Le ore successive alla sentenza che infligge 27 anni di reclusione a Jair Bolsonaro hanno mostrato un Paese diviso e carico di emozioni, con applausi fragorosi e preghiere sussurrate che si intrecciano nelle vie di Brasilia.
Sotto casa dell’ex presidente
Il viale alberato che conduce alla residenza dove l’ex capo di Stato sconta gli arresti domiciliari si è riempito fin dal primo pomeriggio di devoti sostenitori. Sventolavano orgogliosamente bandiere brasiliane, statunitensi e israeliane, in un tripudio di colori che rifletteva la loro determinazione. Dal tetto di un camion, il microfono di Rita dos Passos, 59 anni, ripeteva senza sosta “Presidente Bolsonaro, ti amiamo!”, trasformando la strada in un coro di fedeltà assoluta. In un’atmosfera di veglia, canti religiosi alternati a slogan patriottici riecheggiavano tra le case, mentre i presenti stringevano rosari e si abbracciavano come per proteggere il loro leader dall’incertezza che incombe. Il contrasto con la condanna pronunciata poche ore prima non faceva che rendere più intensa la loro determinazione a restare al suo fianco, convinti che la storia ne riabiliterà l’immagine.
Il clima davanti all’abitazione rimaneva teso ma composto: c’è chi pregava in silenzio, chi documentava tutto con lo smartphone e chi discuteva sottovoce del ricorso annunciato dagli avvocati. “Non cederemo alla disperazione; questa prova rafforzerà la nostra fede”, mormorava un anziano con la bandiera avvolta sulle spalle. La loro presenza, pacifica ma ostinata, poneva l’accento su una ferita ancora aperta nel tessuto sociale brasiliano: da un lato la fermezza della giustizia, dall’altro la devozione di chi vede in Bolsonaro un baluardo contro il cambiamento che teme.
Un’esplosione di gioia nelle vie del centro
Pochi chilometri più in là, il centro di Brasilia si trasformava in un palcoscenico di festa che sembrava non conoscere pause. Un gruppo di universitari ha issato su un carro attrezzi un’enorme bambola gonfiabile raffigurante l’ex presidente, trascinandola tra cori che mescolavano ironia e scarica liberatoria. Accanto alle invettive contro Bolsonaro spuntavano slogan rivolti anche all’ex presidente americano Donald Trump, segno di un sentimento di condanna più ampio verso qualsiasi tentativo percepito come autoritario. Le risate, gli striscioni e la musica improvvisata raccontavano un desiderio collettivo di voltare pagina, come se la strada fosse diventata un amplificatore della sentenza.
Dentro il bar Pardim, storico ritrovo della sinistra, i clienti hanno brindato ancora prima che le parole del verdetto finissero di echeggiare sui social. “Bolsonaro in prigione!” gridavano all’unisono, mentre sul marciapiede una ventenne non tratteneva le lacrime. “Era un momento che aspettavamo da troppo tempo”, confessava, la voce incrinata dall’emozione. Poco più in là, l’attivista Leticia Holanda spiegava che la condanna rappresenta “una vittoria estremamente importante”. A ogni intervista improvvisata, la folla reagiva con applausi e battimani, come se ognuno volesse scolpire nella memoria l’istante in cui – ai loro occhi – “la giustizia è stata finalmente servita”.
Il verdetto che spacca il Paese
La Corte Suprema ha pronunciato una sentenza definita storica, infliggendo 27 anni di carcere a Jair Bolsonaro per il reato di complotto golpista. Una decisione arrivata al termine di un procedimento che ha catalizzato l’attenzione nazionale, scatenando accesi dibattiti in parlamento, nei talk-show e nei mercati rionali. Mai prima d’ora un ex presidente brasiliano aveva affrontato un capo d’imputazione tanto grave con un esito così pesante. Mentre giudici e pubblici ministeri difendono la legittimità del processo, i critici parlano di sentenza “divisiva” che potrebbe acuire le fratture sociali. La responsabilità di ricucire il Paese, ora, ricade su istituzioni chiamate a bilanciare fermezza e coesione.
Il collegio difensivo di Bolsonaro prepara già un ricorso, convinto di poter ribaltare la decisione. Tra i sostenitori, si fa strada l’idea che questa battaglia legale si trasformerà in una maratona giudiziaria destinata a durare anni, alimentando ulteriori tensioni politiche. “La democrazia vive anche di contraddittorio”, ripetono i costituzionalisti, consapevoli che la prossima tappa potrà ridefinire la percezione pubblica dell’intero procedimento. Intanto, tra canti di vittoria e veglie di preghiera, il Brasile si riscopre ancora una volta sospeso tra speranza e disincanto, chiamato a scrivere un nuovo capitolo della propria storia collettiva.
