Di fronte alle polemiche che investono gli sportivi in tempo di conflitti, Adriano Panatta riafferma in televisione il principio dell’autonomia dell’atleta dalle scelte dei governi, ripercorrendo la sua esperienza cilena del 1976 e alternando ricordi agonistici, considerazioni sul Medio Oriente e un tocco di autoironia sulla propria ipocondria.
Il precedente cileno che insegnò a separare sport e politica
Accarezzando la memoria di quella finale di Coppa Davis giocata in Cile, Panatta restituisce un affresco vivido di un’epoca in cui la tensione politica era tangibile. Allora governava Augusto Pinochet, e in Europa il dibattito infuriava: partire o disertare? Il PCI, insieme a gran parte della sinistra, si schierò apertamente contro la trasferta, mentre il governo italiano rimase immobile, incapace di assumere una posizione netta. Nel caos di opinioni conflittuali giunse una lettera dal Partito Comunista clandestino cileno diretta proprio a chi, in Italia, guidava l’opposizione. Quel messaggio invitava i tennisti azzurri a scendere comunque in campo, affinché il popolo potesse trarre forza dal loro esempio e non sentirsi isolato. Panatta ricorda di aver capito allora, per la prima volta, la distanza tra un regime e la sua gente.
La lezione cilena lo ha accompagnato per tutta la carriera: «Un conto è il governo, un altro è il popolo», ripete oggi con la sicurezza di chi ha vissuto sulla propria pelle il peso delle decisioni. In trasmissione, rivolgendosi a Bianca Berlinguer, figlia di chi ricevette quella storica lettera, il campione scherza: «È anche merito tuo se ho alzato la Coppa». Il ricordo, però, serve a spiegare un principio che per lui resta non negoziabile: la dimensione sportiva possiede una sua dignità autonoma e non deve essere piegata ai calcoli della geopolitica.
Atleti israeliani, atleti russi: perché l’esclusione non è la risposta
Oggi le medesime dinamiche si ripresentano, questa volta con il conflitto in Medio Oriente e la guerra in Ucraina. Panatta respinge con fermezza l’idea di prendere di mira i singoli giocatori israeliani, così come condanna le campagne volte a bandire gli sportivi russi. A suo giudizio, si tratta di «follie» che colpiscono persone incolpevoli, colpevoli solo di portare sulla divisa una bandiera nazionale. «I tennisti non lanciano missili, non bombardano nessuno», ribadisce, ricordando come il gesto sportivo non cessi di essere linguaggio di pace anche quando i governi, da entrambe le parti, scelgono la via delle armi.
Al netto delle tensioni ideologiche, il fuoriclasse romano rivendica la necessità di preservare l’universalità delle competizioni. Escludere equivarrebbe, secondo lui, ad amputare lo sport della sua funzione principale: creare spazi neutri di incontro e confronto. Allo spettatore, dice, dovrebbe importare il talento, non il passaporto. E un torneo realmente aperto diventa, di per sé, una piccola dimostrazione che la convivenza è possibile. Panatta sembra quasi voler trasformare ogni match in un microcosmo di ciò che auspica per il mondo: un luogo dove regole condivise, rispetto reciproco e merito prevalgono sulle ragioni della forza.
Medio Oriente, tra impotenza e iniziative simboliche
Sul fronte mediorientale, il settantacinquenne campione non nasconde il proprio scoramento. Guardando agli ultimi sviluppi, si dice consapevole che «non c’è nessuno che possa dire: adesso basta». Le diplomazie arrancano, le tregue durano lo spazio di un notiziario, e intanto la popolazione civile vive in una spirale di sofferenza. Panatta accenna all’idea della Flotilla, l’iniziativa solidale che vorrebbe rompere l’assedio via mare: ammette di trovarla significativa, ma insieme amara. «È grave che si debba ricorrere a gesti così estremi per scuotere le coscienze», sospira, lasciando trapelare una vena di delusione verso la comunità internazionale.
Dietro ogni riflessione si avverte il pragmatismo di chi ha attraversato la storia recente senza mai smettere di sperare. Per Panatta, la vera forza risiede nelle singole persone, nella loro capacità di farsi prossime e di rifiutare l’odio come orizzonte. È un invito implicito a non sottrarsi alla responsabilità di scegliere la parte della vita, perfino quando i governi si rivelano incapaci di trovare una via d’uscita. Il suo messaggio rimbalza da uno studio televisivo all’immaginario collettivo: l’impegno civile non è appannaggio esclusivo dei politici, ma competenza di ciascun cittadino, atleta compreso.
Ipocondria confessa: il campione e i suoi fantasmi
Dopo le tematiche più ardue, il tono si alleggerisce grazie a una confessione che strappa il sorriso. Panatta si definisce ipocondriaco di lungo corso, prigioniero di paure che si accendono al minimo accenno di malessere. Un mal di testa diventa, nella sua mente, l’anticamera di un ictus; un fastidio al costato fa scattare l’ombra dell’infarto; un dolore lombare gli suggerisce la paralisi imminente. Il risultato è una vita scandita da analisi, lastre e referti che preferirebbe non leggere. «Quando vado dal radiologo, gli chiedo di non dirmi nulla», confessa, rivelando un’autoironia che lo rende sorprendentemente vicino al pubblico.
Questa fragilità umana, lontana dalle luci dei riflettori, rivela l’altra faccia dell’icona sportiva. Il vincitore di Roland Garros, l’eroe di mille battaglie sui campi in terra battuta, si mostra senza scudi, accettando di sembrare vulnerabile. E proprio in quella vulnerabilità abita la forza del suo racconto: l’abilità di toccare corde comuni, di ricordare che dietro ogni trofeo c’è un uomo con le sue apprensioni, le sue fobie e, soprattutto, la sua determinazione a non arrendersi mai. Così, tra un ricordo di gloria e un pensiero funesto scacciato con una battuta, Panatta riporta il dialogo sul terreno più autentico di tutti: quello dell’esperienza condivisa.
