Un pressing di voci regionali chiede alla politica europea un cambio di rotta decisivo sul versante auto. A Monaco di Baviera, sede dell’Iaa Mobility, l’alleanza che riunisce i principali territori manifatturieri del continente ha ribadito che, senza risposte concrete, il motore industriale d’Europa rischia di spegnersi.
Il cuore manifatturiero d’Europa si ritrova a Monaco
Nella cornice dell’IAA Mobility di Monaco oltre quaranta territori, appartenenti all’Automotive Regions Alliance, si sono riuniti per rinnovare un patto che vale circa la metà del prodotto interno lordo dell’Unione. A guidare la delegazione, forte del proprio ruolo di capofila, c’era la Lombardia con l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi. Le delegazioni, provenienti da ogni angolo del continente, hanno trasformato il meeting annuale in un laboratorio di proposte per rilanciare la competitività, convinte che il futuro dell’industria automobilistica debba passare da decisioni pragmatiche e non da imposizioni calate dall’alto. L’atmosfera, pur improntata alla collaborazione, è apparsa fin da subito tesa: i partecipanti sanno che il tempo per invertire la rotta è ormai limitato.
Culminando in una nuova firma del Manifesto, l’alleanza ha messo nero su bianco un anno di lavoro: dossier tecnici, studi comparativi e proposte normative licenziate sotto la regia di Guidesi. Il presidente ha ricordato che, nonostante l’apertura al dialogo mostrata da Bruxelles, le suggerite vie d’uscita per una transizione sostenibile sono rimaste nei cassetti. I documenti inviati alla Commissione propongono infatti strumenti concreti per ridurre le emissioni, salvaguardando al contempo le competenze produttive che alimentano intere filiere locali. La sensazione, condivisa da tutti i presenti, è che la politica europea ascolti ma non agisca, aggravando l’incertezza degli imprenditori che, nel settore, investono quotidianamente miliardi di euro.
La scelta di Bruxelles che accende le polemiche
La vigilia del vertice strategico del 12 settembre a Bruxelles ha avvelenato il clima. Alla riunione convocata dalla presidente Ursula von der Leyen con i big dell’auto non compare il nome dell’Automotive Regions Alliance. Per le regioni, che rappresentano il 40% del PIL comunitario, si tratta di un affronto istituzionale. Escludere chi vive sulla propria pelle le conseguenze della transizione equivale a rinunciare a una quota decisiva di conoscenza, ha commentato Guidesi, mentre vari governatori parlavano apertamente di “errore strategico” che rischia di tradursi in scelte miopi.
A Monaco le delegazioni hanno reagito con un comunicato durissimo, poi confluito nel nuovo Manifesto. Il testo denuncia come “grave” l’assenza di un coinvolgimento formale dell’Alleanza nel dialogo, definendolo una opportunità perduta per l’Europa. Non è solo questione di rappresentanza: l’esclusione priva il tavolo di dati territoriali fondamentali su catene di fornitura, livelli occupazionali e capacità di ricerca. Alle istituzioni – si legge nel documento – spetta l’onere di assicurare che le strategie siano calibrate sulle realtà industriali e non solo sugli obiettivi di laboratorio.
Neutralità tecnologica: la linea portante del nuovo Manifesto
La prospettiva che emerge dal Manifesto ruota intorno a un principio chiave: neutralità tecnologica. Per le quarantine regioni firmatarie è inconcepibile che Bruxelles prescriva un’unica via – l’elettrico – ignorando soluzioni che potrebbero garantire la stessa riduzione di CO₂ senza sacrificare intere filiere. Ogni territorio dispone di un diverso tessuto produttivo e di competenze specifiche, ricorda Guidesi. Puntare su un unico vettore energetico significherebbe scommettere sul fallimento di chi, in questi anni, ha investito in motori endotermici sempre più puliti o in sistemi ibridi capaci di tagliare i consumi.
Al centro della discussione finiscono quindi le opportunità offerte da carburanti a basso impatto: biocarburanti, e-fuel, idrogeno. Gli amministratori lombardi, sostenuti da un’ampia maggioranza degli alleati, hanno chiesto alla Commissione di includere tali soluzioni nei parametri comunitari sulla mobilità sostenibile. Così facendo si sosterrebbero gli investimenti già avviati da raffinerie, centri di ricerca e PMI che sviluppano tecnologie avanzate di combustione pulita. Il paradosso – sottolineano – è che l’Unione rischia di penalizzare innovazioni nate proprio all’interno dei suoi confini, con effetti che potrebbero estendersi oltre il comparto automobilistico.
Dai biocarburanti alle batterie: investire sull’intero ciclo di vita
La rivoluzione proposta non riguarda soltanto ciò che alimenta i veicoli, ma anche il modo in cui questi vengono progettati, prodotti e smaltiti. Il Manifesto insiste sull’adozione di una valutazione del ciclo di vita – LCA – come parametro guida delle future normative. Significa misurare l’impronta ambientale dalla miniera allo smontaggio, dall’estrazione delle materie prime al recupero dei componenti. Senza questo approccio olistico, avvertono le regioni, l’Europa rischia di spostare l’inquinamento da uno stadio all’altro piuttosto che ridurlo davvero, con il paradosso di certificare come verde ciò che, altrove, genera più CO₂.
Da questo principio discende la richiesta di potenziare la ricerca in biomateriali, progettazione circolare e processi produttivi a basso impatto. Le regioni sottolineano la necessità di sostenere l’innovazione non soltanto nelle grandi case automobilistiche, ma anche nelle migliaia di fornitori che assemblano componenti meccaniche, elettroniche e, sempre più spesso, pacchi batterie avanzati. Il documento dedica inoltre un passaggio alle auto storiche, ricordando che esse rientrano in un patrimonio culturale che non può essere ingabbiato nei target climatici delle vetture di serie. Ciò significa accesso a fondi dedicati, semplificazione degli iter autorizzativi e una politica industriale coerente con gli obiettivi climatici. Solo così – avvisano – si potrà evitare che la transizione si traduca in un’ulteriore delocalizzazione verso mercati meno regolati.
Guidesi: un ultimatum per salvare 13 milioni di posti di lavoro
L’intervento conclusivo di Guido Guidesi non ha lasciato margini d’equivoco. Se l’Europa continuerà a puntare esclusivamente sul motore elettrico, l’automotive continentale passerà dalle linee di montaggio ai libri di storia, avverte l’assessore. Il rischio è consegnare il mercato ai produttori cinesi, mentre l’Unione dovrà farsi carico di 13 milioni di potenziali disoccupati tra occupati diretti e indotto. L’ambientalismo non può tradursi in desertificazione industriale, ha incalzato, chiedendo una revisione urgente delle regole prima che l’ondata degli esuberi diventi realtà in tutta la catena produttiva.
Al pari di molti colleghi, Guidesi considera esaurito il tempo delle analisi e chiede decisioni immediate: riconoscimento della neutralità tecnologica, spazio ai carburanti alternativi, fondi strutturali per accompagnare la riconversione delle imprese. Senza una sterzata politica, avverte, l’Unione rischia di trasformare la propria leadership industriale in un ricordo. La palla ora è nel campo della Commissione; la richiesta è semplice, ma drastica: modificare l’impianto normativo o assumersi la responsabilità di un’emorragia occupazionale senza precedenti che metterebbe a dura prova coesione sociale e competitività continentale.
