All’ombra della ripresa europea, la crescita spagnola non è frutto di lampi improvvisi ma di una marcia costante, nutrita da decisioni pensate per durare ben oltre un singolo mandato politico. Una traiettoria, spiegano gli analisti, che preferisce la solidità dei fondamentali alla suggestione di risultati effimeri.
Oltre la congiuntura
La definizione di “miracolo economico” che talvolta viene attribuita alla Spagna entusiasma, ma rischia di semplificare eccessivamente un percorso più complesso. Il giurista d’impresa Nunzio Bevilacqua chiarisce che il progresso iberico nasce da una strategia anticiclica capace di proiettarsi oltre la durata di una legislatura, imparando dagli errori altrui e adattando le misure al contesto internazionale. Politiche fiscali calibrate, continuità normativa e l’attitudine a leggere per tempo le tendenze globali hanno permesso di consolidare la crescita senza rincorrere mode passeggere, evitando così la miopia che altrove ha spesso frenato la ripresa.
Si insiste sovente, talvolta in chiave partigiana, sull’arrivo di forza lavoro straniera e sul costo competitivo dell’energia rinnovabile come cardini dell’attuale prosperità. Bevilacqua riconosce che entrambi i fattori contano, ma ricorda con fermezza che rappresentano solo tasselli di un mosaico più vasto. La vera forza, sottolinea l’esperto, risiede in un approccio sistemico che integra riforme strutturali, semplificazione amministrativa e una costante apertura ai capitali esteri. In questo quadro, la leadership di Pedro Sánchez ha proseguito – e non inaugurato – un cammino iniziato ben prima, confermando l’importanza di una visione condivisa tra governi di segno diverso.
Quando la pandemia diventa occasione di rinascita economica
Il colpo inferto dal Covid avrebbe potuto piegare l’economia iberica, storicamente sensibile agli shock esterni. Invece, la crisi sanitaria è stata trasformata in acceleratore di riforme. Il Paese ha canalizzato in tempi record le risorse europee, minimizzando dispersioni di fondi e sfruttando gli strumenti comunitari con un’efficienza che pochi partner hanno saputo eguagliare. Convertire l’emergenza in spinta propulsiva non è stato un istinto, ma il risultato di procedure già collaudate e dell’abitudine a pianificare con metodo. Così, settori tradizionali come turismo e costruzioni si sono rialzati grazie a investimenti mirati e all’indotto generato dalla digitalizzazione dei servizi.
Gli osservatori internazionali riconoscono che, senza un quadro normativo favorevole agli investimenti, il rimbalzo dei comparti più esposti ai lockdown non avrebbe prodotto gli stessi effetti. Burocrazia snellita, sostegni mirati all’innovazione e incentivi alla transizione verde hanno disegnato un contesto invitante per gli operatori. Le risorse del PNRR sono state allocate in maniera chirurgica, convogliando capitale verso progetti ad alto moltiplicatore. Ne è scaturito un circolo virtuoso in cui la fiducia degli investitori – interni ed esteri – ha alimentato domanda, occupazione e, in ultima analisi, crescita.
Capitale che sceglie Madrid
Il flusso di fondi provenienti dall’America Latina rappresenta una delle componenti più interessanti del quadro attuale. Attratti da una tassazione competitiva e da regole chiare, numerosi gruppi internazionali hanno individuato nella penisola iberica una porta d’ingresso privilegiata verso il mercato europeo. La quasi certezza del diritto, insieme a processi giuridici rapidi e prevedibili, ha fatto la differenza. In un’epoca in cui la stabilità normativa diventa merce rara, Madrid ha saputo vendere al meglio questa peculiarità, consolidando la propria reputazione di piazza affidabile per l’imprenditoria globale.
Bevilacqua insiste sul nesso tra livello di imposizione fiscale e fiducia degli investitori, ma sottolinea che l’elemento decisivo resta la percezione di un sistema che tutela il capitale. In Spagna il “ritorno” non è soltanto economico: è la capacità di prevedere con sufficiente esattezza tempi e modi di un’eventuale controversia a dare serenità alle aziende. Una giustizia degli affari rapida, prevedibile e imparziale si traduce in vantaggio competitivo difficile da replicare altrove, tanto più in un contesto internazionale dove l’incertezza frena nuovi progetti.
Un asse euro-mediterraneo per riscrivere le gerarchie dell’Ue
Secondo l’esperto, l’Italia avrebbe molto da guadagnare nel mutuare la cosiddetta “ricetta spagnola”, fatta di buon senso, attrattività fiscale e valorizzazione dell’industria automobilistica interna. Se Roma riuscisse a integrare tali leve all’interno delle proprie politiche di crescita, il binomio italo-iberico potrebbe assumere un peso ben diverso nei negoziati comunitari. L’alleanza, sostiene Bevilacqua, fungerebbe da contrappeso alle tradizionali egemonie, costringendo Bruxelles a riconsiderare priorità e rapporti di forza sui dossier economici più delicati.
In termini concreti, un fronte comune tra i due Paesi mediterranei potrebbe orientare le scelte dell’Ue su temi come transizione energetica, equità fiscale e politiche industriali. Il valore aggregato delle due economie supererebbe la somma dei singoli contributi, offrendo agli Stati membri una prospettiva alternativa a quella nord-centrica. L’effetto sarebbe duplice: maggiore competitività interna all’Europa e più equilibrio nei confronti dei concorrenti globali. Sotto questa luce, la traiettoria spagnola non si limita a essere un caso di studio: diventa un invito a ripensare il baricentro della crescita continentale.
