Un’antica melodia rinacque sul palcoscenico grazie a Paolo Gatti: «Pellegrino che vienghi a Roma» invita il pubblico a percorrere sette secoli di storia della canzone romana e del Giubileo, con spettacoli gratuiti l’11, 12, 13 e 14 settembre fra il Teatro Petrolini e il Teatro Marconi.
Un itinerario sonoro lungo sette secoli
Riportare alla luce la trama invisibile che, dal 1300, intreccia Roma, i suoi Pontefici e i viaggiatori giunti da ogni latitudine: è l’intento dichiarato dal Maestro Paolo Gatti, che con lo spettacolo «Pellegrino che vienghi a Roma» costruisce un itinerario sonoro lungo oltre sette secoli. L’idea nasce dall’omonimo canto popolare scritto per il primo Anno Santo, indetto da Bonifacio VIII; Gatti lo assume come filo rosso per rievocare la spiritualità dei Giubilei e l’evoluzione delle canzoni romane. Ogni nota restituisce il passo stanco e curioso di chi, nei secoli, ha varcato la Porta Santa con la speranza di un futuro migliore.
Lo spettacolo sarà ospitato in due sedi diverse, con ingresso libero fino a esaurimento posti: l’11 e 12 settembre al Teatro Petrolini alle ore 17.00, quindi il 13 e 14 settembre al Teatro Marconi, rispettivamente alle 20.30 e alle 17.30. La scelta della gratuità, sottolinea Gatti, vuole allargare la platea e favorire la partecipazione di residenti, studenti, turisti, studiosi di storia sacra e appassionati di tradizioni locali. Entrare a teatro senza pagare il biglietto diventa così un gesto simbolico: ricordare che, in passato, il pellegrinaggio era un diritto spirituale aperto a ogni ceto sociale.
Dalle origini papali al canto popolare
Quando Bonifacio VIII proclamò il primo Giubileo nel 1300, Roma fu travolta da un’immensa onda di fedeli. Per accompagnarne il cammino nacque «Pellegrino che vienghi da Roma», una lauda dal ritmo semplice, capace di essere intonata in processione come nei bivacchi lungo la via Francigena. Quella melodia, testimone di una pietà collettiva ancora viva, offre a Gatti lo spunto per ricostruire il rapporto tra musica sacra e vita quotidiana; dove la storia ufficiale parla di indulgenze e transiti, le strofe popolari raccontano sete, polvere, speranza.
Nella nuova messinscena, la linea narrativa è affidata alla voce e alla presenza scenica della cantante-attrice Sharon Alessandri. Accanto alle chitarre di Gatti, Alessandri guida il pubblico attraverso le vicende dei vari pontificati, alternando aneddoti ai brani che ne marcarono gli umori collettivi. Le sue interpretazioni, ricche di accenti teatrali, ricompongono un mosaico in cui il potere spirituale, la satira di strada e l’amore quotidiano coesistono senza forzature. La sua parola si fa canto, poi racconto, poi di nuovo musica, in un flusso che evita la pedanteria della lezione storica e punta invece all’emozione condivisa.
La canzone romana rivendica la propria storia
Tra gli studiosi circola da tempo l’idea che la canzone romana abbia un pedigree più «recente» rispetto alla tradizione napoletana; lo spettacolo di Gatti smonta l’assunto punto per punto. Partendo dall’ottava e dal sonetto, forme poetiche fortunate sin dal Medioevo, il Maestro dimostra come la Capitale abbia sempre posseduto un repertorio specifico, capace di rinnovarsi senza perdere l’accento tipico dei rioni. Se Napoli è diventata la cartolina musicale più esportata, Roma ha custodito gelosamente un archivio sonoro altrettanto stratificato, semplicemente meno raccontato dai grandi circuiti discografici.
Il viaggio procede in ordine cronologico inverso: dalle atmosfere urbane degli anni Ottanta firmate Amedeo Minghi, Franco Califano, Luciano Rossi, Claudio Baglioni, fino ai timbri contemporanei di Mannarino e del collettivo Ar De Core. Gatti risale poi ai caffè-chantant della Belle Époque, agli stornelli improvvisati del Sor Capanna e alle serenate di Romolo Balzani, per giungere infine alle sagre popolari ottocentesche. Il quadro che ne emerge è quello di una tradizione ininterrotta, dove lo sberleffo convivono con la poesia civile e con la devozione. Una mappa sonora che conferma come l’identità romana si sia nutrita di musica tanto quanto di marmo e travertino.
