La cronaca che trapela oltre le frontiere sigillate di Pyongyang racconta di una repressione che non fa sconti: oggi, in Corea del Nord, anche un film lungo due ore può trasformarsi in una sentenza di morte.
Tolleranza zero verso i contenuti stranieri
Nei piani alti del potere di Pyongyang la curiosità verso l’estero è considerata un virus da estirpare. Fra le misure più estreme introdotte, spiccano almeno sei nuove leggi varate dal 2015 che prevedono la pena di morte per chi osa guardare o condividere film, serie e programmi stranieri. I plotoni di esecuzione vengono allestiti nelle piazze, sotto gli occhi di assemblee obbligate, così che il terrore faccia da monito. Si muore non solo per il possesso di chiavette USB piene di melodrammi sudcoreani, ma anche per un semplice passaggio di mano: la colpa è contagiosa e l’esempio deve essere inflessibile.
Il ricorso a questi spettacoli pubblici di violenza è diventato ancora più frequente dal 2020, secondo le testimonianze raccolte dalle Nazioni Unite. Una ragazza ventitreenne, ha riferito la fuggitiva Kang Gyuri, è stata condannata a morte assieme a spacciatori di stupefacenti: stesso tribunale, stessa sentenza, stessi colpi di fucile. L’idea che una commedia romantica possa valere quanto un crimine legato alla droga rivela la scala della paura su cui si regge il sistema. Tre amiche di Kang non hanno avuto scampo dopo aver postato brevi clip sudcoreane: le loro esecuzioni, davanti a centinaia di residenti, hanno sancito che la cultura straniera è un nemico da eliminare.
Tecnologia al servizio del silenzio assoluto
La stretta non si limita alle armi da fuoco. Negli ultimi dieci anni, il regime di Kim Jong-un ha perfezionato un apparato di controllo capace di insinuarsi in ogni stanza. Telecamere, intercettazioni digitali e software di tracciamento sono diventati alleati preziosi di uno Stato che evita il confronto aprendo soltanto l’orecchio elettronico della sorveglianza. «Chiudere gli occhi e le orecchie delle persone» è l’obiettivo dichiarato da un ex funzionario riparato all’estero. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite osserva che oggi nessun’altra popolazione al mondo è sottoposta a restrizioni paragonabili: dalle espressioni artistiche alle chat private, tutto viene filtrato e schedato.
In questo clima, anche le decisioni quotidiane – cosa comprare al mercato, in quale scuola iscrivere un figlio, quale lavoro accettare – vengono decise dallo Stato, dettaglia il rapporto Onu basato su oltre 300 interviste a chi è riuscito a fuggire. Volker Türk, numero uno dell’organismo per i diritti umani, avverte che il protrarsi di queste pratiche alimenterà ulteriori sofferenze e una paura cronica. La sorveglianza potenziata dalla tecnologia non serve solo a individuare i dissidenti: produce conformismo e annulla la volontà, rendendo superflua perfino la prigione fisica. Ogni abitante diventa così un ingranaggio di una macchina che non tollera intoppi.
Lavoro coatto, altra faccia della repressione
Accanto ai plotoni di esecuzione e alle telecamere, la repressione assume le sembianze di turni estenuanti nei cantieri o nelle miniere. Famiglie economicamente fragili vengono convocate – spesso senza reale possibilità di rifiuto – per progetti edilizi di grande scala o per attività estrattive ad alto rischio. Lavoro forzato e propaganda si intrecciano: la fatica diventa prova di lealtà verso il partito, mentre l’assenza di un salario adeguato perpetua la dipendenza dallo Stato. Chi è troppo stanco per pensare è anche troppo stanco per ribellarsi, e così lo sfruttamento fisico completa l’architettura del controllo.
Confrontando la situazione odierna con quella di un decennio fa, l’Onu registra un’impennata di queste forme di reclutamento coatto. Gli intervistati parlano di squadre composte da ragazzi poco più che adolescenti, inviati a spostare carichi pesanti o a scavare gallerie con attrezzature obsolete. Il mancato completamento degli obiettivi può tradursi in punizioni collettive, mentre la glorificazione degli “sforzi patriottici” è martellante nei notiziari interni. Pyongyang sfrutta così la manodopera gratuita per progetti simbolo, consolidando il potere e riducendo ulteriormente gli spazi di scelta individuale.
Testimonianze che chiedono ascolto, numeri che chiamano responsabilità
I ricercatori delle Nazioni Unite hanno impiegato anni a mettere insieme ognuna delle oltre trecento testimonianze. In ognuna riecheggiano paura, fame di libertà e memoria di parenti che non ci sono più. Corea del Nord è un Paese che pochi riescono a lasciare, ma le parole di chi ce l’ha fatta costruiscono un quadro coerente: esecuzioni spettacolari, lavori disumani, microsorveglianza diffusa. Il metodo del terrore non è episodico, bensì sistematico. Chi torna a parlarne mette a repentaglio i familiari rimasti e tuttavia sceglie di farlo nella speranza che il mondo riconosca la gravità di ciò che accade.
Secondo l’Alto Commissariato, la tendenza è chiara: dal 2015 la pena capitale si trova in sempre più articoli di legge, e dal 2020 le condanne per la sola visione di materiale estero hanno conosciuto un “boom” che non accenna a diminuire. In pubblico, la leadership celebra questi provvedimenti come atti di difesa culturale; in privato, i cittadini li percepiscono come un cappio. Finché la vita di un giovane potrà essere spezzata per una risata registrata in un film straniero, la comunità internazionale non potrà considerare la questione chiusa. L’Onu insiste: è tempo di responsabilità e di sostegno concreto a chi fugge.
