Nel giorno dedicato alla prevenzione del suicidio, la voce di Antonio Brandi rompe il silenzio accusando lo Stato di ignorare un dramma che, in Italia, toglie la vita a circa quattromila persone ogni anno mentre si discute di morte assistita.
Allarme suicidi e responsabilità pubblica
Secondo i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità e da Istat, nel biennio 2020-2021 in Italia si sono tolte la vita 7.422 persone (3.645 il primo anno, 3.777 il secondo). Il ritmo, tradotto in cronometro, significa una morte ogni dieci ore. Le analisi della Fondazione Brf – Istituto per la Ricerca Scientifica in Psichiatria e Neuroscienze confermano una media annua stabile attorno a 4.000 suicidi, con un incremento del 16% tra i giovani sotto i 34 anni. Questi numeri, già di per sé impressionanti, disegnano una vera e propria emergenza nazionale che colpisce famiglie, comunità e servizi sanitari.
Eppure, nonostante il peso di questi dati, l’attenzione pubblica resta concentrata su un altro versante: la proposta di legalizzare la morte medicalmente assistita. La distanza tra la portata reale del problema suicidario e il dibattito politico-mediatico appare stridente. Mentre migliaia di persone si spengono nel silenzio delle statistiche, pochi episodi di suicidio assistito occupano titoli e talk show come se rappresentassero la priorità assoluta del Paese. È in questa apparente miopia collettiva che, secondo Pro Vita & Famiglia, si annida il rischio di trasformare il diritto alla cura in una scorciatoia verso la rinuncia a vivere.
La denuncia del presidente di Pro Vita & Famiglia
La posizione dell’associazione guidata da Antonio Brandi si riassume in un giudizio tranchant: definire «assurdo» che il Parlamento coltivi l’idea di legittimare la morte su prescrizione medica mentre ogni dodici mesi, in media, 4.000 italiani mettono fine alla propria esistenza. Per Brandi, il contrasto fra la ricerca di una via rapida alla fine della vita e la mancanza di politiche efficaci di prevenzione grida vendetta. Egli accusa lo Stato di promuovere una sorta di «morte di Stato», invertendo la logica stessa del welfare.
In un passaggio particolarmente duro, il presidente di Pro Vita & Famiglia evidenzia come persino esponenti del centrodestra stiano sostenendo disegni di legge analoghi a quelli promossi da frange radicali e progressiste. Questa convergenza, a suo giudizio, smaschera una politica più attenta alle sirene del consenso immediato che alle esigenze delle famiglie colpite dal lutto. Brandi ricorda che ogni suicidio risuona come un fallimento collettivo e rivendica l’urgenza di interventi strutturali, non di slogan cerimoniali pronunciati una sola volta all’anno.
Le alternative proposte
Se lo Stato vuole davvero arginare il fenomeno, sostiene l’associazione, deve cambiare paradigma: non leggi sulla fine, bensì politiche sulla vita. I primi tasselli indicati sono il rafforzamento del sostegno psicologico pubblico, la creazione di reti di prossimità che intercettino il disagio prima che degeneri, e la disponibilità di sportelli di ascolto accessibili senza ostacoli burocratici. Il valore di un intervento precoce, rivolto alle persone fragili e alle loro famiglie, è considerato irrinunciabile per spezzare il silenzio che spesso precede il gesto estremo.
A questi interventi, Pro Vita & Famiglia affianca l’appello a potenziare le cure palliative, gli hospice e i servizi di assistenza domiciliare per malati cronici, terminali e per i loro caregiver. Secondo Brandi, garantire un accompagnamento dignitoso lungo tutto il percorso della malattia riduce la disperazione che può trasformarsi in desiderio di morte. Strutturare un sistema di sostegno sanitario e sociale significa offrire alternative concrete a chi si sente intrappolato dal dolore, restituendo senso e prospettiva a vite che altrimenti potrebbero spegnersi nell’isolamento.
Copertura mediatica e percezione pubblica
Un altro punto sollevato dall’associazione riguarda il ruolo dei media. Nel racconto quotidiano, osserva Brandi, i casi di suicidio assistito conquistano pagine e prime serate, mentre i suicidi «ordinari» restano confinati a brevi trafiletti se non addirittura ignorati. Questa discrepanza informativa, a suo avviso, contribuisce a distorcere la percezione collettiva dell’urgenza: sembrerebbe che l’Italia debba correre a regolamentare la morte somministrata, più che interrogarsi sulle radici di una sofferenza diffusa. Ne deriva, sostiene, una narrazione che normalizza la scelta estrema e rende invisibili i percorsi di aiuto.
Per cambiare questa prospettiva, l’associazione chiede una comunicazione equilibrata che non minimizzi il dramma delle migliaia di suicidi annui. World Suicide Prevention Day, sottolinea Brandi, dovrebbe servire da catalizzatore per un impegno permanente: campagne informative, fondi alla salute mentale, progetti scolastici di educazione all’affettività. Solo un’attenzione costante, prosegue, potrà trasformare le dichiarazioni di principio in interventi che salvano vite e riducono la solitudine che alimenta il gesto estremo. Un simile sforzo, puntualizza, costerebbe meno della medicalizzazione della morte e genererebbe benefici sociali misurabili.