Serenate, stornelli e Belle Époque
La progressiva trasformazione della serenata, osservata dal Duecento all’Ottocento, occupa uno dei momenti più suggestivi della serata. Gatti alterna frammenti di «Bella quanno te fece mamma tua», «Tutte le notti in sogno me venite», «Coraggio ben mio» e «Io de sospiri», mostrando come la dichiarazione d’amore notturna si sia evoluta da forma cortese a confidenza popolare contaminata dal dialetto. Il risultato è una sorta di time-lapse musicale: cambiano le armonie, si aggiornano le rime, ma l’urgenza di raccontare un sentimento sotto la finestra resta identica a se stessa.
Con il passare dei minuti il palco si riempie di quadri sonori: la Sagra di San Giovanni 1891 con i suoi chioschi illuminati, la fantasia dedicata al compositore umbertino Luigi Angelo Luzzi, i motteggi degli stornellatori che invitavano a «Gira e fai la rota» nel 1914. Queste tappe, cucite in successione, restituiscono al pubblico la vitalità di una Capitale che, prima ancora del traffico automobilistico, vibrava al ritmo di chitarre, mandolini e voci ruvide di strada. L’eco di quella Roma scanzonata eppure elegante risuona nitida, facendo dimenticare per un istante il presente ipertecnologico.
Il virtuosismo di Paolo Gatti
Al di là dell’impianto storico, lo spettacolo è anche una lezione di tecnica chitarristica: Paolo Gatti, definito da molti un «virtuoso della classica», scolpisce le atmosfere grazie a uno strumento diverso per ogni epoca. In apertura esegue la sua Tarantella delle streghe; a seguire propone la Serenata di Silvestri, brano di sua composizione reso celebre negli anni Trenta, e chiude la sezione solistica con Barcarolo Romano di Balzani, già applaudito nel 2002 all’Auditorium Parco della Musica. Ogni arpeggio sembra modellare lo spazio, trasformando il teatro in un vicolo al chiaro di luna o in una piazza affollata di carrozzelle.
L’emozione cresce quando il Maestro solleva il Decacordo, chitarra a dieci corde realizzata nel 1964 da José Ramírez per il leggendario Narciso Yepes. Pochi strumenti al mondo vantano un timbro così profondo e, al tempo stesso, luminoso. Gatti ne sfrutta l’amplissima gamma armonica per distendere eleganti bordoni o pizzicare contrappunti agili, restituendo al pubblico la sensazione di ascoltare più esecutori dove sul palco c’è un solo musicista. Quel suono pieno, quasi riverberato, avvolge la platea e diventa il punto di contatto fra passato remoto e sensibilità contemporanea.
Un progetto sostenuto dalla città
«Pellegrino che vienghi a Roma» rientra nelle iniziative patrocinate da Roma Capitale in vista del Giubileo 2025 ed è risultato vincitore dell’Avviso Pubblico dedicato alla valorizzazione del patrimonio culturale cittadino, realizzato in collaborazione con Zètema Progetto Cultura. Il sostegno istituzionale non è un mero marchio da locandina: garantisce la copertura dei costi e, soprattutto, ribadisce la scelta di proporre l’evento a ingresso libero. In un momento storico in cui la cultura fatica a reperire fondi, la sinergia fra artisti e amministrazione offre un modello concreto, replicabile, di servizio pubblico di qualità.
Chi desidera assistere a una serata capace di coniugare approfondimento storiografico e puro intrattenimento troverà in queste quattro date l’occasione ideale. Dai turisti incuriositi dai riti giubilari ai residenti che vogliono riscoprire le proprie radici sonore, ogni spettatore potrà uscire dal teatro con un brano in testa, un aneddoto nel cuore e la consapevolezza di aver partecipato a un evento che appartiene a Roma tanto quanto le sue piazze monumentali. La città eterna torna a cantare le sue origini e invita chiunque lo voglia a unirsi al coro.
