trapiantologico d’eccellenza
Alle spalle dell’operazione c’è una rete donativo-trapiantologica che la Regione Emilia-Romagna ha costruito nel tempo con investimenti mirati. Ventitré sedi di prelievo distribuite sul territorio garantiscono reperibilità di organi e collaborazione h24, mentre tre centri di riferimento – Modena, Bologna e Parma – convogliano competenze multidisciplinari e logistica avanzata. Questo modello, salutato come esempio a livello nazionale, poggia però su un presupposto insostituibile: la generosità dei donatori e il lavoro silenzioso delle associazioni che seminano cultura del dono. Senza quel gesto individuale, la migliore delle tecnologie rimarrebbe lettera morta.
La guida scientifica di questo progresso è affidata al professor Fabrizio Di Benedetto, direttore della Chirurgia oncologica, epatobiliopancreatica e trapianti di fegato del Policlinico modenese. Dal 2000 il centro ha superato quota millecinquecento trapianti epatici, a conferma di una curva di esperienza tra le più estese d’Europa. Nel 2019 la stessa équipe ha assunto la responsabilità chirurgica del trapianto renale, introducendo anche in quel campo la robotica sia per il prelievo che per l’impianto da donatore vivente. Una continuità di innovazione che plasma percorsi di cura sempre meno traumatizzanti per chi dà e per chi riceve.
Una reputazione consolidata a livello internazionale
I risultati modenesi non si esauriscono nel perimetro regionale. L’équipe ha svolto un ruolo trainante in tre Consensus Conference globali: nel 2023 a Parigi sul ricorso alla robotica nei tumori epatici e pancreatici, nel 2024 a Riyadh sull’impiego dei robot nei trapianti d’organo e nel 2025 a Toronto sulla sicurezza dei donatori viventi. Questi appuntamenti hanno consacrato l’ospedale italiano come interlocutore di prim’ordine nella definizione degli standard mondiali. Portare la propria esperienza ai tavoli internazionali significa esportare buone pratiche e, al contempo, importare stimoli che alimentano un circolo virtuoso di conoscenza.
A chiudere il cerchio è il direttore generale Luca Baldino, che ha lodato con convinzione il lavoro dell’équipe sottolineando l’alto valore etico della mini-invasività nei trapianti da vivente. Secondo il manager sanitario, ridurre l’impatto chirurgico sul donatore è un obbligo morale prima ancora che tecnico, perché dona significato ulteriore a un gesto già animato da profondo altruismo. Ogni volta che una cicatrice si accorcia, diminuisce la sofferenza ma cresce anche la forza di un messaggio: la scienza può essere gentile davvero.
