Costretto a rallentare ogni respiro da una polmonite aggressiva, Paolo Cirino Pomicino lancia un grido d’allarme: senza il farmaco ospedaliero Linezolid rischia complicazioni serie e, per ottenerlo, la legge gli impone un ricovero che considera superfluo.
La nuova emergenza personale
Da qualche giorno l’ex ministro democristiano trascorre le ore nella sua abitazione romana, sorvegliato da saturimetro e termometro. Il respiro è affannoso, ma la volontà di raccontare quanto sta accadendo è integra: «Sto male e ho bisogno di un antibiotico salvavita», confida. Il quadro clinico parla chiaro: polmonite batterica con febbre altalenante. Senza il Linezolid, farmaco di ultimissima generazione, la guarigione resta un miraggio. L’urgenza è presto detta: più passa il tempo, più l’infezione potrebbe compromettere definitivamente i suoi polmoni.
Il problema, però, non è economico. Pomicino potrebbe pagare di tasca propria la terapia, ma la normativa identifica il Linezolid come «farmaco ospedaliero»: per riceverlo serve o un ricovero formale o una prescrizione rilasciata da un reparto ospedaliero. Una contraddizione apparente: la cura esiste, è disponibile nei magazzini delle strutture, eppure rimane irraggiungibile per i pazienti curati a domicilio. Chi, come l’ex parlamentare, vorrebbe semplicemente evitarsi giorni di degenza inutile, si trova intrappolato in un paradosso burocratico che trasforma una cura potenzialmente immediata in un percorso a ostacoli.
La lunga odissea clinica a Torino e il rientro nella Capitale
Alle spalle, l’ex titolare del dicastero del Bilancio porta un periodo di ricovero tutt’altro che breve: quattro mesi trascorsi a Torino a combattere la stessa polmonite che oggi minaccia di nuovo i suoi polmoni. Quel soggiorno, fatto di flebo, radiografie quotidiane e notti insonni, aveva finalmente dato esiti positivi. Le dimissioni, congedo sofferto ma speranzoso, gli avevano consentito di tornare a Roma per una convalescenza tranquilla. La ricaduta inaspettata, giunta a poche settimane dal rientro, ha frantumato ogni illusione di normalità.
Stando ai racconti del politico, la febbre alta è ricomparsa mentre si stava lentamente riabituando alla routine quotidiana. Un banale raffreddore, pensava, poi i brividi, la tosse insistente, l’ossigenazione che scende, il telefono che squilla per chiamare il medico di fiducia. Oggi quelle stanze di casa, dove riposava fra libri di storia economica e ricordi di un’intera carriera parlamentare, si sono trasformate in un reparto improvvisato. Qui, tra termometri e aerosol, Pomicino cerca di mantenere la lucidità necessaria a denunciare pubblicamente la condizione di chi, pur potendo ricevere cure adeguate, viene bloccato da cavilli di carta.
Il nodo burocratico e le sue conseguenze
Secondo l’ex deputato, la scelta di classificare il Linezolid come farmaco a esclusiva disponibilità ospedaliera risponde a logiche di contenimento dei costi e di controllo dell’uso degli antibiotici di fascia alta. Tuttavia, sostiene, la norma si traduce in un boomerang per i pazienti fragili: un modulo mancante o una firma tardiva bastano a rendere irrealizzabile una terapia urgente. Il risultato è che persone in bilico tra guarigione e peggioramento devono affidare la propria vita alla burocrazia, anziché alla tempestività clinica e al buon senso.
Per questo l’ex ministro rivolge un appello accorato al servizio sanitario e al governo: concedere rapidamente la possibilità di ricevere il medicinale a domicilio, magari attraverso la semplice autorizzazione del reparto che lo ha seguito a Torino. «Cosa devo fare per averlo?», domanda irritato, ricordando che altri cittadini, meno noti ma ugualmente vulnerabili, si trovano nella stessa trappola. La sua richiesta, oltre a essere personale, diventa emblematica di un sistema in cui la tutela della salute si scontra con procedure che, nella pratica, possono risultare più dannose della malattia stessa.
