La tragica scomparsa del quattordicenne Paolo Mendico, suicidatosi a Santi Cosma e Damiano, ha acceso un acceso dibattito sul clima interno all’istituto tecnico industriale A. Pacinotti di Fondi, dove il ragazzo era iscritto.
Le parole della preside
La dirigente scolastica, professoressa Gina Antonetti, respinge con decisione le accuse di avere ignorato episodi di bullismo. Secondo quanto riferisce, in segreteria e nei canali ufficiali non sarebbe mai arrivata alcuna segnalazione formale né da parte delle famiglie né dagli stessi studenti. “È possibile che qualche alunno si sia comportato in maniera sconveniente”, osserva la preside, “ma se fosse accaduto, nessuno lo ha portato all’attenzione della scuola”. Da qui la convinzione che la vicenda stia generando, a suo dire, una campagna denigratoria che rischia di colpire indiscriminatamente l’intero istituto e il corpo docente.
Antonetti sottolinea inoltre che lo studente mancava dai banchi da circa un mese e mezzo. Per questo ritiene azzardato collegare in modo diretto il gesto estremo del ragazzo a ciò che avveniva tra i corridoi del Pacinotti. «Non sappiamo cosa possa essere capitato nelle precedenti scuole o nella sua vita privata», ribadisce la dirigente, invitando a non sovrapporre contesti differenti. L’impressione, dice, è che si stia innescando una “macchina del fango” capace di amplificare sospetti e accuse prima ancora che emergano elementi concreti e verificati.
Gli strumenti di prevenzione messi in campo
Nel corso degli anni l’istituto ha implementato diverse iniziative mirate a prevenire e contrastare i comportamenti aggressivi fra pari. Oltre alla presenza costante di uno psicologo in classe durante progetti specifici, la scuola dispone di uno sportello di ascolto aperto non solo agli studenti ma anche alle famiglie, con appuntamenti dedicati. Sono stati inoltre organizzati tavoli di confronto sul tema del bullismo, durante i quali docenti, alunni e genitori hanno potuto discutere in maniera strutturata di dinamiche relazionali, linguaggio offensivo e possibili strategie di gestione dei conflitti.
L’attenzione, a detta della dirigenza, non si è mai limitata a incontri formali. Quando Paolo segnalò che alcuni compagni usavano parolacce o tenevano atteggiamenti poco rispettosi, la scuola – racconta Antonetti – intervenne con provvedimenti tempestivi, coinvolgendo le rispettive famiglie e monitorando l’andamento della classe. «Lavoriamo su episodi concreti», sottolinea la dirigente, che rivendica un approccio centrato sull’ascolto e sul dialogo, rifiutando l’idea di punizioni meramente esemplari. Secondo lei, questo metodo avrebbe consentito di mantenere un clima complessivamente controllato e inclusivo.
Un quadro ancora da decifrare
La morte di Paolo Mendico rimane dunque avvolta da zone d’ombra che nessuna dichiarazione ufficiale è stata finora in grado di dissipare. Se, da un lato, la comunità si interroga sul peso che le dinamiche scolastiche possono aver avuto, dall’altro pesa l’assenza di indicazioni precise sul periodo trascorso dal ragazzo lontano dalle aule. Il nesso causale fra l’ambiente dell’istituto e il gesto estremo, al momento, resta soltanto ipotetico, in attesa di eventuali riscontri da parte delle autorità preposte, competenti e degli specialisti coinvolti.
Nel frattempo la preside insiste sul bisogno di tutelare l’immagine del Pacinotti. Ricorda che, pur riconoscendo la possibilità di singoli episodi scorretti, l’istituto avrebbe sempre reagito con misure puntuali. «È essenziale distinguere le varie tappe scolastiche affrontate da Paolo», dichiara, mentre sollecita un esame lucido dei fatti. Ancora una volta fa appello alla responsabilità di media e opinione pubblica, invitando a non alimentare giudizi sommari che, a suo avviso, rischiano di travolgere insegnanti e studenti estranei a qualsiasi forma di violenza.
