Gli ultimi anni hanno acceso i riflettori sulle fragilità strutturali della filiera legno: conflitti, sanzioni internazionali e fenomeni meteorologici estremi hanno ridisegnato disponibilità e costi, con ricadute che il nostro mercato ancora sta assorbendo. Piermaria Corona, alla guida del Centro di ricerca Foreste e Legno del Crea, ha tratteggiato a Mantova lo scenario di una sfida complessa, ma non priva di opportunità.
Una filiera sotto pressione per crisi e eventi estremi
La carenza di materia prima non nasce da un solo fattore, bensì da una convergenza di eventi che si alimentano a vicenda. Il conflitto in Ucraina, le conseguenti sanzioni imposte a Russia e Bielorussia, insieme alla devastante tempesta Vaia, hanno ridotto l’offerta di legno sul mercato continentale e ne hanno moltiplicato i costi all’origine. Per le imprese italiane, abituate a far leva sull’import, questo improvviso disequilibrio si è tradotto in ritardi di consegna, oscillazioni di prezzo e necessità di riprogrammare gli approvvigionamenti in tempi rapidi. Aumentare la produzione interna appare la risposta più logica, ma non si tratta di una manovra immediata: richiede capitali, competenze e visione di lungo periodo.
I boschi non si trasformano in segato con la stessa rapidità con cui mutano i mercati finanziari. Il direttore Corona lo ha sottolineato con chiarezza: il ciclo biologico degli alberi impone di ragionare in decenni, non in trimestri. Anche quando la volontà politica e gli investitori sono allineati, occorre attendere che la natura segua il suo ritmo. Di conseguenza, la rincorsa all’autosufficienza – evocata a livello europeo – non può prescindere da una pianificazione che integri selvicoltura sostenibile, filiere industriali e politiche di tutela ambientale. Senza dimenticare che ogni euro speso oggi in gestione attiva dei boschi produrrà legname utilizzabile solo tra molti anni.
L’Italia tra ricchezza forestale e deficit di materia prima
Allargando lo sguardo ai nostri confini, emerge un paradosso che sorprende molti osservatori. Negli ultimi cento anni l’Italia ha quasi raddoppiato la propria superficie forestale e con essa la quantità di biomassa per ettaro. Eppure sfruttiamo tra il 20% e il 40% dell’accrescimento annuo, lasciando in bosco la parte restante. Circa quindici milioni di metri cubi vengono prelevati ogni anno, e il 70% di quel volume finisce direttamente in impianti per la produzione di calore ed energia. Una scelta che testimonia la vitalità del settore bioenergetico, ma che sottrae al comparto industriale un’importante frazione di materia prima.
Il bilancio dei fabbisogni rivela quanto lo scarto rimanga ampio. Per alimentare tutte le filiere – dal mobile alla carta, passando per i pannelli – servirebbero oltre cinquanta milioni di metri cubi l’anno. La nostra eccellente capacità di riciclo e riuso fornisce un contributo pari a dieci milioni di metri cubi equivalenti, ma non basta: circa il 70% della domanda resta coperto dall’importazione. Ciò significa dipendere da rotte commerciali volatili, con il rischio di subire ogni contraccolpo geopolitico. Da qui l’urgenza di strategie che valorizzino il patrimonio boschivo nazionale senza comprometterne l’equilibrio ecologico.
Dalle tempeste agli insetti: le nuove sfide della gestione forestale
La tempesta Vaia ha prodotto un’improvvisa, enorme colata di fusti abbattuti, riversando sul mercato volumi di legno a basso prezzo quanto a elevata complessità di movimentazione. Gestire quel materiale in tempi brevi era indispensabile per evitare sprechi e incendi, ma ha creato distorsioni nei listini e nelle filiere locali. Nel frattempo, i territori colpiti hanno dovuto affrontare strade interrotte, impianti danneggiati e costi logistici fuori scala, lasciando una cicatrice profonda sia negli ecosistemi sia nel tessuto economico alpino.
Superata la fase emergenziale, è emerso un problema altrettanto grave: l’invasione degli scolitidi. Questi minuscoli coleotteri, favoriti dall’abbondanza di legno schiantato, hanno aggredito le piante rimanenti con un’intensità che gli esperti avevano sottostimato. Lombardia e Trentino denunciano danni addirittura doppi rispetto alle previsioni iniziali. Così la filiera è passata dall’eccesso di offerta post-Vaia a un possibile deficit di qualità forestale nel medio termine, mentre l’instabilità climatica lascia presagire ulteriori tempeste. Una lezione severa che riporta al centro la necessità di una gestione attiva, programmata e resiliente dei nostri boschi.
