Dieci anni dopo l’entrata in vigore della legge Lorenzin, la cannabis medica in Italia mostra numeri che raccontano una crescita costante e una rinnovata urgenza di aggiornamento legislativo.
Gli esperti a Firenze chiedono un nuovo corso
Nel capoluogo toscano, oggi e domani, medici, farmacisti, ricercatori e operatori della filiera si sono dati appuntamento per la prima edizione del Forum Cbd & Cannabis medica, appuntamento formativo promosso da Vincere il dolore Onlus. L’obiettivo dichiarato è chiaro: condividere esperienze cliniche, esaminare i progressi della ricerca su cannabidiolo (Cbd) e tetraidrocannabinolo (Thc), individuare le criticità normative che rallentano l’accesso dei pazienti. Attrae l’attenzione il fatto che l’incremento delle prescrizioni registrato nel 2025 abbia superato le previsioni, segno di un bisogno terapeutico che la comunità scientifica considera ormai consolidato.
A tirare le fila del dibattito è Marco Bertolotto, per anni alla guida dell’Unità di Terapia del dolore e Cure palliative dell’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure. Il clinico ricorda che la legge Lorenzin, pur avendo aperto la strada alla prescrizione legale di preparati a base di cannabis, risale al 2015 e non riflette più lo stato dell’arte della letteratura scientifica né l’evoluzione dei protocolli applicati all’estero. Percorsi autorizzativi più snelli, produzione nazionale adeguata e aggiornamento delle indicazioni terapeutiche sono, secondo lui, le tre colonne su cui costruire la fase successiva.
I dati raccolti dall’Istituto superiore di sanità
Lo studio di sorveglianza condotto dall’Istituto superiore di sanità fotografa con precisione l’andamento delle prescrizioni nel periodo 2019-2024. In sei anni, le ricette emesse hanno sfiorato quota centomila, distribuite su circa ventottomila pazienti che, a dispetto di stereotipi ancora duri a morire, presentano un’età media di sessant’anni. Il dato più sorprendente è forse la marcata prevalenza femminile, con un rapporto donne-uomini pari a 2,3. Ciascun utilizzatore ha ritirato mediamente tre preparazioni e mezzo, indice di un impiego continuativo e non episodico, dettato da patologie che richiedono terapie di lungo corso.
Il trend, sottolineano gli analisti, ha registrato l’impennata più netta proprio nel 2025, segno di una consapevolezza clinica ormai radicata tra gli specialisti e di una domanda che si fa sentire da parte dei pazienti cronici. Quel balzo in avanti è considerato da molti osservatori la prova definitiva che la cannabis medica non è più un trattamento di nicchia, bensì uno strumento terapeutico che necessità di essere inquadrato in linee guida chiare, stabili e aggiornate. Un ulteriore segnale viene dall’aumento dei corsi universitari dedicati e dagli investimenti in serre autorizzate, che lasciano intravedere la possibilità di soddisfare la richiesta senza dipendere esclusivamente dalle importazioni.
Perché la cannabis terapeutica finisce in ricetta
Il dolore cronico, nelle sue molte sfumature, rimane la prima causa di prescrizione: secondo il rapporto Iss, rappresenta circa il 78% delle preparazioni magistrali dispensate in farmacia. Seguono, con il 20%, le condizioni caratterizzate da spasticità, come nella sclerosi multipla, dove l’azione miorilassante dei cannabinoidi fornisce un sollievo spesso superiore a quello ottenuto con i trattamenti convenzionali. Un residuale 2%, infine, riguarda impieghi quali antiemetico nelle terapie oncologiche, anticinetosico nei disturbi di equilibrio e stimolante dell’appetito in pazienti oncologici o con patologie cataboliche.
Dietro ciascuna di queste destinazioni terapeutiche vi è una rete di specialisti molto precisa: anestesisti, terapisti del dolore, reumatologi, neurologi e oncologi compongono il gruppo di prescrittori più attivo. Il loro ruolo è fondamentale non solo nel valutare il profilo clinico del paziente, ma anche nel definire titolazioni sicure di Cbd e Thc. L’aderenza alle rigide linee di monitoraggio previste dalla normativa diventa, in questa fase, garanzia di sicurezza e motore di una maggiore accettazione sociale, oltre a fornire dati utili alla comunità scientifica per affinare protocolli futuri.
Un ecosistema che cresce: il contributo di Clinn
Tra le realtà presenti al Forum spicca Clinn, progetto dedicato a semplificare l’accesso ai trattamenti a base di cannabis medica. La piattaforma mette in contatto medici accreditati, farmacie galeniche e pazienti, offrendo un percorso digitalizzato che riduce tempi e complessità burocratiche. Salvatore Martorina, direttore operativo del Gruppo Mava, ha ricordato che una corretta informazione è la prima arma contro i pregiudizi ancora diffusi, pregiudizi che spesso impediscono ai malati di rivolgersi a terapie potenzialmente risolutive o di migliorarne la qualità della vita.
Martorina sottolinea inoltre che, pur rappresentando un tassello di dimensioni limitate nel vasto scenario sanitario italiano, la community collegata a Clinn ha già dimostrato di poter favorire la crescita di un mercato regolato e trasparente. L’idea di costituire un “piccolo ecosistema”, capace di connettere domanda e offerta in modo etico, nasce dal riconoscimento che l’efficacia clinica dei cannabinoidi va di pari passo con la tempestività di approvvigionamento e la certezza sulla qualità del prodotto dispensato, elementi che si traducono in aderenza terapeutica e fiducia rinnovata tra paziente e curante.
Prospettive e prossimi passi
L’esito dei lavori fiorentini sarà condensato in un dossier di proposte operative destinato al Governo, affinché la revisione della legge Lorenzin non si limiti a un ritocco formale ma introduca misure sostanziali: incremento della produzione nazionale, semplificazione delle procedure di importazione, aggiornamento delle indicazioni rimborsabili e formazione obbligatoria per i medici prescrittori. Gli organizzatori si dicono convinti che il momento sia propizio, sia per la maturità dei dati epidemiologici sia per la convergenza di interessi tra clinici, industria e associazioni dei pazienti.
Se le istanze verranno accolte, spiegano gli esperti, l’Italia potrà rispondere in modo più adeguato alle esigenze di una popolazione che invecchia e convive con patologie croniche per periodi sempre più lunghi. Laddove la scienza ha già fornito prove di efficacia e sicurezza, spetta ora agli apparati normativi crearne le condizioni di accesso, così che i benefici sperimentati dai 28mila pazienti monitorati possano estendersi a quanti ancora attendono una soluzione al proprio dolore, una risposta che, sottolineano, non è più rinviabile.
