Tra pochi giorni la campanella di metà settembre segnerà il ritorno tra i banchi, ma ancor prima del suono, per molte famiglie campane il conto è già iniziato a salire, pungendo portafogli e certezze.
Un carico economico che lievita
Secondo i dati messi in fila da Federconsumatori, il prezzo di un corredo scolastico completo ha ormai toccato in Campania la media di 658,20 euro per studente, registrando un aumento ulteriore dell’1,7 per cento rispetto allo scorso anno. Un’aggiunta apparentemente marginale, ma che, sommata alle tante voci di spesa quotidiane, diventa un macigno per nuclei familiari già assediati da bollette, affitti e inflazione. Non si tratta di semplici numeri ma di scelte obbligate: o si attinge ai risparmi, o si rinuncia a qualcosa di essenziale. Quando l’essenziale pesa più del superfluo, il diritto allo studio sbiadisce in un privilegio.
Al corredo vanno aggiunti i testi obbligatori, e qui la somma schizza oltre i millequattrocento euro per un ragazzo al primo anno delle superiori. È più di quanto molti lavoratori percepiscano in trenta giorni, un paradosso che rende l’aula un traguardo a ostacoli. Oliver Mollo, segretario metropolitano di Azione, definisce la cifra «inaccettabile», poiché trasforma l’istruzione in un bene di lusso invece che in un diritto sancito dalla Carta. Se studiare diventa un privilegio, l’uguaglianza promessa dallo Stato appare un miraggio dolorosamente reale.
La denuncia di Azione e l’allarme sociale
Oliver Mollo si è fatto portavoce del grido di allarme, ricordando che l’incremento dei costi non è un fenomeno isolato, ma un trend che ogni settembre ripete la stessa, amara, liturgia. Davanti a taccuini, penne e zaini che si fanno sempre più costosi, egli descrive la prospettiva di famiglie costrette a scegliere tra istruzione e bisogni primari. L’istruzione dovrebbe emancipare, non impoverire, eppure il conto finale costringe molti a calcolare, a tagliare, a rimandare. A ciò si somma la percezione di un silenzio istituzionale che alimenta sfiducia e rassegnazione.
Accanto a lui, Enrico Ditto, responsabile Lavoro e Formazione di Azione in Campania, avverte che l’urto dei rincari rischia di scavare un fossato sempre più profondo tra chi può e chi non può investire nella cultura dei figli. La politica, sottolinea, non può permettersi il ruolo di spettatrice. Serve un intervento che potenzi i bonus per libri e materiale, rendendo le agevolazioni realmente fruibili dai redditi medio-bassi. Senza un sostegno concreto, la scuola pubblica rischia di diventare il refuso di una promessa mai mantenuta.
Prospettive e rimedi possibili
Le ipotesi sul tavolo partono dal rafforzamento dei sostegni economici, ma puntano anche a un ripensamento complessivo del modo in cui si distribuisce il sapere. Rendere automatici i contributi per l’acquisto dei libri e ampliare l’offerta dei testi digitali potrebbero ridurre l’esborso iniziale, alleggerendo le voci più onerose dei bilanci familiari. Ditto insiste sulla necessità di criteri di accesso semplici e immediati, in modo che il beneficio raggiunga davvero chi ne ha più bisogno. Nella logica del do ut des, l’istruzione dovrebbe essere la contropartita collettiva di un Paese che investe sul proprio futuro.
Il conto alla rovescia verso il 15 settembre scorre veloce, e con esso la speranza che gli impegni annunciati si trasformino in provvedimenti tangibili. Se i bonus saranno incrementati e le prassi snellite, le famiglie potranno affrontare l’autunno con minore apprensione. Diversamente, l’apertura dei cancelli scolastici risuonerà come l’ennesima prova di diseguaglianza. Garantire l’accesso allo studio non è carità, ma investimento sociale: solo così ogni alunno potrà sedersi al proprio banco senza il peso, palpabile e ingiusto, del debito economico.
