Lungo i marciapiedi di Milano una famiglia palestinese ride di nuovo. Sotto un cielo finalmente quieto, Taghred, il marito Youssef e le loro tre figlie si stringono dopo mesi di separazione, portando con sé cicatrici e speranze raccolte tra le macerie di Gaza e le corsie dell’ospedale pediatrico Vittore Buzzi.
Una ricongiunzione attesa per diciotto mesi
Il sorriso che oggi illumina il volto di Youssef non cancella i diciotto mesi trascorsi in un campo profughi di Khan Yunis, ma restituisce un senso alla fatica. La sua ombra emaciata, immortalata nelle fotografie conservate sul telefono, appartiene ormai al passato: nel maggio 2025 un permesso umanitario gli ha finalmente aperto la strada verso Milano, dove la moglie e le figlie lo attendevano dal febbraio 2024. La scena del loro abbraccio, consumata davanti all’ingresso di un modesto alloggio popolare, ha scatenato lacrime e incredulità fra vicini e volontari.
La famiglia si è fatta vedere per la prima volta in pubblico durante una festa di quartiere in via Arquà, dove l’associazione Bellarquà aveva disseminato il selciato di barchette di carta variopinte, simbolo di viaggi imposti e speranze condivise. Tra una marcia della banda e il coro “Palestina libera”, le tre sorelline Maryam, Zena e Rima hanno rincorso palloncini colorati senza mai lasciare la mano dei genitori. Era la celebrazione di un presente nuovamente possibile, costruito su un equilibrio fragile ma carico di futuro.
Ferite visibili e invisibili: il percorso clinico dopo l’approdo in Italia
Taghred varcò l’ingresso dell’ospedale pediatrico Vittore Buzzi il 5 febbraio 2024 a bordo di un’ambulanza addobbata con palloncini rosa e blu, dettaglio leggero che strideva con la gravità delle sue condizioni. Sotto la manica della maglia, ancora oggi, corre una cicatrice lunga e sottile che risale dal polso verso il braccio, memoria tangibile di un corpo schiacciato dalle macerie. Il mese scorso i chirurghi hanno rimosso la placca metallica applicata allora; a breve toccherà alla primogenita e alla nonna affrontare interventi analoghi.
All’ospedale, racconta la giovane avvocata, medici e infermieri hanno curato non soltanto le lacerazioni cutanee ma anche un dolore più subdolo, quello che graffia lo spirito di chi ha visto crollare la propria casa e perdere amici e parenti. Proprio per accompagnare famiglie come la sua fuori dalle corsie, la milanese Glores Sandri ha lanciato il progetto A doula for Palestine: una rete di sostegno che comincia dove finiscono le terapie e inizia la necessità di reinventarsi nuovamente ogni giorno.
Il giorno in cui la casa crollò
La tragedia si consumò il 23 novembre 2023, quando l’edificio di tre piani che ospitava i parenti di Youssef a Rafah venne polverizzato da un bombardamento. Taghred, le figlie e la madre rimasero intrappolate sotto le macerie; tredici persone, fra cui alcuni nipoti, persero la vita. Il video del salvataggio di Maryam, ripreso con un telefono tremante, immortala la corsa frenetica dei soccorritori e un urlo di sollievo che sembra squarciare il boato delle bombe. L’uomo, quel giorno, era lontano dall’abitazione.
Le ferite di Taghred – mano e piede fratturati, tre lesioni al bacino, ustioni sul volto e sulle piante dei piedi – avrebbero potuto ucciderla se l’ambulanza non fosse arrivata in pochi minuti. Ricorda la sensazione di soffocare nel buio, incastrata in un vuoto senza aria. Rimase attaccata all’ossigeno per un’intera giornata prima di poter pronunciare il proprio nome e rassicurare i familiari, ignari del suo destino fino al tramonto di quella stessa sera. Il contatto con i soccorritori, il suono metallico delle barelle, l’odore acre della polvere restano fotogrammi che riaffiorano a ogni notte.
Dall’università alla tenda: la parabola di Youssef
Prima che la guerra strappasse ogni certezza, Youssef aveva studiato informatica per cinque anni e lavorava per un’organizzazione umanitaria turca dedicata ai bambini di Gaza rimasti senza genitori. Le fotografie sul suo telefono lo ritraggono in giacca e cravatta, mentre riceve una targa di riconoscimento fra colleghi sorridenti. Quelle stesse mani abituate a distribuire aiuti hanno poi montato tende, acceso fuochi improvvisati, respinto insetti giganteschi che invadevano il giaciglio di fortuna nel campo di Khan Yunis durante notti gelide e giorni arroventati dalla sabbia.
In quel contesto degradato l’uomo ha perso oltre dieci chili, ma non la determinazione. «Parlo inglese», ripete a chiunque incontri, «e imparerò anche l’italiano». Offrirebbe il suo tempo per qualsiasi impiego pur di garantire un futuro dignitoso alle figlie. L’idea di dover mendicare una vita che già sapeva costruirsi da solo gli pesa più di ogni privazione fisica, eppure stringe i denti, consapevole che ogni colloquio superato renderà meno ripida la strada dell’integrazione. Per lui, una tastiera, un magazzino, un banco di laboratorio sono solo scenari diversi di uno stesso obiettivo.
L’incognita del futuro
«Finché a Gaza resteranno chiusi i valichi e mancheranno scuole e ospedali per i bambini, non potrò tornare», confessa Taghred. Eppure non ama considerarsi emigrata per sempre. La famiglia sta cercando di radicarsi a Milano senza rinnegare le proprie origini: un appartamento adeguato, un impiego flessibile per lei che permetta di assistere le figlie, una posizione stabile per il marito. L’esilio non è mai una scelta, ma può diventare un ponte se la comunità ospitante sa tendere la mano in tempo.
Proprio su questo punto insistono operatori e volontari: le cure ospedaliere sono eccellenti, ma occorre una procedura umanitaria strutturata che guidi l’inserimento abitativo e professionale dei nuclei palestinesi accolti per motivi sanitari. Senza quella rete, il rischio è di trasformare la guarigione in una nuova prigionia. Per Taghred e Youssef, l’Italia rappresenta ora tanto una salvezza quanto una sfida: sopravvivere non basta, bisogna tornare a vivere, riuscendo a trasformare la cicatrice in racconto e la fuga in ripartenza concreta e duratura.
