La sala gremita dell’Ateneo ha accolto le riflessioni di Giovanna Iannantuoni, che, tirando le somme dei suoi sei anni alla guida di Milano-Bicocca, ha consegnato al pubblico un messaggio carico di energia, gratitudine e fiducia nel futuro accademico della città e dell’intero Paese.
Una comunità fondata sulla passione
L’emozione palpabile nell’aula magna si è riversata nelle parole della rettrice, che ha tracciato un bilancio personale e corale dell’esperienza iniziata nel 2019. Fin dal primo giorno, ha spiegato, l’obiettivo non era soltanto amministrare, ma infondere linfa vitale all’istituzione, lasciando una scia di entusiasmo che potesse resistere al passare degli anni. «Ogni decisione, ogni iniziativa – ha ricordato – è nata dall’amore per questa comunità». Una comunità che lei stessa descrive come viva, partecipe, capace di riconoscere e restituire la passione che la muove. Il desiderio espresso è chiaro: fare in modo che il suo impegno resti percepibile, quasi tangibile, nei corridoi e nei progetti futuri dell’università.
Il senso di appartenenza, racconta, è cresciuto progetto dopo progetto. Collaboratori, docenti, personale tecnico e studenti hanno condiviso un percorso che lei definisce “coraggioso” per l’ampiezza delle sfide affrontate. Milano si è fatta banco di prova e alleato, offrendo un tessuto urbano fertile che ha accolto iniziative con un entusiasmo inatteso. Dal potenziamento delle strutture di ricerca ai programmi con le scuole superiori, l’eco delle attività ha superato i confini del campus, intrecciandosi con le esigenze della città, della Regione e di un’Italia in continua evoluzione. L’immagine che ne deriva è quella di un ordito comune in cui l’università è filo essenziale, mai isolato.
Legami indissolubili con il territorio
La rettrice ha insistito nel ricordare che nessun traguardo sarebbe stato possibile senza la fitta rete di alleanze costruita con istituzioni pubbliche e realtà economiche dell’area metropolitana. Grazie a protocolli di collaborazione, l’Ateneo ha dialogato non solo con le più alte cariche regionali, ma pure con associazioni, enti culturali e imprese emergenti. Ogni interazione ha alimentato un modello virtuoso, in cui ricerca e didattica si fondono con le esigenze produttive e sociali di un territorio dinamico. «Volevamo che Bicocca fosse percepita come una casa aperta, non come una torre d’avorio», ha sintetizzato, sottolineando come tale apertura resterà un patrimonio per chi verrà.
Questa reciprocità, ha aggiunto, si è manifestata con forza anche nei momenti più delicati: progetti complessi, investimenti rischiosi, cambiamenti strutturali. In ogni circostanza, la comunità accademica ha reagito con senso di responsabilità e slancio, dimostrando che la fiducia è il collante capace di trasformare idee ambiziose in risultati tangibili. Iannantuoni ha riconosciuto apertamente la dedizione dei colleghi, dalla governance ai ricercatori più giovani, ricordando come ciascuno abbia donato tempo ed energia ben oltre il dovuto. Non è semplice retorica, racconta: quel sentimento di stima ha reso ogni ostacolo un’occasione di crescita condivisa.
Gli studenti al centro del sistema
Tra i passaggi più sentiti del suo intervento spicca l’appello rivolto ai due milioni di studentesse e studenti universitari che popolano gli atenei italiani. A loro ha garantito che il meccanismo dell’istruzione superiore poggia saldamente sui loro volti, sulle loro aspirazioni professionali e sul desiderio di incidere sulla società. «Tutto il nostro impianto vive grazie ai vostri sogni», ha ribadito, invitando le nuove generazioni a vivere con fiducia l’approdo in università. La promessa è netta: non ci sarà compromesso sull’impegno a dotare la didattica di strumenti all’altezza delle sfide globali.
Accanto all’offerta curricolare tradizionale, l’Ateneo punta a percorsi formativi capaci di anticipare le esigenze di un mercato del lavoro in rapida trasformazione. Progettazione modulare, laboratori con imprese, scambi internazionali: ogni tassello è progettato per ridurre il divario tra aula e professione. Secondo la rettrice, l’università deve agire da laboratorio di futuro, facendo in modo che lo slancio creativo degli studenti trovi spazio già durante gli anni di studio. L’obiettivo è consegnare loro non solo un titolo, ma la capacità di navigare con sicurezza in contesti mutevoli.
Imparare a imparare
Il punto cardine della visione di Iannantuoni si riassume in un imperativo: insegnare a imparare. Una competenza, ha spiegato, che preserva la curiosità e rende cangianti le prospettive professionali lungo l’intera vita lavorativa. Non basta offrire contenuti aggiornati; occorre fornire metodi che permettano a ciascuno di rigenerare il proprio bagaglio culturale al ritmo dell’innovazione. In quest’ottica, tutorial interattivi, micro-credential e percorsi interdisciplinari diventano strumenti imprescindibili. Solo chi trasforma la propria mente in un laboratorio permanente, ha osservato, potrà restare protagonista in un contesto che muta di anno in anno.
Sullo sfondo di questa filosofia si staglia l’immagine di un’università che non teme di reinventarsi, pronta a sperimentare nuove metriche di valutazione e a concedersi spazi di errore costruttivi. La rettrice ha evidenziato come l’apprendimento continuo non sia un’astrazione, ma un’esigenza capace di determinare la competitività di un intero Paese. Rafforzare tale dimensione significa, a suo avviso, costruire cittadini critici e professionisti duttili, in grado di fronteggiare transizioni tecnologiche e sociali. È su questa resilienza cognitiva che, sostiene, si fonderà la prosperità futura.
La sfida dell’equità di genere
Verso la conclusione del suo discorso, Iannantuoni ha rivolto un pensiero alle donne che abitano l’università di oggi e a quelle che la abiteranno domani. Ogni conquista, ha sottolineato, andrebbe letta come un passo compiuto anche per chi verrà. L’immagine è quella di un sentiero che si allarga progressivamente, lasciandosi dietro ostacoli e stereotipi. La rettrice ha ricordato come l’equilibrio tra vita professionale e privata debba smettere di essere un bivio doloroso. Nessuna – ha affermato con forza – deve sentirsi costretta a sacrificare l’affetto o la carriera, perché entrambi possono alimentarsi a vicenda.
Alle studentesse, alle ricercatrici e alle professioniste in formazione arriva un invito accorato: coltivare fiducia nelle proprie capacità, respingendo l’idea di dover dimostrare di più soltanto perché donne. L’università, ribadisce, ha il dovere di offrire ambienti inclusivi, percorsi di mentoring e modelli di leadership pluralisticamente rappresentativi. La felicità, ha concluso, non è un privilegio da conquistare in solitudine, ma uno stato che nasce quando le diverse dimensioni della vita scorrono in armonia. Da qui l’impegno a mantenere aperta la strada per chi, domani, vorrà cimentarsi in sfide ancora più grandi.
