La rivelazione giunge mentre l’attenzione mondiale resta puntata su Teheran. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha indicato che il prezioso uranio iraniano sarebbe sotterrato fra detriti e macerie dopo i bombardamenti condotti da Israele e Stati Uniti nei dodici giorni di guerra di giugno, aggiungendo nuova pressione a un dossier già incandescente.
Scorte sepolte e dubbi irrisolti
In un’intervista alla televisione di Stato, Araghchi ha per la prima volta tracciato il possibile destino delle riserve di uranio arricchito. L’Organizzazione iraniana per l’energia atomica, ha spiegato il ministro, sta verificando la reale accessibilità del materiale. A pesare di più sono 408 chili arricchiti al 60 per cento, soglia prossima all’impiego militare. Colpite dagli attacchi le strutture di Fordo, Natanz e Isfahan, quelle scorte cruciali sarebbero rimaste intrappolate sotto cumuli di cemento e infrastrutture sventrate.
L’incertezza che circonda la loro posizione tiene in ansia le cancellerie occidentali. La sospensione della cooperazione con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, decisa da Teheran subito dopo i raid, ha tolto agli ispettori dell’Onu qualsiasi possibilità di misurare i danni o di compiere verifiche sul sito. Senza dati ufficiali, la diplomazia internazionale si muove a tentoni, fra ipotesi contrastanti e sospetti reciproci che rischiano di bloccare ogni spiraglio negoziale.
Lo scontro di narrative tra Teheran, Washington e Gerusalemme
Mentre l’ex presidente Donald Trump insiste nel definire il programma nucleare iraniano “annientato”, analisti e funzionari sospettano che una parte delle scorte sia stata spostata prima dei bombardamenti. Se così fosse, la versione di Washington e Gerusalemme verrebbe messa in discussione, alimentando un dibattito aspro sulla reale efficacia dell’operazione militare. Ogni dichiarazione pubblica diventa così un tassello di una più ampia battaglia per la credibilità internazionale, giocata a colpi di dossier e conferenze stampa.
Parallelamente Teheran coltiva la narrativa della nazione aggredita. Citando la guerra lampo di giugno, Araghchi denuncia non solo la distruzione di impianti industriali, ma anche la minaccia alla sicurezza nazionale. Tuttavia, la descrizione dell’uranio “sepolto” permette al governo di tenere sulle spine gli avversari: finché non sarà chiaro se il materiale sia recuperabile o già altrove, l’Iran manterrà un margine di manovra che potrebbe rivelarsi decisivo nei negoziati futuri.
La prospettiva delle sanzioni e la corsa contro il tempo
Alle incertezze tecniche si somma l’ultimatum di Francia, Germania e Regno Unito. Se entro fine mese Teheran non garantirà un ritorno degli ispettori dell’Aiea e la piena tracciabilità delle scorte, le sanzioni internazionali saranno ripristinate. L’avvertimento pesa su un Paese già provato da anni di restrizioni economiche e dall’impatto sociale dei recenti bombardamenti, mentre le autorità tentano di mostrare fermezza senza chiudere del tutto la porta al dialogo.
Nella capitale iraniana il clima resta sospeso fra orgoglio patriottico e timore per le ripercussioni economiche. Se le sanzioni dovessero riattivarsi, colpirebbero di nuovo settori vitali dell’energia e della finanza, aggravando una crisi interna che ha già eroso la fiducia dei cittadini. Le diplomazie europee, però, sostengono di non potersi basare unicamente sulle parole di Teheran: servono ispezioni e prove concrete. Resta da vedere se la minaccia di nuove restrizioni convincerà il governo iraniano a mostrarsi più trasparente o, al contrario, lo spingerà verso un ulteriore irrigidimento.
