Negli ultimi anni in Lombardia la sopravvivenza delle persone colpite da tumore è cresciuta, ma la loro vulnerabilità alle infezioni resta elevata: garantire a ogni paziente l’accesso tempestivo alle vaccinazioni raccomandate è oggi un tassello fondamentale del percorso di cura.
L’urgenza di un nuovo orizzonte terapeutico
La crescente efficacia delle terapie oncologiche ha mutato in profondità il quadro clinico: sempre più persone convivono con la malattia per periodi prolungati, attraversando fasi di remissione e di trattamento che richiedono un sostegno globale. Angioletta Lasagna, oncologo medico della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia e coordinatrice delle Linee guida di Aiom sulle immunizzazioni, ricorda che «oggi la qualità della sopravvivenza conta tanto quanto la sopravvivenza stessa». Di qui la necessità di includere la protezione vaccinale nel continuum di cura, alla pari della nutrizione, del supporto psicologico e della riabilitazione funzionale, affinché la persona mantenga una vita il più possibile attiva e indipendente.
Molti trattamenti, dai protocolli di chemioterapia alle terapie a bersaglio molecolare, compromettono in vari gradi le difese naturali dell’organismo. A ciò si somma la possibile immunodepressione indotta dalla stessa neoplasia. Il risultato è un terreno fertile per infezioni che, oltre a mettere a repentaglio la salute, possono rendere necessario il rinvio o la sospensione delle cure antitumorali. Proteggere preventivamente il paziente significa evitare ricoveri non programmati, ridurre i costi sanitari e soprattutto offrire sicurezza a chi già affronta una diagnosi complessa. Per questo motivo la vaccinazione viene indicata come elemento irrinunciabile di qualunque piano terapeutico moderno.
Numeri che non possono essere ignorati
Ogni dodici mesi, solo in Lombardia, vengono registrate oltre 64mila nuove diagnosi di tumore: una città delle dimensioni di Cremona che, simbolicamente, si aggiunge alla cartografia oncologica della regione. Dietro la freddezza dei numeri si celano percorsi di cura lunghi, fragilità fisiche e la concreta esposizione a patogeni comuni. Se pensiamo a virus respiratori come l’influenza stagionale o ai batteri responsabili di polmoniti, l’incidenza di complicazioni in questa popolazione è nettamente superiore rispetto alla media e comporta un carico assistenziale significativo per le strutture ospedaliere.
La ricaduta clinica di un’infezione non si limita ai sintomi immediati: basta un accesso imprevisto al pronto soccorso per interrompere un ciclo di radioterapia o posticipare una somministrazione di farmaci biologici. Interruzioni e ritardi terapeutici si traducono in un minore controllo della malattia e in un ulteriore peso emotivo per pazienti e familiari. La vaccinazione, in questo senso, non è un semplice atto preventivo ma la garanzia di continuità delle cure, un salvacondotto che tutela la prognosi e consente al team multidisciplinare di rispettare i tempi stabiliti senza imprevisti dettati dall’influenza di microrganismi evitabili.
Cinque scudi indispensabili
La comunità scientifica ha individuato cinque immunizzazioni prioritarie per le persone in trattamento oncologico: antinfluenzale, antipneumococcica, anti-Herpes zoster, anti-Hpv e anti-Covid-19. Ognuna di esse risponde a un rischio ben preciso. L’influenza e i batteri pneumococcici possono generare polmoniti severe; l’Hpv è legato allo sviluppo di neoplasie genitali e orofaringee; l’Herpes zoster provoca nevralgie croniche difficili da gestire; il SARS-CoV-2 ha già mostrato la sua pericolosità nei soggetti immunocompromessi. Completare questo calendario vaccinale equivale a costruire una barriera multilivello, capace di difendere il paziente da minacce diverse ma convergenti sullo stesso sistema immunitario già provato.
Tra le infezioni osservate con maggiore frequenza spicca proprio l’Herpes zoster, il cosiddetto ‘fuoco di Sant’Antonio’, che nei soggetti oncologici trae vantaggio dall’immunodepressione indotta dalla chemio. Le vescicole dolorose possono estendersi, lasciare cicatrici e, nei casi peggiori, trasformarsi in nevralgie post-erpetiche che durano mesi. Un ciclo di analgesici oppiacei o anticonvulsivanti può interferire con la qualità del sonno, dell’alimentazione e dell’umore, già messi a dura prova dalla diagnosi. Evitare questo carico aggiuntivo attraverso la vaccinazione è una misura di umanità, oltre che di medicina basata sull’evidenza.
Portare le dosi laddove si cura
Se chiedere a un paziente di spostarsi in un centro vaccinale esterno rischia di alimentare rinvii e incertezze, somministrare le dosi direttamente nel reparto dove si svolgono le terapie ha l’effetto opposto: semplifica il percorso, riduce le attese, consolida la fiducia. È la strategia illustrata da Anna Odone, ordinario di Igiene e Medicina preventiva all’Università di Pavia, secondo cui «l’occasione giusta per vaccinare coincide con la seduta di cura». In alcune delle strutture più grandi della regione questa prassi è già attiva e dimostra che logistica e interdisciplinarità possono camminare di pari passo.
Eppure, nonostante la comodità dell’offerta, permangono resistenze legate a paura degli effetti collaterali, disinformazione e falsi miti. Gli oncologi sottolineano che i vaccini impiegati sono inattivati o ricombinanti, dunque incapaci di causare la malattia, e che le tempistiche di somministrazione vengono studiate per minimizzare eventuali interferenze con le terapie. Tocca al medico spiegare, rassicurare e trasformare un gesto percepito come facoltativo in una parte integrante della terapia. L’adesione del caregiver, che spesso accompagna il paziente, è altrettanto decisiva per creare un ambiente protetto anche nel contesto domestico.
Una campagna in movimento
La Fondazione Aiom ha deciso di portare queste informazioni fuori dai congressi e dentro gli ospedali, organizzando un tour formativo in dieci regioni. Il progetto, sostenuto senza vincoli da GlaxoSmithKline, prevede incontri pubblici dove specialisti, associazioni di pazienti e professionisti dell’assistenza illustrano benefici, tempistiche e procedure. La tappa lombarda è in programma oggi presso il Policlinico San Matteo di Pavia, simbolo di una regione che vuole trasformare i numeri delle diagnosi in altrettanti esempi di buona prevenzione.
Accanto agli incontri frontali, la campagna mette a disposizione opuscoli illustrati, video di sensibilizzazione e contenuti digitali pensati per i social media, con un linguaggio semplice e privo di tecnicismi. L’obiettivo è duplicare il messaggio: raggiungere l’utente allo sportello oncologico e ritrovarlo sui canali che frequenta quotidianamente. Solo così l’informazione diventa costante, rassicurante e capace di sradicare, giorno dopo giorno, l’esitazione vaccinale. Per medici e infermieri sono inoltre previsti materiali di aggiornamento scientifico utili a mantenere sempre alta l’attenzione sull’argomento.
