In tutta Europa cresce la preoccupazione: droni a basso costo possono mettere sotto pressione anche le difese più sofisticate, costringendo le capitali a spendere cifre esorbitanti per neutralizzare minacce minuscole ma insidiose. È il momento di chiedersi se l’architettura di sicurezza del continente sia davvero pronta.
Un allarme che mette alla prova i cieli europei
Lo sconfinamento di circa 19 droni russi nello spazio aereo polacco non è affatto un episodio accidentale, spiega l’analista Federico Borsari. Secondo il ricercatore del Center for European Policy Analysis, le traiettorie stabili dei velivoli – in gran parte decollati attraverso la Bielorussia – mostrano chiaramente una missione pre-programmata: violare i confini della Nato per misurare tempi di reazione, mappare i radar e, al tempo stesso, provocare un salasso economico alle contromisure occidentali. Ridurre l’episodio a un semplice “incidente” significherebbe ignorare la logica di una strategia russa che da anni opera nella zona grigia, sotto la soglia di un conflitto dichiarato.
Il comportamento di Mosca risponde a una tattica ben nota: lanciare piccoli sciami di velivoli, spesso privi di carica esplosiva, per indurre i Paesi alleati ad accendere i loro apparati più costosi. Così facendo, il Cremlino ottiene una duplice vittoria: testa la rete di difesa euro-atlantica e al contempo spinge gli avversari a bruciare risorse che non possono essere reintegrate rapidamente.
Il costo nascosto di ogni intercettazione
Le cifre parlano da sole. Per abbattere alcuni dei Gerbera e delle imitazioni degli Shahed lanciati in direzione della Polonia sono stati impiegati missili AIM-120 da circa 1,5 milioni di dollari e AIM-9X da mezzo milione. Un singolo drone, invece, vale tra i 10 e i 20 mila dollari. La curva costo-intercettazione è drammaticamente a favore dell’attaccante: ogni minuto di volo di un F-35 o di un F-16 pesa migliaia di euro, senza contare il consumo degli intercettori. Continuare su questa strada, avverte Borsari, non è sostenibile né sul piano finanziario né su quello della disponibilità di scorte.
Il dilemma è tanto più acuto perché la sicurezza delle popolazioni impone di intervenire comunque. Alcuni Gerbera, dotati di modem Lte identici a quelli dei nostri smartphone, possono essere ripilotati in tempo reale: lasciarli semplicemente “finire la benzina” non è un’opzione, a meno di avere la matematica certezza che precipitino in zone disabitate. Nessun comandante può assumersi la responsabilità di un impatto in un’area civile.
Piccoli velivoli, grandi domande strategiche
I droni impiegati rientrano nella classe I della Nato, sotto i 20 kg di peso. Sono piattaforme economiche, assemblate con componenti cinesi e, in molti casi, prive di esplosivo: servono come esche per saturare i sensori, far “illuminare” le batterie antiaeree nemiche e registrare le procedure di fuoco. La scelta di schegge a basso costo evidenzia la capacità russa di trasformare mezzi dozzinali in armi di pressione psicologica ed economica.
L’evoluzione dei dispositivi di bordo – dai modem cellulari ai circuiti di navigazione satellitare – rende impossibile predire con precisione la traiettoria finale. Spoofing e jamming del Gnss possono disturbare il percorso, ma la maggior parte dei droni violatori ha seguito rotte pulite, segno che il piano era calibrato per entrare in Polonia con la massima efficienza. La combinazione di autonomia pre-programmata e controllo remoto obbliga le difese a ingaggiare, non a osservare.
Quando reagire e con quali armi
La risposta alleata, coordinata dal Comando aereo Nato, ha coinvolto F-16 polacchi, F-35 di vari Paesi, un Awacs italiano e aerocisterne Mrtt. L’interoperabilità ha funzionato: standard comuni e procedure collaudate hanno permesso di alzare in volo i caccia in pochi minuti. Le fonti parlano di tre o quattro abbattimenti, ma il dato esatto conta meno del principio: difendersi si è rivelato oneroso. Ogni lancio di missile ad alta tecnologia contro un velivolo low-cost corrode la sostenibilità a medio termine dell’intero scudo europeo.
Dal punto di vista tecnico, i radar non distinguono se un drone sia armato; tuttavia, con ogni recupero di rottami cresce la “libreria” di firme radar, consentendo di riconoscere in futuro piattaforme simili. Alcuni sistemi C-UAS impiegano telecamere ad alta definizione per conferme visive, ma nella maggioranza dei casi la finestra decisionale è di pochi secondi. Option come dirottare il velivolo con tecniche cyber restano possibili ma complesse, poiché richiedono la sinergia con gli operatori delle reti di telefonia mobile e la conoscenza dei protocolli interni di controllo.
Uno sguardo allo stato delle difese europee
Sul continente il grosso degli investimenti ha privilegiato la difesa missilistica; i sistemi anti-drone, pur in crescita, restano minoritari. Il paradosso è che la Russia produce più missili di quanti intercettori UE e USA riescano a consegnare ogni anno. L’unico Paese che finora dimostra una resilienza reale alla minaccia è l’Ucraina, che ha stratificato la protezione: tiratori con armi leggere distribuiti capillarmente, jammer per interrompere link e navigazione, droni-intercettori, razzi e missili economici, riservando i sistemi d’alta fascia come ultima barriera. Una lezione che l’Europa fatica ancora a metabolizzare.
I caccia restano uno strumento indispensabile per l’identificazione a lungo raggio, ma dovrebbero rappresentare solo l’extrema ratio cinetica. In Israele hanno dimostrato la loro utilità contro missili balistici, mentre i droni rappresentano una minaccia diversa: numerosa, dispersa, imprevedibile. Servono “effettori” a basso costo, sensori distribuiti e capacità di guerra elettronica integrate in ogni livello della catena di comando.
Il caso italiano, tra urgenze e bilanci
Per Roma non si tratta più di scegliere se investire. La minaccia può arrivare dal Mediterraneo, dai Balcani o da cellule interne decise a colpire infrastrutture critiche con droni caricati su semplici furgoni, come l’Ucraina ha mostrato sul territorio russo. Le forze armate italiane devono operare in scenari Nato dove la minaccia è già quotidiana: ciò implica nuove dotazioni, addestramento dedicato e procedure per ambienti ad alta intensità. Riciclare le vecchie artiglierie antiaeree o i sistemi Stinger è solo una toppa, non la soluzione.
L’ultimo documento programmatico della Difesa stanzia circa 118 milioni di euro fino al 2035 per mini e micro-droni: in media poco più di dieci milioni l’anno. Una cifra che secondo Borsari rischia di essere insufficiente per garantire scorte, effettori economici e un robusto ecosistema di guerra elettromagnetica. Non basta acquistare “scatole”: occorre integrare tecnologia, formazione e concetti operativi. Tempi lunghi e burocrazia complicano ulteriormente il quadro, mentre la minaccia corre veloce.
La lezione polacca
L’episodio sopra la Polonia dimostra che l’Alleanza Atlantica sa reagire in fretta, ma rivela anche il tallone d’Achille: non possiamo permetterci di sparare missili da milioni di dollari contro droni da poche migliaia. Qualche attacco Owa, se orchestrato con intelligenza, è in grado di prosciugare rapidamente gli stock di intercettori aria-aria e terra-aria, aprendo la strada a minacce più pesanti. La conclusione è netta: servono investimenti seri in difese dedicate, altrimenti minimizzare il rischio significherà spalancare porte che, una volta abbattute, sarà impossibile richiudere in tempo.
