C’è un’energia fresca che vibra nell’aria quando parte Ego, il nuovo singolo dei Mavìlle, pronto a invadere da venerdì 12 settembre ogni piattaforma digitale con un mix di groove irresistibile e contenuti che fanno riflettere.
Un’amicizia che diventa musica
La storia di Roberto Lai, Lorenzo Mastropietro, Gioele Ruggiero e Edoardo Raspani non inizia in uno studio patinato ma per strada, tra amplificatori arrangiati e sogni impazienti. Quella complicità nata per caso si è presto trasformata in un vincolo quasi organico: i quattro agiscono come se condividessero lo stesso respiro, ognuno indispensabile al battito successivo dell’altro. Questo legame emotivo, più solido di qualsiasi contratto, è l’impalcatura su cui poggia ogni nota delle loro canzoni. Quando si siedono a comporre, non esistono gerarchie né ruoli fissi: ogni idea rimbalza, si contamina, cresce, finché il brano appare naturale, come se fosse sempre esistito.
Con Ego la chimica raggiunge il suo culmine. Nulla nel pezzo suona plastificato: le chitarre vengono registrate più volte fino a ottenere la timbrica voluta, il basso è modellato con la stessa pazienza di un liutaio, la batteria pulsa viva, mentre la voce graffia ma resta limpida. In un’epoca di loop preconfezionati, loro rivendicano l’autenticità come valore irrinunciabile. Ecco perché l’ascolto restituisce la stessa sensazione di un concerto intimo: si percepisce il sudore sulle pelli, il calore delle valvole, il divertimento di chi sta suonando non per mestiere, ma per condivisione.
Tra groove solare e introspezione nascosta
In apparenza Ego è un inno alla spensieratezza: ritmica da pista, riff funk-rock che ti trascinano mentre l’estate sembra non finire. Ma sotto quei colori brillanti si muove una riflessione sottile. Il testo mette in scena il patto silenzioso che talvolta firmiamo col nostro lato più narcisista pur di sottrarci a paure, fallimenti, responsabilità. C’è ciò che mostriamo, controllato al millimetro, e ciò che in realtà ci domina, pronto a sfuggire a ogni regola. Quel dualismo, raccontano i Mavìlle, non è necessariamente una minaccia: può essere un meccanismo di autodifesa che ci consente di restare a galla.
Proprio questo contrasto rende il brano universale. Mentre la sezione ritmica incalza e la chitarra scintilla, l’ascoltatore è invitato a guardarsi allo specchio, a riconoscere le maschere che indossa per sentirsi al sicuro. È una danza fisica e mentale, che concede al corpo di lasciarsi andare e alla coscienza di interrogarsi. Non si tratta della classica hit vacanziera: la solarità fa da esca, ma il nocciolo è un viaggio intimo in quei luoghi dove l’identità si frantuma e si ricompone, rivelando la propria complessità.
La voce del frontman
Oltre a guidare la band sul palco, Roberto Lai è l’interprete di questa dialettica fra luci e ombre. Spiega che Ego nasce dall’osservazione di quelle zone grigie dove l’autenticità cede il passo a immagini costruite per sopravvivere. Ciò che è reale e ciò che appare, sostiene, convivono nello stesso spazio, scambiandosi spesso i ruoli fino a confondere i confini. Da qui la domanda che brucia nel ritornello: quel patto stipulato con l’ego è condanna o riparo? Una sfida aperta che la canzone non vuole risolvere, preferendo lasciare all’ascoltatore il diritto di rispondere.
Per il cantante, l’immediatezza del groove non sminuisce la profondità del messaggio; anzi, ne amplifica la portata. Quando l’orecchio è conquistato dal ritmo, il cuore è più predisposto a cogliere le sfumature delle parole. Così, tra una cassa in quattro e un bridge avvolgente, emergono scene quotidiane fatte di fughe, compromessi e piccole vittorie personali. È la realtà di chi decide di mostrarsi forte mentre dentro vacilla, di chi cerca conforto in una maschera che talvolta sa proteggere e talvolta finisce per intrappolare.
Un videoclip che non si ferma ai titoli di coda
Per amplificare l’impatto del brano, i Mavìlle hanno affidato la parte visiva al regista Gianluca Della Monica, affiancato dalla produzione Bad Boss Productions di Francesco Stoia e Valeria Cavaliere. L’ambientazione scelta è una piscina, scenario di un party surreale dove camerieri, modelle e culturisti ruotano vorticosamente attorno alla band. Il gioco di macchina rapida crea un senso di euforia controllata, quasi a suggerire che ogni sorriso potrebbe incrinarsi da un momento all’altro. Nel mezzo, i quattro musicisti restano il punto fermo, come se la loro unità costituisse l’unico elemento autentico di quel microcosmo patinato.
L’ironia affiora in dettagli che scorrono veloci: un costume fuori luogo, uno sguardo complice, un gesto che contraddice l’immagine perfetta. Chi si ferma a osservare fino in fondo verrà ricompensato da una scena extra, piazzata dopo la chiusura formale del brano, in puro stile post-credit cinematografico. È un invito a non accontentarsi dell’apparenza, a cercare sempre quello scarto narrativo che rivela la verità dietro il sipario. In definitiva, il video, proprio come la canzone, celebra il contrasto fra superficie luccicante e profondità nascosta, lasciando allo spettatore il piacere della scoperta.
