Domani, al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, la danza futurista torna a vibrare con “Disarmonica Danza”, progetto che intreccia memoria e innovazione per ricordare Filippo Tommaso Marinetti a ottant’anni dalla scomparsa.
Una celebrazione futurista tra corpo e memoria
La ricorrenza dell’ottantesimo anniversario della scomparsa di Filippo Tommaso Marinetti diventa lo spunto per riportare la fiamma del futurismo coreutico sotto i riflettori della Capitale. Il Ministero della Cultura ha selezionato “Disarmonica Danza” all’interno del programma Progetti Speciali 2025, riconoscendo la portata innovativa di un percorso che intreccia improvvisazione, tecnologia e scrittura scenica. Con la direzione artistica di Gianluca Bocchino e la supervisione produttiva di Paola Sorressa, l’appuntamento di Villa Giulia invita il pubblico a considerare la danza come atto di libertà capace di scardinare gerarchie e rituali.
Al centro del pensiero futurista svettava l’idea di movimento in libertà, una visione che ha finito per contaminare prima la modern dance e in seguito la danza contemporanea. “Disarmonica Danza” rilegge quella suggestione con sguardo attuale, trasformando ogni arabesque in un racconto di accelerazioni, stacchi e cambi di direzione. La scelta di inscenare il progetto all’interno del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia non è casuale: il complesso rinascimentale, da tempo aperto all’arte contemporanea, si presta a fungere da ponte ideale fra i reperti dell’antichità e le sperimentazioni sceniche del presente.
La genesi di “Disarmonica Danza” e il principio del movimento in libertà
La nascita del progetto ha seguito un percorso di ricerca condivisa che ha coinvolto curatori, studiosi e artisti lungo più di un anno. Gianluca Bocchino ha messo a fuoco il cuore concettuale dell’operazione partendo da archivi, manifesti e testimonianze dell’epoca, mentre Paola Sorressa ha trasformato quel materiale in un cantiere produttivo agile, capace di ospitare prove, sessioni di improvvisazione e dialoghi con i tecnici del suono e dell’immagine. Il risultato è un organismo scenico plasmato da energie diverse, ma unito da un medesimo desiderio di rompere gli schemi.
Nella pratica quotidiana di sala prove, i danzatori sono stati invitati ad abbandonare pattern prestabiliti per lasciare emergere il gesto istintivo. Le frasi coreografiche sono nate da scambi a ruota libera, dal riverbero di suoni elettronici e dalla suggestione di animazioni digitali che andranno poi a dialogare con le architetture della loggia di Ammannati. Questa modalità aperta ha incarnato alla lettera la declinazione contemporanea del “movimento in libertà”, facendo della sperimentazione lo strumento principe per celebrare l’eredità futurista senza ridurla a semplice citazione museale.
Tre muse, tre coreografie, tre firme d’autore
Il cuore pulsante di “Disarmonica Danza” è l’omaggio a tre protagoniste assolute della scena futurista. Ileana Leonidoff, Jia Ruskaja e Giannina Censi emergono come figure di rottura che seppero legare ideologia, estetica e tensione verso il nuovo. Ciascuna di loro ha tracciato una strada diversa: la prima ballerina del Teatro dell’Opera di Roma, la fondatrice dell’Accademia Nazionale di Danza, l’interprete che portò l’aerodanza tra le nuvole dell’immaginario collettivo. Richiamare i loro nomi significa rievocare quella stagione in cui il futuro appariva vertiginosamente vicino.
A corrispondere alle tre muse futuriste sono altrettanti creatori di oggi, ciascuno con sensibilità e percorsi formativi differenti. Giovanni Castelli firma “Corpi che fendono il tempo”, una partitura fisica votata a tradurre la determinazione di Leonidoff. A Ruskaja risponde Luca Braccia con la creazione “Figliə dell’aria”, intreccio di levità e impeto. Infine, Paola Sorressa dedica a Censi l’assolo espanso “Trame nel Vento”, che restituisce la vertigine dell’aerodanza. Tre sguardi divergenti, un unico tessuto poetico: l’urgenza di trasformare il gesto in grido di modernità.
