All’Auditorium “Ennio Morricone” di Roma, la voce di Paola Cortellesi ha risuonato tra applausi e pensieri condivisi: l’attrice ha ricevuto il dottorato honoris causa in Scienze infermieristiche e sanità pubblica, ribadendo che, in scena come in corsia, è l’empatia a trasformare ogni professione in servizio agli altri.
Un riconoscimento che parla di empatia
La neodottoressa honoris causa ha ammesso di essersi interrogata a lungo sul senso di questo tributo. In fondo, il suo mestiere consiste nel calarsi nei personaggi, studiarne le emozioni e restituirle al pubblico con autenticità. «Osservare, ascoltare, comprendere: senza queste tappe la recitazione resterebbe un puro esercizio di stile», ha osservato. Per lei, però, la performance termina con il sipario che cala; per chi assiste i pazienti, invece, quello stesso atto di immedesimazione è quotidianità concreta, non una parentesi teatrale. Da qui la consapevolezza: la distanza fra palcoscenico e corsia si colma quando gli esseri umani si mettono nei panni altrui.
Il palco dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata ha fatto registrare il tutto esaurito. Tra studenti, docenti e professionisti sanitari, l’intervento di Cortellesi è diventato un ponte tra arti performative e scienze dell’assistenza. «L’empatia è la nostra lingua comune», ha puntualizzato, ricordando come la cura richieda la stessa attenzione meticolosa di un attore che studia un copione. Il rettore ha sottolineato l’importanza di valorizzare figure che, attraverso la cultura popolare, contribuiscono a diffondere messaggi di solidarietà e rispetto.
L’impegno contro le disuguaglianze di genere
Ricevendo il titolo, Cortellesi ha precisato che la motivazione ufficiale riguarda la sua costante denuncia della discriminazione di genere. Ha descritto preconcetti e stereotipi come una lunga catena di racconti, immagini e silenzi avallati dalla tradizione. «Non si tratta soltanto di un problema sociale o politico: è una narrazione che si tramanda nei libri, nei detti, nelle aspettative che ci vengono cucite addosso fin dall’infanzia», ha ricordato con fermezza.
La regista ha quindi lanciato un appello: smontare quella costruzione culturale un mattone alla volta, affinché ogni bambina possa crescere riconoscendo in sé un soggetto di diritti e non l’oggetto di giudizi esterni. L’aula magna, abituata alle lezioni frontali, si è trasformata in un laboratorio di consapevolezza collettiva. Cortellesi ha insistito sul ruolo dei luoghi del sapere, chiamati a farsi avamposti di un cambiamento che parte dalle parole e arriva alle prassi quotidiane.
Dalla ribalta al corridoio d’ospedale
Tra i momenti più intensi del discorso, l’attrice ha rievocato le sue numerose visite nei reparti pediatrici, avvenute su invito del personale sanitario. La prima volta, confessato senza reticenze, aveva quasi rinunciato ad entrare: la sofferenza dei piccoli ricoverati l’aveva bloccata sulla soglia. «Mi sono sentita impotente e fuori luogo», ha raccontato, spiegando poi come una caposala le abbia sussurrato il celebre incoraggiamento: “The show must go on”.
In quel momento Cortellesi comprese che, seppur in maniera diversa, medici, infermieri e artisti condividono la missione di alleggerire un peso. Così, superato il timore, entrò nella stanza trasformandosi nella «migliore buffona possibile». Strappare un sorriso non ha debellato la malattia, ma ha regalato un istante di tregua: proprio quegli istanti, ha rimarcato, spesso diventano il nutrimento invisibile che sostiene la cura.
Un percorso formativo fuori dagli schemi
La laurea abbandonata a metà in Lettere e Filosofia è stata ricordata senza rimpianti. Cortellesi spiegò di aver scelto il teatro quando la comicità bussò alla porta dei suoi vent’anni: un richiamo troppo forte per ignorarlo. «Mi piaceva far ridere, era come scoprire una chiave capace di aprire porte inattese», ha raccontato. Da quel momento, cabaret, radio, televisione e cinema sono diventati tappe di un’unica, lunga tournée.
Col tempo è arrivata la soddisfazione più preziosa: la libertà di scrivere storie proprie, assumendosi la responsabilità delle emozioni suscitate nel pubblico. Ogni testo, ogni inquadratura, ogni battuta rivista mille volte al montaggio le ha ricordato che l’arte non è un passatempo, ma un patto fiduciario con chi ascolta e guarda. È questo senso di responsabilità, ha suggerito, a legarla idealmente a chi nei reparti ospedalieri è chiamato a risposte concrete e tempestive.
Una dedica che guarda al futuro
Nelle battute finali, Cortellesi ha voluto estendere l’onorificenza a tutte le colleghe e i colleghi del mondo artistico «ingiustamente vilipesi» negli ultimi tempi. Secondo lei, chi crea immaginari offre strumenti di lettura critica della società; per questo merita rispetto, non derisione. Il pubblico ha accolto le sue parole con un applauso lungo e convinto, segno che la cornice accademica non teme di riconoscere il valore delle storie.
Ha poi rivolto un pensiero a ogni professionista sanitario presente in sala, definendoli interlocutori privilegiati di un progetto collettivo di cambiamento. «La vostra pratica quotidiana dimostra che l’empatia può trasformarsi in azione e l’azione in giustizia», ha concluso. Così, tra riflessioni e sorrisi, la sala ha salutato un evento che unisce linguaggi diversi sotto un’unica, grande promessa: usare talento e competenza per rendere il mondo un luogo più equo e compassionevole.
