Rimettere l’essere umano al centro della rivoluzione digitale: è l’appello lanciato da Francesco Boccia durante la maratona Digithon a Bisceglie. Un monito contro l’egemonia del profitto e un invito a costruire un nuovo umanesimo capace di guidare l’intelligenza artificiale verso il bene collettivo.
La visione di Boccia all’evento pugliese
Nel corso di una conversazione pubblica con Cardinale Matteo Maria Zuppi, il fondatore di Digithon ha descritto l’attuale fase di trasformazione tecnologica come un bivio decisivo per le nostre comunità. A suo avviso, la corsa alla massimizzazione dei ricavi e alla supremazia della velocità rischia di trasformare le piattaforme digitali in ingranaggi anonimi, incapaci di riconoscere la complessità dell’esperienza umana. Il punto, ha spiegato, non è demonizzare l’innovazione, bensì far sì che la sua potenza serva la dignità di ciascuno, senza ridurre le persone a semplici stringhe di dati o a profili di consumo. Chi governa algoritmi e reti, quindi, ha il dovere morale di preservare la centralità dell’uomo, prima ancora di perseguire bilanci e dividendi.
Per il politico pugliese, la vera conquista del XXI secolo sarà la capacità di coniugare avanzamento scientifico e coesione sociale. Una società che si definisce moderna non può accettare che l’accesso alla conoscenza digitale rimanga privilegio di pochi né che l’automazione produca nuove fratture tra vincenti e sconfitti. Boccia ha ricordato come i territori più fragili paghino già adesso il prezzo di infrastrutture carenti e di competenze scarse, fattori che amplificano l’emarginazione. L’obiettivo, ha insistito, deve essere un ecosistema dove la solidarietà guidi lo sviluppo delle piattaforme, in modo da trasformare l’innovazione in un bene condiviso e non in un ulteriore strumento di disparità.
L’algoritmo senza perdono
Durante il confronto, Francesco Boccia ha insistito sul fatto che nessun codice, per quanto complesso, possiede i tratti del perdono, dell’empatia o della comprensione. Un algoritmo calcola, seleziona, ordina; non accarezza, non ascolta, non consola. Questa distanza, apparentemente tecnica, diventa politica quando le decisioni automatizzate influenzano la vita di milioni di cittadini: dalle selezioni del personale alla concessione di un prestito, dalla profilazione sanitaria alla gestione di servizi essenziali. Se il fattore umano scompare, ha ammonito, la giustizia cede il passo a logiche impersonali che premiano i più forti e rendono invisibili i vulnerabili.
Secondo il promotore di Digithon, l’espansione rapida delle piattaforme basate su intelligenza artificiale non è di per sé causa di ingiustizia; il problema nasce dall’assenza di una visione etica condivisa. Se la società decide che l’automazione valga più della persona, allora inevitabilmente crescerà la forbice tra chi dispone dei mezzi tecnologici e chi ne è privo. Per questo, ha ribadito, serve un patto che imponga trasparenza e responsabilità nella progettazione di software capaci di incidere sui diritti fondamentali, così da evitare una nuova forma di analfabetismo, questa volta digitale.
Inclusione digitale come diritto
Il ragionamento di Boccia si addensa poi sul tema dell’accesso alla rete e delle competenze necessarie per muoversi con consapevolezza nello spazio virtuale. Una connessione stabile, imparziale e diffusa, ha spiegato, deve essere considerata alla pari dell’acqua e dell’istruzione: un diritto primario. Dove mancano infrastrutture o formazione, proliferano esclusione e sfiducia. Le fasce sociali più deboli, anziani in primo luogo, si trovano così escluse dai servizi digitali che avrebbero il compito di semplificare la vita quotidiana, mentre i giovani privi di strumenti adeguati rischiano di restare inchiodati a lavori precari.
Non basta, tuttavia, distribuire dispositivi: occorre costruire un pensiero critico intorno all’uso delle piattaforme, ha sottolineato il promotore dell’evento. Educare alla cittadinanza digitale significa insegnare a riconoscere la manipolazione, a tutelare i propri dati, a intervenire in rete in modo civile e solidale. Questa alfabetizzazione diffusa, se inserita nei percorsi scolastici e nei programmi di aggiornamento professionale, può trasformarsi nel più potente strumento di coesione sociale, capace di contrastare l’isolamento e di generare opportunità economiche finora impensabili nei territori più esposti al declino.
Il paradosso delle connessioni
Con il crescere esponenziale delle interazioni virtuali, ha osservato Boccia, si sta verificando un fenomeno curioso: i nostri contatti aumentano a ritmo serrato, mentre la qualità dei rapporti si assottiglia. Mai l’uomo ha avuto a disposizione un numero tanto vasto di canali comunicativi, eppure la solitudine e la brutalità sembrano dilagare. Il discorso non è soltanto sociologico; si traduce in commenti violenti, in campagne di odio, in forme di bullismo che migrano dallo schermo alla strada. Serve, ha insistito, un baluardo culturale contro questa deriva.
Il relatore si è detto convinto che la tecnologia, in assenza di un quadro valoriale condiviso, finisca col riflettere e ingigantire le ombre dell’animo umano. La sfida del nostro tempo non è spegnere i server ma alimentare la coscienza, affinché gli strumenti digitali diventino ponti e non armi. Per questo ha sollecitato istituzioni, imprese e terzo settore a lavorare insieme, mettendo sul tavolo regole chiare contro la disinformazione e investimenti in percorsi di formazione emotiva, spesso trascurati quando si discute di innovazione.
Potere, età e intelligenza artificiale
Il passaggio forse più netto del suo intervento riguarda la concentrazione delle decisioni sull’intelligenza artificiale nelle mani di élite di età avanzata, spesso lontane dalle conseguenze concrete delle loro scelte. Boccia ha denunciato senza mezzi termini il pericolo che chi siede ai vertici, settantenni o ottantenni ai comandi di tecnologie potentissime, utilizzi questi sistemi non per alleviare sofferenze ma per imporre logiche di dominio, producendo devastazioni e guerre. La modernità, ha scandito, non può diventare l’alibi di nuove barbarie planetarie.
La conclusione del suo appello non lascia spazio a equivoci: mettere la persona al centro significa respingere la cultura della forza che accetta qualsiasi mezzo pur di massimizzare i profitti. Il progresso, senza un’etica inclusiva, rischia di diventare uno strumento di sfruttamento più rapido e più raffinato di quelli del passato. Da Bisceglie, Boccia ha chiesto un impegno collettivo, capace di saldare innovatori, decisori politici e società civile in una alleanza che veda nella tecnologia un moltiplicatore di giustizia, non un acceleratore di disuguaglianze.