Interpreti e sinergie generazionali sul palcoscenico
Accanto alle firme coreografiche, il cast rivela la volontà di costruire un vero ponte anagrafico tra passato e presente. I danzatori della Mandala Dance Company condividono la scena con gli allievi dell’ultimo anno dell’Accademia Nazionale di Danza, in un esercizio di trasmissione che si compie dal vivo, passo dopo passo. Le étoile del Teatro dell’Opera di Roma, Alessandra Amato e Susanna Salvi, prestano la loro maturità interpretativa ad assoli e duetti che necessitano di incontro tra tecnica cristallina e spinta visionaria. Ogni corpo diventa tassello di una comunità temporanea pronta a ricomporsi solo qui e ora.
Il pubblico sarà testimone di un fitto scambio di saperi che va oltre la semplice coesistenza in scena. Le giovani promesse assimilano l’esperienza di chi, da anni, calca i maggiori teatri internazionali; gli artisti affermati, dal canto loro, ritrovano nello sguardo fresco dei più giovani l’audacia dell’inizio. Questa circolarità drammaturgica moltiplica le prospettive, collocando “Disarmonica Danza” su un crinale in cui tradizione, sperimentazione digitale e passione condivisa formano un unico respiro ritmico in grado di risuonare ben oltre i confini della serata.
Architetture luminose e paesaggi digitali
Il dialogo tra materia e luce rappresenta uno dei tratti più sorprendenti dello spettacolo. Gli artisti visivi Andrea Leonetti Di Vagno e Raffaello Fusaro hanno sviluppato un videomapping capace di avvolgere le superfici della loggia dell’Ammannati con proiezioni che citano mosaici cromatici, linee spezzate e forme dinamiche dell’arte futurista. L’antica residenza di papa Giulio III si trasforma così in un organismo pulsante, in cui ogni colonna, arco e affresco partecipa al racconto, creando un paesaggio sensoriale che fonde il palcoscenico con l’ambiente circostante.
L’interazione fra corpi e paesaggio digitale non è mero ornamento, ma motore drammaturgico. I danzatori ‘attraversano’ le sagome luminose, mutandone i colori, moltiplicandone le traiettorie; le proiezioni, a loro volta, reagiscono ai movimenti, disegnando una partitura visiva in continua metamorfosi. Si genera una performance immersiva, dove suono, immagine e gesto si rincorrono, riscrivendo la memoria del passato in un presente scenico attraversato da vibrazioni elettroniche e riflessi di storia. Il pubblico, avvolto da questa sintesi, sperimenta un’immersione multi-sensoriale che dilata la percezione dello spazio museale.
Un volume che prolunga la riflessione
La serata non si esaurisce nella dimensione effimera dello spettacolo: a fare da contrappunto tangibile arriva un volume curato da Gianluca Bocchino, dedicato al rapporto fra danza e avanguardie futuriste. Il testo raccoglie saggi e approfondimenti di Francesca Barbi Marinetti, Cornelia Bujin, Giulia Taddeo, Noemi Daria Zacagnino, Marta D’Atri e Annalisa Cervone. Attraverso le loro voci, la gestualità futurista viene analizzata, contestualizzata e proiettata verso nuovi scenari critici, offrendo al lettore strumenti per estendere lo sguardo oltre il seducente confine del palcoscenico.
L’opera editoriale diventa così archivio vivente di un’avventura collettiva: interpreta le intuizioni di Marinetti e ne osserva gli echi nella danza di oggi, restituendo un orizzonte che unisce ricerca accademica e pratica artistica. Leggere quelle pagine significa compiere un percorso che va dal manifesto futurista alla pedana di legno, dal lampo teorico alla sudorazione concreta del danzatore in prova. Una testimonianza destinata a restare, pronta a suggerire nuove traiettorie ai coreografi di domani e a chiunque cerchi nella danza la vibrazione del futuro.
